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Benazir Bhutto

Facile non dev’essere stato per niente, per la signorina che tornava da Oxford. Che tornava da Oxford con una laurea in Relazioni internazionali e la prospettiva di una carriera diplomatica spalancata davanti ai suoi ventiquattro anni dalla professione di papà, dallo status principesco della famiglia, garantita dalla promessa del suo volto bello, nobile e regolare, dominato dalla forza degli occhi scuri e un po’ duri, se messi in relazione alla giovane età.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio  del 20 ottobre 2002

Facile non dev’essere stato per niente, per la signorina che tornava da Oxford. Che tornava da Oxford con una laurea in Relazioni internazionali e la prospettiva di una carriera diplomatica spalancata davanti ai suoi ventiquattro anni dalla professione di papà, dallo status principesco della famiglia, garantita dalla promessa del suo volto bello, nobile e regolare, dominato dalla forza degli occhi scuri e un po’ duri, se messi in relazione alla giovane età. Facile non sarebbe stato per nessuna ragazza di ventiquattro anni, l’ultimo colloquio in cella con il proprio padre prima di vederlo appeso alla forca, impiccato come un malfattore dalla canapa della ragion di Stato e dell’odio di piazza nel truce rituale di vendette e calcoli del golpe. E la famiglia dispersa, la madre in carcere, la bellissima Nusrat, e i fratelli in esilio, a provare la strada del terrorismo. Non sarebbe stato facile per nessuna ragazza, figuriamoci per la figlia del primo ministro del Pakistan, del primo primo ministro ad aver provato a governare il Pakistan senza sedersi sulle baionette dell’esercito. Ma Zulfikar Alì Bhutto aveva perso la sua partita contro i militari – partita truccata, secondo ogni evidenza – e alla fine Zia ul-Haq, il generale, il crudele dittatore, aveva avuto la sua pelle. Non subito l’aveva avuta, ma dopo quasi due anni di tensioni e di ripensamenti, di campagne internazionali per il ripristino della legalità e di pressioni diplomatiche per la salvezza del prigioniero. Due anni in cui la signorina tornata da Oxford, la figlia di Alì Bhutto, la bella e beneducata, occidentalizzata Benazir Bhutto aveva imparato a combattere, a tener testa agli avversari politici e della famiglia, a sopportare angherie e arresti domiciliari, a trattare con la stampa e a muovere le conoscenze all’estero. Due anni in cui la giovane figlia del clan Bhutto aveva deciso che sarebbe diventata la figlia di suo padre, il primo ministro. Per nulla facile, sbarcare dopo otto all’aeroporto di Karachi e buttarsi nella mischia di un colpo di Stato in una democrazia del Terzo Mondo.

A Karachi era nata e Karachi, allora come ora, era la capitale del feudo, la roccaforte della famiglia più potente della provincia del Sindh, nel Sud del Pakistan. Ci era rimasta giusto il tempo di imparare il significato del clan e del latifondo, il senso del potere e della servitù numerosa, della sottomissione diffusa. Poi via dall’infanzia dorata, a sedici anni è già al Radcliffe College di Harvard, sempre gioventù dorata, brillante studentessa di Scienze politiche, fulgida principessa d’Oriente che scopre la politica e la democrazia occidentale, che partecipa alle marce contro la guerra del Vietnam. E poi a Oxford, a specializzarsi al Lady Margaret Hall, a levigare quell’accento british upper class che vale per tutta la vita più di un biglietto da visita, a tornire nei modi della società intellettuale quella visione occidentale dei problemi, quella Weltanschauung nutrita di riflessi condizionati e di risentimenti tipica della classe dirigente del post impero. Compresa quella visione laica e moderna e moderata dell’islam come solo i ricchi rampolli di famiglie musulmane anglicizzate possono avere, e ci vorrà molto tempo prima di scoprire che non corrisponde nemmeno un po’ all’islam inteso come religione dei popoli delle ex colonie. Nipotina della Mezzanotte, nata fuori tempo per ricordare la nascita del Pakistan indipendente nel 1947, rientrò nel 1977 in ritardo anche per l’altro grande trauma della patria, nel 1971, quando il Paese dei Puri (il significato del nome in lingua urdu sognato dal poeta Mohammad Iqbal e poi adottato dai padri fondatori) aveva perso la sua ala destra, il Pakistan Orientale che se n’era andato per diventare Bangladesh, tra gli applausi dei concerti rock e le manifestazioni per l’autodeterminazione dei popoli, incontro al suo destino da Quarto Mondo e di niente. Ma il peggio doveva ancora venire, due anni dopo la morte del padre.

È il 1981 quando finisce in una cella d’isolamento di una sordida galera del Sindh. “L’estate trasformava la mia cella un forno, la mia pelle si seccava e si piagava, si staccava a squame nelle mie mani”. I capelli cotti e secchi, le invasioni di armate di cavallette e zanzare, di api e di vermi che sbucavano da sotto le assi del pavimento. E gli scarafaggi e i morsi dei ragni e delle formiche rosse, la notte, fin sotto al lenzuolo. Durò fino al 1984, quando ottenne di espatriare e di raggiungere Londra. Non una fuga, ma la preparazione della rivincita. E rivincita sarebbe stata al suo ritorno, il secondo ritorno nel 1988, tra ali di folla in festa sulla Mall Road di Lahore, l’odiato generale Zia in fuga e il voto plebiscitario. Premier, finalmente. La prima donna di un paese islamico. Che fosse diventata dura, non ci si mise molto a capirlo. Che avesse imparato a declinare le teorie politologiche del Radcliffe College nella palude pachistana fu presto evidente nel tasso esponenziale della corruzione, nel nepotismo e nella repressione politica, nei modi spicci di trattare gli avversari. Eppure, scalzata dal governo nel 1990, riuscì a tornarci nel 1993 proprio sull’onda di una campagna elettorale giocata sui temi della lotta alla corruzione.

Sembrare la vittima, sempre, è una delle sue specialità. O un modo di concepirsi. Così che la signora educata a Oxford, la prima donna del Pakistan, prova addirittura a dipingersi vittima del suo matrimonio. “Un matrimonio combinato fu il prezzo che dovetti pagare al mio ruolo… In Pakistan la mia posizione mi impediva di incontrare un uomo nel modo comune in cui queste cose accadono”. Ma da come pescò Asif Ali Zardari, giocatore di polo e mediocre playboy, e da quel che ne venne fuori, non si direbbe che la signorina Benazir si sia immolata con le mani legate. Anzi, dev’esserle andata assai diversamente dalla sua amica scrittrice Themina Durrani, altra pachistana ricca e anglicizzata, sposata a un grand commìs di Alì Bhutto dagli abiti occidentali e dai modi affabili, ma che nell’intimità della casa la riempiva di botte. È andata senz’altro diversamente. È andata che Zardari è diventato per i pachistani “Mister dieci per cento” ministro da operetta e ufficiale esattore della potente moglie, e alla fine a marcire in una scomoda galera ci è rimasto lui. Family first, anche se il clan ormai si è sfasciato, ognuno per sé e il destino contro tutti. Un’altra volta non deve essere stato facile, quella mattina di settembre del 1996, a Karachi, quando la folla le urlava assassina. La bara nella strada era quella di suo fratello Murtaza, il fratello che si era messo contro di lei, che la chiamava corrotta e voleva sfilarle il partito, che lei aveva costretto all’esilio, e rientrato dall’esilio gli aveva fatto mordere la polvere e assaggiare la galera. Alla fine Murtaza era morto ammazzato, davanti a casa, sotto i colpi della polizia del primo ministro Benazir.  Benazir Bhutto, velo potere e Corano, ma nell’inglese di Oxford Maurizio Crippa   È un attacco dei nemici della nostra famiglia, fu la sua difesa, ma non le credette nemmeno sua madre, la vedova di Zulfikar che da tempo aveva preso le parti di Murtaza, la potente Nusrat che undici anni prima aveva già pianto la morte dell’altro fratello di Benazir, Shannawaz, avvelenato nell’esilio di Cannes dai Servizi segreti del generale Zia. Anche sui talebani, qualche anno dopo, proverà a giocare la parte della vittima. “Mi avevano male informata sulla loro natura”, ha detto. “È una delle cose di cui mi pento del mio governo e che non rifarei”. Ma è difficile, davvero difficile che avesse capito male, o che non sapesse quel che stava facendo il suo fido Naserullah Babar, il suo ministro dell’Interno e plenipotenziario, un pashtu nato nella North Western Frontier ai confini con l’Afghanistan. L’uomo che nei primi anni Novanta aveva aperto ai seminaristi coranici le madras del Punjab, che poi aveva avallato le forniture di armi e le coperture logistiche per i guerrieri del Mullah Omar. Del resto c’era poco da capire, il gioco era semplice. Infltrare i talebani in Afghanistan, portare sotto un controllo amico ed etnicamente omogeneo quella terra di nessuno. C’era la benedizione dello Jamat Ulama, il forte partito islamico, ufficialmente nemico. Gli americani non avrebbero obiettato, le loro compagnie del petrolio avrebbero ringraziato.

Ancora di recente, la signora ha lasciato capire che a quei tempi aveva altro cui pensare. Aveva conferenze internazionali da tenere (in quel fatidico 1994 in cui iniziò la conquista dei talebani, parlò alla conferenza del Cairo sulla Popolazione e a quella sui Diritti umani) aveva da interpretare il ruolo della donna che guida l’emancipazione femminile nell’islam. Ma deve essere stato ben difficile non accorgersi che intanto sulle donne di Kabul calava il burqa, così diverso dal velo bianco mosso dal vento che le incornicia da sempre il viso. Quel velo – racconta un’altra sua amica scrittrice, Bapsi Sidhwa, nata come lei a Karachi ma ora “cittadina texana”, dopo essere stata “consigliere del primo ministro Benazir Bhutto per la questione femminile” – che in Pakistan viene portato dalle donne della borghesia, perché osservare l’obbligo del velo funziona come uno status symbol, significa che non hanno bisogno di lavorare. Mentre sono le contadine a essere dispensate dall’ingombro. Molto elegante, veniva definito il suo velo islamico dai giornali occidentali. Ma erano gli anni in cui a Washington regnava Hillary Rodham, non Jakie O’, e allora libere tutte di sentirsi eleganti. Portamento a parte, in quegli anni Benazir Bhutto era pur sempre l’amica dell’America, e della Gran Bretagna, come aveva imparato a esserlo fin dagli anni del primo esilio di Londra. Perché nessuno può cambiare la storia e tantomeno la geografia, e per governare il Pakistan senza i generali e contro i fondamentalisti, oppure senza i fondamentalisti e contro i generali bisogna avere a disposizione una terza forza, la forza del feudo e del poco retaggio laico e occidentale disponibile sul mercato. E non c’è nessuno meglio di Benazir, Benazir col velo e l’accento british, Benazir che conosce le libertà civili e la democrazia liberale, per interpretare questo ruolo. È stata così finché è durata, finché nel 1996 l’eterno rivale di clan e di politica, Nawaz Sharif, s’è travestito da moralizzatore del paese e l’ha costretta alle dimissioni. È durata quel poco che è durata, poi si è capito che, almeno per ora, è meglio qualcuno avvezzo a stare seduto sopra le baionette. Ed è arrivato il generale Pervez Musharraf. Ma la signora è paziente, nell’esilio di Londra. Nelle elezioni di dieci giorni fa i fedeli del suo partito sono corsi ancora una volta alle urne e le hanno regalato un discreto bottino. Non deve essere facile, starsene confinata in Europa.

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