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Cailliau Robert

Parafrasando un celebre disco rock degli anni 70, lo si potrebbe definire “the dark side of the Web”: Robert Cailliau, il volto sconosciuto fra gli eroi del www, colui che fornì al progetto quella chiarezza di definizione e quella sistematicità senza le quali l’applicazione più famosa di Internet non sarebbe nata. Strano mondo quello dell’informatica; forse perché dominato dalla freddezza del silicio e degli algoritmi matematici, spesso si cerca di scaldarlo associando le pietre miliari della sua evoluzione a un essere umano, uno e uno solo, che ha avuto un ruolo determinante in un particolare momento di svolta.

di Stefano Gulmanelli

30 Novembre 1999 alle 00:00

Parafrasando un celebre disco rock degli anni 70, lo si potrebbe definire “the dark side of the Web”: Robert Cailliau, il volto sconosciuto fra gli eroi del www, colui che fornì al progetto quella chiarezza di definizione e quella sistematicità senza le quali l’applicazione più famosa di Internet non sarebbe nata. Strano mondo quello dell’informatica; forse perché dominato dalla freddezza del silicio e degli algoritmi matematici, spesso si cerca di scaldarlo associando le pietre miliari della sua evoluzione a un essere umano, uno e uno solo, che ha avuto un ruolo determinante in un particolare momento di svolta. Per intenderci: Bill Gates vuol dire sistema operativo; Steve Jobs, fondatore di Apple, è sinonimo di personal computer, Mark Andreessen, creatore di Netscape, sta per browser, quell’applicazione che consente la navigazione sul Web. E Tim Berners-Lee, l’inglese creativo, il sognatore idealista, colui che rifiutò di diventare ricco optando per la gratuità della sua invenzione, non poteva non essere il sinonimo di Web. Eppure Cailliau, questo fiammingo dal cognome francese e dall’umorismo anglosassone, non ha mai vissuto come una espropriazione questa sorta di secondogenitura. Anche se l’idea di un sistema di ipertesti, pensato per la gestione delle informazioni del Dipartimento del Cern di Ginevra (in cui lavorava all’epoca e dove tuttora opera), la ebbe in modo totalmente indipendente da Berners-Lee.

I due si ritrovarono a lavorare insieme, perché il loro comune capo venne a sapere della comune idea.
Da un lato l’inglese visionario, che “pensa più velocemente di quanto riesca a parlare”, per il quale uno schizzo su un tovagliolo di carta costituisce già un buon grado di definizione di un progetto; dall’altro l’europeo continentale, organizzatore nato, sacerdote del dettaglio, capace della determinazione necessaria per presentarsi alla direzione del Cern a spiegare un progetto allora folle e per di più poco in linea con “la mission” del Centro e uscire con i soldi e le persone per realizzarlo. “Nel celebrare il matrimonio fra l’ipertesto e Internet, Robert fu il migliore” ha scritto ancora poco tempo fa Berners-Lee. Questa premura da parte di Tim a riconoscere il ruolo avuto da Robert nella nascita del Web di sicuro aiuta Cailliau a fare spallucce quando gli si chiede se non si senta frustrato dalla labilità dell’associazione fra il Web e il suo nome.

A cui tanto ha fatto l’abitudine, che racconta con sincero divertimento l’episodio di quando, a Web ormai noto, almeno fra gli addetti ai lavori, trovandosi casualmente all’Università di Leeds chiese se qualcuno conosceva il www. “Certo, vuole una dimostrazione?” si sentì rispondere. Il far notare che lui era Robert Cailliau servì solo a vedere il suo interlocutore chiamare il suo assistente per chiedergli se aveva mai sentito nominare “un certo Cailliau”. “Oh certo, lavora con Berners- Lee” fu l’immancabile risposta. D’altronde, per quanto fosse tutt’altro che schivo e introverso, (il che, per uno nato fra Liegi e Bruxelles, sulla direttrice più piovosa del Continente, è già un bel risultato) è sempre stato nel suo carattere lavorare nelle retrovie. Lo ha fatto quando, appena un attimo prima di essere dichiarato renitente, si presentò alla leva. Dopo un veloce passaggio come infermiere all’Accademia Militare Reale di Bruxelles, fu messo a programmare in linguaggio Fortran giochi di guerra al computer, simulando i movimenti delle truppe Nato e gli scenari di battaglia con l’allora nemico d’oltrecortina. Ha continuato a farlo al Cern di Ginevra, elaborando quelle tecniche di programmazione e di documentazione la cui mancanza rendeva più complicata del dovuto la vita di coloro che lavoravano sui progetti al Centro (il tutto raccolto in un pacchetto da lui significativamente battezzato “il Ricettario”).

In un mondo di creativi visionari e disordinati come quello degli scienziati e inventori del Cern, la spinta ordinatrice di Cailliau fu spesso apprezzata, ma ciò non gli evitò di trovarsi a volte isolato nella sua volontà di affrontare i problemi per tempo e pianificarne le soluzioni. “Il tratto caratteristico della comunità scientifica del Cern era una forte vocazione all’anarchia. Con questi ‘nerds’ (termine intraducibile, il significato più prossimo è ‘fanatici della tastiera’, ndr) anarchici, era sostanzialmente impossibile preventivare, pianificare e prevedere”. Ma tutto sommato Cailliau, guardando indietro, si mostra comprensivo: “Va anche detto che io ero alquanto più vecchio della media del gruppo. Loro erano sui venticinque anni, io veleggiavo verso i quarantacinque; fra noi c’era quasi una generazione”. Sarà stato perché Berners-Lee tutto sommato aveva solo otto anni meno di lui, o perché all’inizio sul progetto Web c’erano solo lui, Tim e due studenti, fatto sta che Cailliau riuscì ad applicare la sua rigorosa prassi metodologica. A onor del vero, va detto che il contributo di Cailliau al Web non si limitò alla parte organizzativa e progettuale. C’è del suo anche in alcuni segni distintivi del www.

A partire dal colore del logo stesso, verde, perché Cailliau è sinestetico.
Vale a dire che vede lettere e numeri associati a colori: “La parola Cern io la vedo rispettivamente gialla, verde, rossa e marrone”. Un inconveniente, peraltro innocuo, che può risultare utile soprattutto per fissare nella memoria i numeri di una qualche importanza (“Mi rimane impressa la sequenza dei colori”). Va da sé che nell’alfabeto di Cailliau, la W è verde: “Sarebbe stato orribile per me se vi fosse stato qualche altro colore”, ammicca. Ma anche nel nome, World Wide Web, c’è l’influenza decisiva di Cailliau. Quando si trattò di definirlo prima di presentare formalmente la proposta di progetto “scartai un paio di nomi proposti da Tim per il loro acronimo pesantemente egocentrico”. Come ‘Mine of Information’, ovvero ‘MOI’. “C’est un peu egoiste”, fece notare Cailliau. “Chiesi anche che non venisse fuori un altro dio greco o l’ennesimo faraone egizio”, una prassi molto in voga in quegli anni al Cern, “poiché nomi del genere non dicono nulla del progetto. Io stesso lavoravo su un progetto denominato Cheope e onestamente non mi ricordo cosa fosse”. Quindi meglio “World Wide Web”, rete mondiale, un tantino presuntuoso e dal sapore un po’ USA, ma “se non altro facile da ricordare e descrittivo; il che non è davvero un male per un nome”.

Per gestire quello che, ormai era sempre più evidente,
si presentava come uno tsunami in fieri, si rendeva necessario trovare una sede che non fosse un corridoio e due uffici, “in due Dipartimenti diversi”, ricorda Cailliau, affollati di seguaci entusiasti ma “nessuno dedicato al progetto”. Ma con tutto il pragmatismo razionale che lo contraddistingue anche Cailliau si trovò a combattere la sua battaglia idealista. La intraprese quando il progetto Web iniziò a essere troppo importante e ingombrante per il Cern, che è un Centro di Ricerca Nucleare. Nato a qualche chilometro da Maastricht, Cailliau sentì l’orgoglio europeo: “Il team del Web era tutto in Europa, c’era grande entusiasmo e l’idea cominciava a prendere piede anche fuori dal circuito accademico”. Era cioè, almeno ai suoi occhi, la grande occasione per cercare di recuperare un po’ di quello che oggi chiameremmo “digital divide” (il divario digitale) nei confronti degli Stati Uniti. I quali, da parte loro, avevano iniziato a fiutare le opportunità insite nel Web, e un numero crescente di Università d’oltre Atlantico, Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston in testa, avevano cominciato a fare un pressing interessato su Berners-Lee.

Perdendo un po’ del sobrio realismo che lo aveva sempre assistito, Cailliau diede spazio alla sua ‘utopia’ e concepì l’idea di “Alexandria” che, come correttamente lascia intuire il nome, si ispirava direttamente alla più grande biblioteca dell’antichità. Come quest’ultima veniva costantemente arricchita con le copie di tutti i libri che si trovavano a bordo delle navi che entravano nel porto egiziano, così quella concepita da Cailliau sarebbe diventata, grazie al Web, la più grande biblioteca del mondo moderno. “Alleghiamo una proposta che consentirà all’Europa di mantenere il controllo di un’iniziativa chiamata World Wide Web, che è nata al Cern e che necessita di un intervento urgente”. Così esordiva il progetto che Cailliau avrebbe inviato alla Commissione Europea a cui chiedeva aiuto per non perdere “le opportunità che si stanno aprendo per il governo, l’istruzione e l’economia”. Per quanto trascinato dall’afflato idealistico, Cailliau non aveva perso il senso della misura. “Alexandria”, un centro di eccellenza con una trentina di esperti totalmente dedicati alla definizione degli standard per la prima grande tecnologia del XXI secolo, sarebbe costata meno di tre milioni di Euro, in pratica il costo di un Dipartimento di informatica in un’università.

Ma tutto o quasi congiurava perché il sogno di Cailliau dovesse rimanere tale. A partire dalle aziende telefoniche europee, allora monopoliste assolute che erano state storicamente contrarie alla Rete (“non sapevano come venderla” sorride Cailliau, “il telefono è semplice: paghi a seconda del tempo e della distanza. Con la Rete non si può fare”) e ora manifestavano un atteggiamento simile anche verso il Web. In Francia, poi, il notevole successo di uno strumento come il Minitel (un sistema di consultazione dati), usato da cinque milioni di famiglie francesi, determinava un livello di rifiuto ancor più marcato, poiché l’avvento di Internet avrebbe significato il superamento del Minitel. “A Tim gli alberghi di lusso non piacciono” dice ridendo Cailliau. Ma la spiegazione ufficiale è che “Tim ha sempre detto che se non lo avessimo messo a disposizione gratuitamente, il Web non si sarebbe sviluppato come è accaduto”. E anche Cailliau ne è convinto, pur se lascia trasparire una leggera venatura di dubbio: “non so se questa presa di posizione di Tim sia frutto di una valutazione di allora o se non sia invece una giustificazione a posteriori della scelta fatta”.

Rimpianto, e tanto invece, Cailliau ne ha per quello che era il Web
rispetto a ciò che è diventato oggi: “Un tempo la comunità in Rete era civilizzata e omogenea. Ora non lo è più. Siamo nel caos totale”. Nostalgie da intellettuale troppo elitario? Forse un po’, ma soprattutto una grande insofferenza per “la pubblicità dilagante, lo spamming (invio di e-mail a tappeto a soggetti indifferenziati, ndr) selvaggio, i rischi di cybertruffe, l’incompetenza dei navigatori”. Ed è così che l’uomo che ebbe la forza di rinunciare alla ricchezza pur di diffondere il più possibile il Web troverebbe ora naturale chiedere la patente per accedervi: “tutto sommato è necessaria per guidare l’auto, in considerazione del fatto che non si è soli sulla strada e non bisogna creare problemi o pericoli agli altri”. E chi il Web lo usa da professionista, gli Internet Service Providers (ISP) che forniscono i collegamenti o chi lancia un sito commerciale, dovrebbe passare un vero e proprio esame, “proprio come ai camionisti, che usano la strada per lavoro, è richiesta una patente particolare”.

Una posizione che rischia di sembrare esasperata se non si ascolta Cailliau fino in fondo, cogliendo il quadro globale che si è fatto del dopo Web: “Il www è stato comparato all’invenzione della stampa, addirittura alla scoperta del fuoco; paragoni lusinghieri, ma che non rendono giustizia. Stiamo passando all’era digitale, il Web è solo l’inizio. E questa cosa è incomprensibile per i nostri cervelli, piccoli e rigidi”. Un’era che potrebbe consegnarci un mondo alquanto diverso dall’attuale: “probabilmente passeremo il potere alle macchine o ci modificheremo per fonderci con esse”. L’ingegnere fiammingo non sente particolari inquietudini per aver contribuito ad aprire la porta verso quel futuro: “Una volta create le macchine intelligenti, il destino, quasi per legge naturale, è la simbiosi con loro”. In attesa di un mondo alla “Matrix”, Cailliau si è ora buttato su un altro progetto che definisce esaltante: “Il Grid, a cui stiamo lavorando al Cern, si basa su un’idea fantastica: che tutto venga fatto in modo automatico e intelligente dalla Rete stessa. L’utente non deve preoccuparsi di dove siano i dati, né di quali sono le applicazioni per fruirne né dove si trova la potenza di elaborazione necessaria. Se funziona come la stiamo pensando, praticamente basterà chiedere per ottenere”. E anche in questo caso, come al solito, è lui che organizza, pianifica, coordina.

di Stefano Gulmanelli

Robert Cailliau • Robert Cailliau, belga di lingua fiamminga,
è nato a Tongeren, 52 anni fa. Laureato in Ingegneria, lavora dal 1973 al Cern. Lì, nei primi anni 90, ha contribuito, con Tim Berners-Lee, all’invenzione dello standard ipertestuale denominato World Wide Web che ha consentito la diffusione di Internet a livello di massa. Oggi lavora su alcuni progetti operativi del Cern, ne dirige il settore “Web Comunication” e segue da vicino i lavori dell’International World Wide Web Consortium, l’organismo che supervisiona lo sviluppo della Rete.

Stefano Gulmanelli ha vissuto a lungo fra Medio Oriente, Europa dell’Est e Africa. Ora scrive da Milano.

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