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Bruno Ganz

Dal volo sopra la porta di Brandeburgo agli inferi dei bunker della capitale tedesca. Da “Il cielo sopra Berlino” a “Il crepuscolo”, due film che costituiscono due pietre miliari – previsione facile, anche se il secondo il pubblico ancora non l’ha visto – nella carriera di Bruno Ganz, 63enne attore svizzero di nascita ma fin da giovane tedesco per amore di cultura. Un tempo angelo tormentato dallo struggimento per gli umani, e ora trasformatosi in Führer, durante i suoi ultimi sei giorni di vita.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal volo sopra la porta di Brandeburgo agli inferi dei bunker della capitale tedesca. Da “Il cielo sopra Berlino” a “Il crepuscolo”, due film che costituiscono due pietre miliari – previsione facile, anche se il secondo il pubblico ancora non l’ha visto – nella carriera di Bruno Ganz, 63enne attore svizzero di nascita ma fin da giovane tedesco per amore di cultura. Un tempo angelo tormentato dallo struggimento per gli umani, e ora trasformatosi in Führer, durante i suoi ultimi sei giorni di vita. A dire il vero tutto questo era già stato previsto dalla Marchesa von O. Al conte russo (uno dei primi ruoli cinematografici di Ganz nel film omonimo di Eric Rohmer) che l’aveva salvata, ma anche resa inopinatamente madre, la nobildonna aveva infatti detto: “Non mi saresti sembrato un diavolo, se alla tua prima apparizione non ti avessi preso per un angelo”. Ma c’è dell’altro. C’è quel suo volto squadrato, il naso da pugile, la pelle un po’ spugnosa che sembra assorbire le sembianze di chi, di volta in volta, è chiamato a interpretare. “Vestire i panni di Hitler di per sé non mi fa paura anche se la difficoltà è notevole. Quello che mi spaventa, invece, è ciò che accadrà dopo l’uscita del film”, aveva detto Ganz in un’intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung un anno fa, a riprese appena incominciate. La sua somiglianza col Führer nel film di Oliver Hirschbiegel, appena uscito nelle sale tedesche, è impressionante.

E se ai tempi di “Il cielo sopra Berlino” a Bruno Ganz capitava,
camminando per strada, che la gente, soprattutto donne, lo riconoscesse ed esclamasse: “Guarda, è l’angelo custode Damiel”, ora qualcuno si stupirà della poco lusinghiera somiglianza. Il fatto è che non sono i tratti a renderlo identico al personaggio che interpreta. Ganz non è solo uno degli attori di cinema e teatro più acclamati al mondo, ma incarna, come pochi altri, l’essenza del termine “Mime”, parola tedesca antiquata per attore. Quello che lo distingue è infatti una mimica singolare, una capacità fuori dal comune di nascondersi dietro ai suoi personaggi. Non a caso i critici l’hanno soprannominato “der große Verstecker”, il grande mimetizzatore. “Se sono giudicato un buon attore, questo dipende anche e forse soprattutto dal possedere un particolare intuito nei confronti delle persone”. Con questo, il mistero Hitler non è riuscito a penetrarlo (“non penso di essere una persona particolarmente intelligente, ma intelligente abbastanza per inciampare di continuo nelle assurdità che andava farneticando, anche se Hirschbiegel continuava a dirmi: ‘devi trovare il male dentro di te per arrivare a lui’”).

Ha rivisto registrazioni del tempo, ha letto e riletto il diario della segretaria di Hitler, Traudl Junge, studiato le sue mani tremanti, i suoi momenti di disperazione, i suoi momenti di rabbia accecante e gli ultimi tentativi di sedurre chi gli stava attorno. “Nel frattempo credo che una parte delle sue energie la utilizzasse per nascondere il suo vuoto interiore”. Ciò nonostante l’anima del Führer gli è rimasta oscura come a suo tempo gli era rimasto oscuro il personaggio di un’altra sua strepitosa interpretazione: quello del “Faust” nella colossale messinscena (19 ore di recitazione) di Peter Stein. “Se non fosse stato per lui, mai e poi mai mi sarei assoggettato a imparare per otto mesi di fila, giorno dopo giorno, cinquemila versi. Non restava tempo per me, per la mia fantasia. Impossibile ascoltare il poeta. Potevo solo eseguire, cercare di arrivare alla fine dell’impresa”. Ciò nonostante non ha voluto dire di no all’amico regista quando questi gli ha chiesto di partecipare. A spingerlo ad accettare la sfida c’era anche un senso di lealtà dettato dal loro comune passato. Un passato che li ha visti protagonisti in quel laboratorio che fu la Schaubühne di Berlino negli anni Sessanta. Un teatro sperimentale, dove più che la sacralità dell’autore e del dramma, interessava il contesto storico e psicologico in cui si muovevano Shakespeare, Cechov e ancora Botho Strauß o Peter Handke. Ganz vi arrivò nel 1967, chiamato da Stein per “Intrigo e amore” di Schiller, poi vestì i panni di Garga in “Nella giungla della città” di Brecht. Infine, nel 1969, il successo enorme del “Torquato Tasso” di Goethe.

E sarà proprio questa pièce a promuovere Ganz tra gli esponenti di spicco della nouvelle vague teatrale tedesca. E se si riferisce spesso con piacere a quel tempo, a quelle fatiche, a quegli anni di apprendistato dove attori e registi insieme decidevano cosa mettere in scena, non altrettanto si può dire dell’esperienza del “Faust”. Non solo per l’immenso impegno che ha richiesto, ma anche per lo spiacevole contrattempo, che ha costretto Ganz a disattenderne la prima sotto il tendone dell’Expo di Hannover. Si era fratturato una gamba e Stein era corso ai ripari: “Devo dire che pur comprendendo le ragioni economiche che l’avevano spinto a usare un sostituto, quando è venuto da me in ospedale per dirmi che non avrebbe atteso la mia guarigione, ci sono rimasto malissimo. Per la prima volta realizzavo che anch’io potevo essere rimpiazzato”. Stein peraltro non è l’unico che può contare sul suo senso di lealtà. È legato molto anche a Peter Handke, per il quale ha lavorato nel film tratto dal suo romanzo “La donna mancina”. Non per questo gli risparmia però, di tanto in tanto, critiche sulla noiosità di certi script. E ovviamente è legato a Wim Wenders. Ma mentre di “Il cielo sopra Berlino” ha ancora oggi un ricordo positivo (“fu uno dei pochi film che, una volta visto per intero, mi fece dire ‘ne è valsa la pena’”), del suo seguito, “Così lontano così vicino!”, preferisce quasi non parlare. “So che non dovrei dirlo, ma a parte il fatto che non mi piacciono i remake e i sequel, in quel caso anche la sceneggiatura (di Handke) era veramente orrenda. Ciò non toglie che trovai le recensioni su Libération e su Repubblica, all’indomani della presentazione a Cannes, veramente esagerate e gratuitamente cattive”. In un ritratto di qualche anno fa si legge che “Ganz è un uomo dall’espressione triste, un attore noto per i suoi personaggi sfortunati e tormentati”.

E a scorrere a sommi capi la sua filmografia si potrebbe quasi concordare
: nel film di Wenders “L’amico americano” è il corniciaio malato terminale che si fa convincere a compiere un doppio delitto, in “Il coltello in testa” di Reinhard Hauff è l’uomo colpito da un proiettile, che la polizia vuole terrorista e la sinistra cerca di trasformare in martire, in “Oggetti smarriti” di Giuseppe Bertolucci è il relitto umano che insieme a Mariangela Melato si aggira nei sotterranei della stazione Centrale di Milano, nel film di Theo Anghelopulos “L’eternità e un giorno”, è sempre un uomo in fin di vita, che qui però ruba un giorno al destino per comperare parole e salvare così un ragazzino albanese incontrato per caso, e in “Nosferatu” di Werner Herzog era addirittura la vittima del Principe delle tenebre. Ganz ha sempre scelto (o forse gli sono sempre stati affidati) personaggi insicuri e inquieti, gente qualunque che strada facendo inciampa, ma prova, prima di arrendersi del tutto, a scartare ancora una volta. E di scarti Ganz stesso nella vita reale ne ha fatti più di uno.

Nato nel 1941 a Zurigo da padre svizzero e madre italiana
abbandona la scuola poco prima della maturità. Il padre era operaio, i nonni materni e paterni lavoravano la terra. “Visto l’ambiente dal quale uscivo, è chiaro che, soprattutto mio padre non si sia mostrato entusiasta della scelta. Mia madre già di più, anche se nutriva altrettanti timori e soggezioni verso il milieu degli artisti”. Tra le storie che si narrano sulla sua precoce vocazione c’è quella del giorno della cresima. Bruno si presentò in chiesa e recitò, con gran stupore e non poco imbarazzo degli astanti, ad alta voce, i dieci comandamenti a memoria.  Vero è, così ricorda lui stesso, che già da adolescente era appassionato di pittura e letteratura, Spinoza e Kant compresi, anche se ci capiva poco e niente. “Che mi sarei dedicato a qualcosa di artistico l’avevo capito molto presto. Ma non ero portato né per la pittura, né per la scrittura. Avevo il panico da foglio bianco. In quanto mezza calzetta, compresi allora che potevo solo cimentarmi nella recitazione”.

La scuola che frequentava si trovava vicino al teatro zurighese Pfauen, il che gli permise di conoscere un po’ di gente e assistere gratis dalla piccionaia alle rappresentazioni. Fu proprio durante una di quelle sere che decise di mandare a monte tutto per studiare recitazione. Stette un po’ a Parigi, poi tornò e si iscrisse al Bühnenstudio di Zurigo. Due sono i ricordi che serba degli inizi della sua carriera. Quando nel 1964 viene chiamato dal Bremer Ensemble per lavorare con Kurt Hübner e Peter Zadek, gli tocca prima sostenere l’udienza con il soprintendente teatrale. “Hübner era però a casa con la febbre. Così andai da lui e gli recitai la parte del ‘Principe di Homburg’ in piedi davanti al letto”. Del suo debutto, nel 1962, sul palcoscenico del Junges Theater di Göttingen, gli è rimasta, invece, impressa la timidezza paralizzante che lo assalì nel momento di uscire in scena. Un tratto che, seppur mitigato dagli anni e dall’esperienza, non è del tutto scomparso. Così, nonostante la stima che registi di teatro e cinema gli manifestano da decenni, è solo nel 1996, quando il Burgtheater di Vienna, seguendo le disposizioni testamentarie dell’appena defunto attore austriaco Josef Meinrad, gli consegna l’Iffland Ring, che lui trova una vera stabilità.

È solo questo riconoscimento alla carriera, il massimo al quale un uomo di teatro di lingua tedesca possa aspirare, che riesce a dargli pace. “Già, quell’anello ha finalmente vinto le mie insicurezze, ha messo fine ai momenti di depressione, paura e disperazione che di tanto in tanto mi prendevano e io combattevo anche bevendo molto”. Una confessione che è una delle poche finestre sulla sua vita privata. Tutto quello che di lui si sa è che è sposato, ha un figlio e vive tra Zurigo, Berlino e Venezia, la sua città d’elezione. A ripercorrere i suoi inizi, la sua rapida carriera, le collaborazioni con Zadek e Stein, le due anime dell’avanguardia tedesca, si potrebbe anche pensare che Ganz abbia avuto la fortuna di essere stato al posto giusto nel momento giusto. “Ci voleva anche la capacità di dar vita al Zeitgeist di allora. Questo riempiva i teatri, affascinava gli spettatori. Il teatro di Zadek, per esempio, era fuori da ogni convenzione, da ogni falsa estetica. Zadek era uno che pretendeva da te solo cose che avessero a che fare con la realtà più privata della gente, di quella gente che nel 1964 aveva 24 anni”. All’apice della sua carriera teatrale Ganz scarta però un’altra volta.

Decide di abbandonare il palcoscenico e fare esperienza nel cinema.
Si sentiva soffocare, non poteva immaginare di essere già arrivato, in fondo aveva solo 34 anni. “Sognavo il cinema e volevo almeno provarci”. Quell’anno, era il 1975, Rohmer gli permette una fuoriuscita morbida, chiamandolo per “La Marchesa von…”, adattamento cinematografico della pièce di Heinrich von Kleist. Seguono subito dopo, a scadenza quasi annuale, le collaborazioni con Wenders, Hauff, Herzog per il suo “Nosferatu, il principe della notte”. Apprezzato dalla critica cinematografica più all’estero che nella sua patria d’adozione, per quel che riguarda il giudizio se sia meglio in veste di attore teatrale o cinematografico ha da sempre diviso gli animi in due nette fazioni. Per Peter Stein (che, ironia della sorte, l’ha diretto nel primo film in cui ha lavorato) il suo vero talento esplode sul palcoscenico. Hauff è invece convinto che “se gli si dà il ruolo appropriato, risulta unico anche sul grande schermo”. Lui stesso dice: “Se confronto il mio conto in banca con quello di De Niro, devo ammettere che il mio sogno di diventare una star del cinema non si è avverato. Ma se guardo da dove sono partito, un ragazzino dei sobborghi di Zurigo, allora credo di aver percorso un bel po’ di strada. Tra l’altro non sono mai stato uno che va a cercarsi le parti e il più delle volte diserto anche i festival del cinema”.

Berlino da tempo non è più il suo indirizzo abituale.
Lavora dove lo chiamano, dove “mi vengono offerti ruoli interessanti, diretti da registi che stimo. Anzi, per me viene prima il regista poi l’opera. È sempre stato così. Ho lasciato la Schaubühne perché sognavo di lavorare con i registi con i quali ho poi lavorato”. Così non ha mai fatto carte false per interpretare Brecht: “La sua visione del mondo non mi ha mai interessato; il mondo è troppo complicato per capirlo attraverso di lui. Semmai ho apprezzato il suo acume e un paio di poesie. E anche l’Amleto e Re Lear non sono mai stati miei traguardi. Mi piace rappresentare la realtà, la vita, le sue bizzarrie. Da qui la fascinazione per Peter Zadek”. La madre, che non osava far volare troppo la fantasia, gli aveva procurato un posto da apprendista imbianchino. Ganz, quarantacinque anni dopo, ha ridato vita all’imbianchino più tristemente famoso della storia. Un ruolo difficile ma comunque più reale dei tormenti di Faust.

Più facile dar corpo alla follia, alla mania di grandezza,
ai tremori parkinsoniani, al disprezzo, all’odio, riassunti nella frase “avevo in mente grandi cose, con i tedeschi, con il mondo… Nessuno mi ha compreso” che a quelle del Faust: “Den Göttern gleich ich nicht, zu fiel ist es gefühlt/Dem Wurme gleiche ich, der den Staub durchwühlt”.... “Das bin ich nicht gewöhnt, ich kann mich nicht bequemen/Den Spaten in die Hand zu nehmen” (“Non somiglio agli Dei! Lo sento troppo profondamente! Al verme assomiglio che fruga nella polvere... A ciò non ho l’abitudine e non mi so adattare a prender la pala in mano. Quella vita limitata non mi si confà”).


Bruno Ganz
Nato nel 1941 a Zurigo da una famiglia di umile condizione, decide di seguire la sua vocazione artistica e parte per Parigi prima e per Berlino poi. Negli anni Sessanta è, insieme ai registi Peter Zadek e Peter Stein, uno dei rappresentanti di spicco della Schaubühne, il teatro d’avanguardia di Berlino. Al grande pubblico si rivela, invece, nei film di Hauff, Herzog, Wenders, (“L’amico americano”, “Il cielo sopra Berlino”). Tra i suoi molti lavori in palcoscenico, spicca lo storico “Faust”, messo in scena dal suo amico Peter Stein.

Andrea Affaticati è nata in Austria e vive a Milano. Scrive di politica e fatti tedeschi per il Foglio e altri giornali.

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