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Björk Gudmundsdöttir

Si chiama Björk Gudmundsdöttir, Betulla figlia di Gudmund. È nata a Reykjavik nel novembre del 1965. Generalmente, non parla. Ama gli inverni islandesi, con giornate buie per ventidue ore di fila. Lei ne ha trascorsi di interi in casa, indossando maglioni e calze di lana grigia e grossa. Li ha trascorsi scrivendo musica, che è quello che sa fare. Pensa che qualsiasi rumore in una casa vuota possa diventare musica. Basta ascoltare.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 9 settembre 2001

Si chiama Björk Gudmundsdöttir, Betulla figlia di Gudmund. È nata a Reykjavik nel novembre del 1965. Generalmente, non parla. Ama gli inverni islandesi, con giornate buie per ventidue ore di fila. Lei ne ha trascorsi di interi in casa, indossando maglioni e calze di lana grigia e grossa. Li ha trascorsi scrivendo musica, che è quello che sa fare. Pensa che qualsiasi rumore in una casa vuota possa diventare musica. Basta ascoltare. Lei di sé dice: non sono una fan delle parole; imparare a usare le parole è difficile, è un processo lungo. È più facile imparare a usare i suoni. Björk ha una biblioteca intera di suoni. Li ha ascoltati, ripetuti, registrati. Poi li usa nei suoi dischi. Ne vende a milioni, vince premi, è applaudita, è stimata. Dicono che faccia musica punk, rock, pop, new wave, new age, con inflessioni lapponi, mediorientaleggianti, orientaleggianti, con belle forzature classiche, con belle forzature jazz, infine techno dance. Lei dice che boh, sarà, ma la sua musica è “trent’anni di ossessioni”. Ci sono sue foto di bimba, bellissima, e il suo volto è già il volto di un marziano. Gli occhi sono quelli dell’ufo di Roswell, agghiaccianti. È cresciuta ai margini della capitale, con la famiglia, in una comune di hippy. Suonava il flauto e il pianoforte, Johann Sebastian Bach e Karlheinz Stockhausen. E Jimi Hendrix e il jazz delle origini. La mamma suonava musica classica, i nonni suonavano jazz, il papà suonava Jimi Hendrix; così lei andava da mamma a suonare Jimi Hendrix, dai nonni a suonare il violoncello, da papà a cantare Ella Fitzgerald.

I suoi dischi fondamentali si chiamano “Debut” (1993), “Post” (1995), “Homogenic” (1997), “Vespertine” (2001). I titoli delle sue canzoni sono “Yoga”, “Pluto”, “Bachelorette”, “Isobel”, “Frosti”, “Undo”, “Aurora”, “Enjoy”, “Immature”, “Unravel”, “Hunter”. Nessuna traccia di “Together Forever” o di “Love of my Life”. Al massimo può cantare “Possibly Maybe”, “probabilmente forse potrebbe essere amore…”. Oppure “Hydden Place”, “il tuo amore mi è stato recapitato per mezzo delle più calde fibre…”. Quel che si sente sono sintetizzatori, suoni metallici, forse di scatole d’alluminio, poi come un’interferenza sulla linea, magari in lontananza passa un bastimento e la sirena è lancinante. Ecco un dolcissimo assolo di archi, e di nuovo – giurano gli esperti – gli scrosci delle vecchie radio a valvole e il “rumore di un ago da elettrocoagulazione usato dal vivo sulla faccia del tastierista”. E la faccia di Björk? Qualcuno ha scritto che sa essere di una bellezza così inconsueta da mozzare il fiato, oppure sa conciarsi così male da diventare di una bruttezza offensiva. Labbra gialle. Occhi viola. Si mangia le unghie poi le tinge d’argento o d’azzurro o di rosa. Sorriso quasi minaccioso. I capelli lunghi le coprono il viso e la fanno megera. Calva, ha lineamenti fanciulleschi e graziosissimi. I fan impazziscono per lei sdraiata sul letto, serena, gli occhi chiusi, una maglietta bianca di cotone, pantaloni scuri allacciati, e una mano che entra. Poi naturalmente impazziscono per la voce acuta, gutturale, leggera, armoniosa, il falsetto, il sibilo, lo strepito. Lei ora vive a Reykjavik, ma anche a Londra e a Manhattan. Non si capisce nulla dei suoi uomini, se ne ha, quanti ne ha, come li tratta, come li ama, se li ama. Privacy feroce. Un figlio di quattordici anni. Non gli ha dedicato canzoni. Non è una mammina da rotocalco. Perché Björk soprattutto non è.

Non è antiglobal, per esempio. “Amo il nuovo, amo le tecnologie, amo tutte le invenzioni. C’è chi vede questo mondo con pessimismo, io no”. Negli anni Ottanta era la vocalist dei Sugarcubes, i cubetti di zucchero. Ora li ha mollati: “Quando mi unii ai Sugarcubes ero una ragazzina. Loro erano dei ‘terroristi’ che tentavano d’arginare l’invasione musicale e culturale straniera”. Eppoi: “Non mi sento ambasciatrice della cultura islandese, faccio la mia musica e basta”. Björk non è soltanto freddezza islandese: “Il nostro è un posto estremo dove i vichinghi, che non amavano l’autorità, si rifugiarono. Questo dimostra che siamo degli inquieti, degli anarchici per vocazione. Fummo fino al 1944 una poverissima colonia danese. Dopo è arrivata la ricchezza. Abbiamo costruito stupende autostrade che curvano bruscamente attorno alle rocce di lava perché dentro le rocce di lava vivono gli elfi, e gli elfi non vanno disturbati. Noi sappiamo sviluppare la magia degli opposti e io vivo dentro la magia degli opposti”. Lei vive nella convinzione che non è indispensabile suonare il flamenco o scrivere Romeo e Giulietta per esprimere passione: “La passione nordica è profonda e intensa perché non trova modo di esprimersi in maniera clamorosa”. Così Björk non è accondiscendente e convenzionale. Non dice di amare la libertà. “Amo la disciplina quanto la libertà. La libertà da sola può essere una prigione”. Non cerca di accreditarsi su palcoscenici bolsi e osannati: “Sono stata invitata a duettare con Luciano Pavarotti, ma non me la sentivo. Non è presunzione o arroganza, la mia. Credo che una collaborazione la si debba sentire dentro, e così non era”. Non la poteva sentire, perché lei ama la musica “che ha uno gnomo malvagio dentro”. Uno gnomo malvagio perché lei dice di essere un animale, che tutti gli uomini sono animali, che non c’è differenza fra uomini e animali. Perché lei è profondamente e voluttuosamente pagana.

Il mondo è dentro un sasso o dentro il canto di un uccello maschio. Gode a parlarne con David Attenborough. A parlare degli adolescenti, dei ritornelli, dei gibboni, della poligamia, della malattia, di Klaus Kinski che non si ammalava perché era pazzo di vita, perché era “immorale, egoista ed estremamente sensuale”. Si è buttata sul set. Lars Von Trier l’ha voluta con sé per “Dancer in the dark”. Lei ha cantato i pezzi che ne costituiscono la colonna sonora. E ha interpretato uno dei personaggi a fianco di Catherine Deneuve e ha vinto la Palma d’oro a Cannes come migliore attrice. Al primo colpo. Per questo l’hanno adorata e invidiata. Lars Von Trier ha detto: “Lei ha qualcosa di molto speciale, ha un talento eccezionale, ho paura…”. In che senso? “Non so, non è uno scherzo…”. E infine: “Lei non è un’attrice, non ha nessuna tecnica, ma porta il personaggio dentro se stessa, e questo significa che può cambiare continuamente. Se io dico a te, devi essere felice, devi essere triste, tu lo fai, tu me lo mostri, ma in te c’è sempre un lato del tuo carattere. Björk è diversa, lei non c’è più, lei è il personaggio. Lei è meravigliosa, bastava una parola… Penso che una delle ragioni dei nostri problemi personali è che noi due ci capiamo troppo bene, io dico una parola e lei capisce cosa voglio. È un’intesa inquietante, spaventosa…”. Le sue passioni sono Albert Einstein e Anaïs Nin. Fra gli italiani, Federico Fellini e Nino Rota. La musica canadese, indiana e giapponese. “Alice nel paese delle meraviglie”. Improbabili abiti di peluche, vestitini color pervinca, tutù da cigno, scarpe da ginnastica, anfibi, pop art, tradizioni nordiche, il volto di Steve McQueen. La sfida più difficile della sua vita è stata “il coraggio di stare nel mezzo”. È rimasta sconvolta da Ricardo Lopez, di Miami, che si è filmato per delle settimane. In sottofondo soltanto la musica di Björk. Lui parla e canticchia. È ossessionato. Vive un amore delirante per Björk. Lei ha avuto una relazione con un nero e questo è “un peccato inaccettabile”. Lui fabbrica una bomba. È un libro esplosivo che spedisce a Björk. Infine mette nel lettore cd l’album “Post”, la canzone “I Miss You”, “Mi manchi”.

Canta Björk. Ricardo si piazza davanti alla telecamera, si punta un revolver calibro 38 alla tempia, si spara, il sangue schizza ovunque, sull’obiettivo, sui dischi, sui libri, sui ritagli. La bomba sarà intercettata per tempo. Lei vivrà il terrore e l’angoscia in silenzio. Come da bambina, quando in Islanda divenne famosa dodicenne. Lasciò tutti di sale in un programma radiofonico. Incise un album di cover che oggi è una chicca introvabile. Erano già i tempi in cui Björk non parlava. Era la bimba tenera e delicata – ricorda la madre – che viveva lunghe giornate ascoltando, senza dire una parola.

di Mattia Feltri


In breve
È nata a Reykjavik il 21 novembre del 1965. Debutta a 12 anni con un disco di “cover”. A 13 fonda la prima band. Negli anni Ottanta si impone come vocalist dei Sugarcubes. Il primo album da solista è del ’93, “Debut”, seguito da altri cinque (l’ultimo, “Vespertine”, uscito da dieci giorni) per un totale di 120 milioni di copie vendute. Ha vinto due Award, un disco d’oro negli Usa e uno di platino in Gran Bretagna. Ha vinto come miglior attrice a Cannes con “Dancer in the dark” di Lars Von Trier, finora il suo unico film.

Mattia Feltri ha 32 anni, ha lavorato per sette al Giornale di Bergamo. È inviato del Foglio.  
 

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