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Bianca Tallone

Incontri Bianca Tallone, la immagini da ragazza e pensi a una pittura rinascimentale. Una figura botticelliana, i capelli crespi e rossi a raggiera attorno al volto, gli occhi grandi, aperti di stupore sul mondo. Come sono ancora quando prende a raccontare uomini e libri con il suo forte accento toscano. Ha festeggiato l’anno scorso le nozze d’oro con l’editoria. Che coincidono poi con l’anniversario dell’incontro con suo marito, Alberto Tallone.

30 Novembre 1999 alle 00:00

di Andrea Kerbaker

Incontri Bianca Tallone, la immagini da ragazza e pensi a una pittura rinascimentale. Una figura botticelliana, i capelli crespi e rossi a raggiera attorno al volto, gli occhi grandi, aperti di stupore sul mondo. Come sono ancora quando prende a raccontare uomini e libri con il suo forte accento toscano. Ha festeggiato l’anno scorso le nozze d’oro con l’editoria. Che coincidono poi con l’anniversario dell’incontro con suo marito, Alberto Tallone. Metà del secolo. Lui, poco più di cinquant’anni, è già stampatore di fama internazionale. Nel suo atelier parigino si alternano i grandi del mondo per comprare i libri che stampa a mano in poche, raffinatissime copie. Tallone è calato a Vinci alla ricerca di materiali al museo leonardesco. Il giovane curatore ha una sorella, Bianca. Una ragazza semplice: ha appena concluso le scuole, sta iniziando a insegnare. Una quinta elementare. Quando entra nel museo manca poco a mezzogiorno. Per le due Alberto le ha già chiesto di sposarla. Per convincerla, la invita a Firenze, dove ha organizzato una mostra. Bianca come Alice, si muove fiabesca con gli occhi grandi tra i personaggi che hanno fatto la storia e la cultura: Sibilla Aleramo, Giorgio La Pira, Montale e la Mosca… Due mesi dopo, è sposata a Parigi. Prima, un passaggio a Milano.

A pranzo al Bagutta. Bacchelli troneggia come d’abitudine.
Prende a cuore la giovane sposa: “Senta Tallone, lei sottoporrà questa ragazza a un lavoro duro, delicatissimo: deve permettermi di farle un piccolo esame”. La porta a casa: un intero pomeriggio di domande. Promossa. Bianca è rimasta Alice. Si muove lieve e incredula tra i cimeli appena ingialliti. Le lettere di Angelo Roncalli, Nunzio apostolico a Parigi: “Un omone, un fisico da contadino, con occhi straordinariamente penetranti: ti leggevano dentro”. Su sua richiesta stampano “L’imitazione di Cristo” di Tommaso da Kempis. Lui corregge le bozze. I biglietti di Luigi Einaudi, frequentatore assiduo: “Una volta perfino a metà di una visita di Stato. Lo raggiungono le staffette dell’Eliseo: ‘Monsieur le Président, on vous attend’. Ma lui si attarda tra i libri. Non dimenticherò mai il suo modo di sfogliare: era un uomo capace di accarezzare la carta”. Per questi e pochi altri intenditori sparsi nel mondo, Alberto e Bianca Tallone compongono libri secondo la tecnica che lui ha appreso da un principe stampatore parigino, maître Garantière. Ci è arrivato nel 1932; sei anni più tardi ha rilevato tutto e si è trasferito all’Hôtel de Sagonne, nel quatrième, zona di artigiani veri. Da lì ha iniziato a produrre i volumi composti interamente a mano, con caratteri cinquecenteschi, come ai tempi di Aldo Manuzio. Le pagine manocomposte vengono poi stampate su carte speciali; le più pregiate, per le tirature di testa, giungono apposta dal Giappone. Rilegature francesi, poco più di cento copie. Per libri che sono invariabilmente una summa di perfezione tipografica, ad agevolare la lettura. Perché questo sono i testi di Tallone: libri da leggere, non oggetti per feticisti. Come dimostrano i titoli: classici e ancora classici. Dante e Keats, Molière e Ronsard, Leopardi, Racine.

Per non dimenticare tante tappe del percorso,
Bianca si è munita di un testo di qualche anno fa. Lo scorre e si ferma per rievocare, gli occhi in giro nella stanza museo, a inseguire la memoria. Gli esordi come correttrice di bozze. Una “Commedia”. In fondo, appena prima del colophon, la dedica del neomarito: “Il tipografo alla sua Bianca”. Che nel frattempo impara le varie fasi della composizione e della stampa. Lo scritto è agiografico: non menziona le condizioni economiche. Drammatiche, in verità, in quell’incrocio tra sublime e povertà che spesso distingue l’esistenza degli artisti. Ben presto la giovane sposa si accorge che Alberto è incapace di qualsiasi controllo economico; la sua situazione finanziaria è disperata. Un giorno Bianca va all’ufficio delle imposte. La somma da pagare è elevata, loro non hanno un franco e due bambini, Aldo ed Enrico, nati nel ’51 e nel ’53. Bianca piange. Lacrime sul volto di una giovane mamma rinascimentale sono uno spettacolo capace di commuovere perfino la scorza di un austero percepteur des impôts. La consola, le offre un caffè, giura che ce la faranno. Ha ragione: la ragazza di Vinci prende in mano le finanze dell’azienda; impara a tenere i libri contabili, mette un freno alle uscite. L’esattore la controlla: periodicamente va a trovarla nell’atelier. Il più delle volte chiacchierano di Toscana, di Leonardo. “In preparazione delle visite, studiavo tutti i testi possibili su Leonardo. Lui mi diceva ‘parlez-moi de Vinci’ e stava ad ascoltarmi. Poi firmava tutti i libri contabili quasi senza controllo”. Non ci vuole molto per convincere Tallone che la moglie merita la delega totale alle finanze della famiglia. In breve, prima di ogni spesa impara a chiedere se c’è la copertura finanziaria.


La stessa domanda che pone dopo una decina d’anni, quando comincia a provare nostalgia per l’Italia. Ad Alpignano, due passi da Torino, la famiglia Tallone possiede un terreno, adatto alla costruzione di una casa-bottega tagliata su misura. Bianca conferma: i fondi ci sono. Ad Alpignano si trasferiscono le macchine da stampa, le carte, gli inchiostri. Ma anche la collezioni di oggetti acquistati nel mondo. “Venga, venga”. Bianca si aggira per due stanze stipate di memorabilia. Adesso sono io Alice, al cospetto della prima bicicletta mai costruita, 1828, interamente in legno, o di manifesti su pietra del primo Chaplin, o bottiglie di rarissimo vino francese dell’entre les deux guerres: polveroso bric-à-brac dove ogni oggetto è frutto di una selezione che gli ha fatto varcare i decenni. “E quelle?”, chiedo indicando due locomotive, parcheggiate in giardino. “Oh, mio marito era appassionato di treni. Una la vide nello stabilimento Fiat di Rivalta; stavano per demolirla. Valletta era tra i nostri clienti: ce la diede in cambio di libri. La portarono con ottanta metri di massicciata”. Il ritorno di Alberto è breve: nel ’68 muore. Pochi giorni prima chiede a Bianca di trasmettere ai figli la sua arte. Aldo ha 17 anni, Enrico 15. Bianca promette; non ce ne sarebbe bisogno. In 18 anni di matrimonio ha ereditato la passione e imparato ogni tecnica. Certo, per una vedova non è facile proseguire un’attività così legata alla figura del marito, con due figli adolescenti da crescere. Giungono proposte d’acquisto dall’Italia, dall’estero. Respinte. Bianca ha una missione, la porterà a termine. In ogni caso ha chi la aiuta. Primo fra tutti Pablo Neruda. Le dà tre titoli in esclusiva. Come lui Gianfranco Contini, curatore delle poesie di Cavalcanti in un volume che piace molto a Pound. Ma non solo uomini di cultura: Giuseppe Saragat la chiama al Quirinale. Se ha bisogno di aiuto, chiami. Un canale che non utilizzerà.

Il più vicino di tutti, anche dopo la morte, rimane Alberto.
Al principio, Bianca non riesce a trovare carte preziosissime. Cerca dappertutto, senza esito. Finché non si rivolge allo spirito del marito: “Gli dico Ascolta, Alberto, ho rufolato dappertutto. Dov’è quella carta? Sento una forza, come una mano, che mi prende il braccio e mi porta giù dalle scale, in fondo al magazzino, come in trance. Sotto cinque pile di carta normale, in fondo, c’è quella. Un fenomeno soprannaturale”. Che non sorprende più che tanto chi è abituata a vedere papi e capi di Stato che s’aggirano per casa. Ma tutta naturale è la forza con cui Aldo ed Enrico vengono coinvolti nella missione. Per il migliore insegnamento ai ragazzi, Bianca richiama da Parigi un vecchio tipografo dell’Hôtel de Sagonne. Un personaggio da neorealismo: capelli bianchi lisci, Gauloise in bocca, amore per il cognac. E la manualità da artista richiesta da questo mestiere. Con lui, due italiani. Sono loro che affiancano la vedova nella trasmissione del sapere. Senza obblighi, però: questa attività è una scelta di vita; da fare solo se è interiorizzata. Come puntualmente avviene per i figli. Che gradualmente affiancano la mamma nella scelta di caratteri, inchiostri, frontespizi, autori: oltre ai classici, contemporanei come Bertolucci, Sinisgalli, Ceronetti.

In breve

Bianca Tallone • È nata tra le due guerre a Vinci, il paese di Leonardo, e vive dal 1961 ad Alpignano, non distante da Torino, nella casa-bottega costruita con il marito Alberto, col quale ha iniziato a lavorare nei primi anni 50, a Parigi. Dal 1968, anno in cui è rimasta vedova, manda avanti la tipografia Tallone, dove sotto la sua supervisione si esercita l’arte della stampa a caratteri mobili, praticata interamente a mano come ai tempi di Gutenberg. L’affianca il figlio Enrico, 48 anni, al quale ha saputo trasmettere la passione per il mestiere.

Andrea Kerbaker lavora nella comunicazione. Ha pubblicato poesie e il recente romanzo “Pater familias”. Quando Aldo muore prematuramente, dieci anni fa, rimane Enrico, oggi cogestore dell’impresa “perché la mamma me ne ha trasmesso il senso ultimo”. Alla morte di Alberto Tallone, dai suoi torchi erano usciti 153 volumi. In questi anni ne sono stati pubblicati altrettanti. L’ultima stampata è una plaquette commissionata in aprile dalla Einaudi per il lancio del sito Internet. Dalla prefazione: “Questo libro è un omaggio alla grande tradizione della tipografia e della stampa e a ciò che essa può ancora rappresentare: competenza professionale, passione nel mestiere, desiderio e capacità di sorprendere e incuriosire, il Libro come una meraviglia sempre nuova. Per questa ragione abbiamo chiesto di stampare questa plaquette agli amici Tallone”.
 

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