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Banier François-Marie

Rue du Regard. Paris, décembre 1981. E’ il titolo di una grande stampa fotografica (120 x 85 cm.). Una signora anziana guarda in macchina mentre attraversa la strada sulle strisce. E’ minuta, i tratti sono quelli pesanti della vecchiaia, le guance sono cadenti, due cerchietti vistosi le pendono dalle orecchie. Porta un colbacchetto di pelo en suite con un mantellina di pelo. Li ha difesi per decenni dalle tarme.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Rue du Regard. Paris, décembre 1981. E’ il titolo di una grande stampa fotografica (120 x 85 cm.). Una signora anziana guarda in macchina mentre attraversa la strada sulle strisce. E’ minuta, i tratti sono quelli pesanti della vecchiaia, le guance sono cadenti, due cerchietti vistosi le pendono dalle orecchie. Porta un colbacchetto di pelo en suite con un mantellina di pelo. Li ha difesi per decenni dalle tarme. Dalla foto esce l’odore di naftalina. Indossa una gonna pesante, ampia, lunga. Non lunga abbastanza da coprire le babbucce che ha ai piedi. Le babbucce si capisce sono il suo cruccio. I piedi nodosi e scarni non sopportano più le scarpette d’antan che la signora conserva risuolate, certo in attesa del miracolo di ringiovanire, di poterle calzare ancora. E’ contenta di averci messo tutto quel tempo per agghindarsi. Quel giovanotto a modo in mobylette che si è fermato per fotografarla mostra di apprezzare la vera eleganza, la vera bellezza. Avenue de Marigny, Paris, 1968.

E’ il titolo di una fotografia scritta. Avenue de Marigny va dai Champs Elysées a Place Beauvau, dove si affacciano il palazzo dell’Eliseo e il ministero dell’Interno. E’ il quartiere della moda, delle grandi gallerie. Infatti la scritta dice: “Non lavoravo lontano. Addetto stampa di un couturier. Vinile, celluloide e mannequin. Mi ricordo di Hiroko che tra una passerella e l’altra si lavava le mani. Non si vedevano molte giapponesi in giro per Parigi, allora. Le fotografavano lungo questo viale. Ma a tutte quelle bellezze che posavano io ne preferivo una più strana”. La bellezza più strana è un clochard che scende per l’avenue. Un doppio berretto gli nasconde gli occhi. Porta una specie di mantella impermeabile. Sotto, una coperta è allacciata con un nodo all’altezza delle ginocchia. Ai piedi un paio di babbucce stringate, alte alla caviglia. Non è un abbigliamento casuale. Riveste un sogno segreto. Esprime un’identificazione segreta. Rue Visconti, Paris, septembre 1988, fotografia scritta. Rue Visconti è una piccola strada appartata a Saint-Germain des Prés. In piedi davanti a un portone chiuso un altro clochard posa con triste fierezza. Ha in testa un berretto a visiera di foggia militare, non ha la camicia, un paltorello sdrucito gli arriva a malapena alle ginocchia. Calza scarpe da barca con la suola staccata, una caviglia è molto gonfia. Stringe al petto come un trofeo una bottiglia di vino. Dice tra l’altro la scritta: “Mi ero fermato in rue Visconti –giravo in motorino- per parlargli. Rideva da solo. Ho creduto di poter condividere. ‘Fammi una foto’ m’ha detto, vedendo la macchina pronta a tacere quel giorno. ‘Fammi un foto, ma fa presto domani devo andare all’ospedale, questa notte un ratto mi ha morso a un piede. E’ per questo che si è gonfiato’”.

Rue Servandoni, Parigi. E’ la strada che dal lato destro della chiesa di Saint- Sulpice porta al giardino del Lussemburgo. Al 7 di rue Servandoni abitava Filippo De Pisis quando era a Parigi. In due stanzette al quinto piano. In un hotel particulier di tre piani, con un paio di segretarie fidate, con un cuoco, un maggiordomo, un paio di camerieri, abita François-Marie Banier, scrittore, fotografo, pittore. Da rue Servandoni parte per i suoi giri in motorino per le strade. La strada è stata il luogo dove Banier si è rifugiato per liberarsi dalle costrizioni domestiche, da un’educazione molto rigida, da genitori più propensi all’uso di mondo che ai moti del cuore. “Conoscevo gli oggetti, conoscevo i riti, non conoscevo gli esseri umani”. Mentre parla, mentre racconta volentieri al cronista il suo romanzo di formazione, Banier disegna e scrive sulla copertina, sulle pagine del catalogo della sua mostra milanese. Il cronista, mentre annota con compunzione le sue parole, segue con la coda dell’occhio la mano che traccia segni, che scrive, che arricchisce con nuovi particolari, con nuovi interventi le fotografie e i disegni stampati nel catalogo. E’ raro che un artista si presti di buon grado a dedicare un catalogo con un disegnino originale.

Vale per l’occasione la battuta di Pablo Picasso,
che a un conoscente che gli chiedeva di fargli uno schizzo sull’invito a una mostra pare che avesse risposto: “Non è meglio che le firmi direttamente un assegno?”. Banier invece ti toglie letteralmente il catalogo di mano. Il cronista glielo aveva già visto fare. All’inaugurazione della mostra. Mentre tutti si accalcavano al buffet, a bere vino bianco, a mangiare tartine, a dirsi “Ti vedo bene, cosa fai di bello?”, l’artista girava per le sale quasi deserte, tutto vestito di grigio, con a tracolla la macchina fotografica chiusa nell’astuccio, a caccia delle emozioni che le sue opere provocavano sul viso dei visitatori. A una coppia di giovanotti che gli era parsa particolarmente entusiasta aveva fatto una lunga dedica. Quando glielo avevano chiesto aveva anche posato per una foto. Davanti all’obiettivo di una macchinetta da due soldi, il fotografo famoso, che vende le sue stampe a duecentocinquantamila franchi, aveva appoggiato la testa sulla spalla di uno dei ragazzi per una foto destinata all’album dei ricordi.

Poco prima il cronista aveva visto arrivare Banier in uno stuolo di persone con l’aria ricca e sicura. “Quella è Liliane Bettancourt”, gli avevano detto indicando una signora che si muoveva al centro dello stuolo. “Madame Bettancourt, la padrona dell’Oréal, che sta promuovendo una serie di grandi mostre di Banier in giro per il mondo”. Gli avevano spiegato che François-Marie Banier si sposta in jet. “Con un jet personale”, gli avevano assicurato. Mentre sotto lo sguardo concupiscente del cronista trasformava il catalogo in un’opera d’arte originale, Banier raccontava la sua vita. Il padre era un pubblicitario di successo. Era di origini ungheresi. Aveva le mani forti. Aveva fatto in un periodo della sua vita l’operaio alla Citroën. Anche la madre aveva parenti popolani in Italia. Ma erano genitori severi, formali. Per liberarsi dell’infelicità che creavano intorno a loro, per liberarsi dalle cose e scoprire gli esseri François avrebbe cercato presto amici per la strada, avrebbe tentato il suicidio, si sarebbe sottoposto a una lunga psicoterapia, si sarebbe legato come “fils de remplacement”, come figlio sostituto, a sostituti genitori, da Salvador Dalí, a Silvana Mangano, a Marie Laure e Charles de Noailles.

Avrebbe scritto, avrebbe fotografato, avrebbe dipinto.
Il cronista segue la storia, segue la mano che corre sulla pagina. La vede ridisegnare su un disegno. La vede fermarsi di colpo. “Basta”, dice Banier, “altrimenti diventa uno schifo. Bisogna capire quando bisogna fermarsi”. Passa a un’altra pagina. Il cronista che si aspettava un disegnino e una dedica vede il suo catalogo trasformarsi in un’opera d’arte complessa. Capisce che l’artista sente una necessità insopprimibile di intervenire sulle proprie opere. Intuisce qual è la necessità che lo spinge a scrivere, a dipingere su fotografie che sono già perfette. Ha cominciato a fotografare presto. “Ho preso la fotografia per il collo quando la scrittura era troppo lenta per me: problemi di sintassi, di concezione del romanzo, la costruzione di un personaggio, il nonpersonaggio, la non-narrazione, la questione del punto di vista, per non parlare del punto e virgola”. Ma si ritiene prima di tutto uno scrittore. Il racconto che fa della sua vita esce fluido, spontaneo, perché è stato a lungo raffinato, filtrato, per diventare scrittura, per diventare un romanzo intitolato “Balthazar, fils de famille”.

La famiglia è stata per Banier fonte di pene e disgusti,
ma è stata anche il luogo che lo ha introdotto a un mondo di cui va fiero. A casa sua il piccolo François ha imparato a frequentare con naturalezza, a conquistare l’affetto di personaggi importanti, come Tony Lago, il costruttore di automobili, come l’editore Hachette. Questa consuetudine lo aiuta a stregare i genitori sostituti che si sceglie. Dalla loro personalità, dalla loro storia, dalla loro notorietà non si sente intimidito. Si sente perfino più libero di Dalí. Ne accetta le manie, lo osserva mentre interroga la planchette, lo accompagna a visitare la tomba di Allen Kardec, profeta dello spiritismo. Sa però che il caso è onnipotente nella vita, nell’amore come nella guerra. Da André Breton impara a scrivere. Passa la sera da Régine e da Castel con Françoise Sagan, con Barbara. Incontra Andy Warhol e César, Louis Aragon e François Mauriac. Scrive e la critica non l’ignora. Fotografa e tiene per sé le sue fotografie. Ritrae i suoi amici in istantanee in cui vuole scomparire, in cui non vuole che si avverta la presenza del fotografo. Usa una Leica M6, o addirittura una Minox, più discreta. Fotografa in bianco e nero, con una pellicola da 400 Asa, si serve quasi sempre di un obiettivo di 35 mm., 5,6 d’apertura. Sempre più spesso cerca di usare un tempo di 1/60 di secondo. Sono i numeri, le misure della semplicità, della naturalezza. Se naturalezza può esserci quando si tratta di un congegno controllato da un uomo.

Eppure Banier è stato rimproverato da Henri Cartier-Bresson
di fare ogni volta il suo stesso ritratto. La sua ambizione è invece di essere “il testimone del caso che passa per strada nel momento”. Il suo desiderio “è di catturare il romanzo che c’è nella vita di ciascuno”. Sa bene però che “quando scatta una fotografia non può prescindere dal bambino che è stato, dalle persone che ha conosciuto, dalla sua identità nel momento dello scatto e da quello che è intorno, che dimentica ma che fa partecipare in una maniera o nell’altra alla scena”. Il bambino che è stato é forse quel bambino che rincorre il pallone sulla grande spiaggia di Tangeri in cui Samuel Beckett con il maglione e i pantaloni rimboccati fino al ginocchio segue assorto due incongrui binari di cemento che affiorano dalla sabbia. O forse il bambino che è stato è lo stesso Beckett, così vulnerabile nella sua austerità. Il bambino che è stato è forse quello che guarda con gli occhi di Madaleine Castaing che a più di novanta anni ha voluto togliersi quella parrucca che non si levava neppure davanti allo specchio, per offrire la sua povera testa scarmigliata alla complicità dell’amico.
Per più di venticinque anni Banier ha fotografato solo per sé. Solo per sé è ritornato sulle immagini con la scrittura, con la pittura, mano a mano che gli amici rivelavano dal ritratto qualcosa del loro romanzo segreto. Per più di venticinque anni ha raccolto una stupefacente galleria di romanzi in un una sola immagine. I romanzi dei suoi amici celebri e i romanzi di sconosciuti, incontrati solo una volta per la via. Per “mostrare, per condividere, l’immensa bellezza degli esseri che amo per la loro verità, il loro mistero, e forse per questa complicità che vorrei mantenere per sempre con loro”.

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