cerca

Aristide Jean Bertrand

Smilzo, miope e strabico, uno di quei tipi che a prima vista diresti incapaci di schiacciare una zanzara. Tre lauree, studioso biblico come pochi, poliglotta, autore di saggi politici e di meditazioni religiose, profeta e apostolo (fino a una certa data) delle bidonville più abiette, oratore travolgente, leader carismatico, First Chancellor’s Distinguished Honor della Berkeley University, Premio Unesco 1996 per l’educazione ai Diritti dell’uomo, Premio Martin Luther King per l’impegno nella non violenza, creatore di una fondazione per la democrazia, in aggiunta bravo suonatore di chitarra.

di Gino Nebiolo

30 Novembre 1999 alle 00:00

Smilzo, miope e strabico, uno di quei tipi che a prima vista diresti incapaci di schiacciare una zanzara. Tre lauree, studioso biblico come pochi, poliglotta, autore di saggi politici e di meditazioni religiose, profeta e apostolo (fino a una certa data) delle bidonville più abiette, oratore travolgente, leader carismatico, First Chancellor’s Distinguished Honor della Berkeley University, Premio Unesco 1996 per l’educazione ai Diritti dell’uomo, Premio Martin Luther King per l’impegno nella non violenza, creatore di una fondazione per la democrazia, in aggiunta bravo suonatore di chitarra. Ha pochi precedenti la storia di un prete strenuo campione di giuste cause che, conquistato il potere temporale, si trasforma a poco a poco in un tiranno. È la storia dell’ex reverendo Jean-Bertrand Aristide detto “Tidit”, il presidente di Haiti. In uno dei comizi prima della crisi che lo spazzerà via si presenta con una lavagna e un gessetto. Davanti alla folla ammutolita prende a scrivere cifre, a fare conti con l’aiuto di una calcolatrice tascabile. Alla fine lancia la campagna della “restitisyon”: pretende che la somma pagata nel 1825 dal governo haitiano alla Francia, potenza dominatrice dell’isola, per ottenere il riconoscimento della sovranità sia restituita pronta cassa e con gli interessi, calcolati lì per lì in 21 miliardi e 700 milioni di dollari. È con questi numeri da circo equestre che Aristide suggestiona la gente.

“Ecco perché siamo in miseria, i ricchi continuano a disprezzarci e a ridere delle nostre ragioni”. Una diversione per distrarre la gente dalle tragedie quotidiane. In ogni caso, personalmente tanto in miseria non è e il trucco populista oggi risulta inservibile: a Haiti hanno aperto gli occhi. Aristide è un acrobata della politica nel paese più povero e corrotto dell’America Latina. Dell’intellettuale raffinato e del generoso parroco dei ghetti è rimasto niente. Nel momento drammatico dello sfacelo non ha scrupoli a orchestrare la brutalità. Lui, che aveva combattuto con gran fegato il regime degli infami Papà e Baby Doc, tenta di mantenersi in sella mandando avanti le bande delle Chimere, miliziani uguali in tutto e per tutto ai tonton macoutes della famiglia Duvalier, gangster spietati che mettono Haiti a ferro e fuoco. L’uomo di Chiesa che incarnava una profonda esigenza morale e il sogno di riscatto dei diseredati, ora che è con l’acqua alla gola gioca disperatamente la carta del razzismo, scatena i neri (lui è nero, la maggioranza degli haitiani è nera) contro i meticci. E la carta sociale, i poveri contro i meno poveri. E la carta della magia religiosa, proclamando ufficialmente il vudù culto di Stato e ricevendo con tutti gli onori a palazzo la sacerdotessa Sö Ann, famosa per i suoi colloqui con il Serpente dai Sette Colori.

Quattordici anni fa, l’indomani del voto che gli affidò il destino
e le speranze del paese, nessuno poteva immaginare una deriva sanguinosa e un epilogo senza gloria. In quei giorni egli si presentava come il nuovo Toussaint Louverture. “Guardatemi, non ho negli occhi lo stesso fuoco del nostro grande eroe?”. Toussaint era uno schiavo nero che nel 1791 aveva acceso la rivolta degli schiavi di Santo Domingo, si era unito alla Francia rivoluzionaria, da Napoleone nominato generale e poi dallo stesso imperatore combattuto per avere proclamato l’indipendenza di Haiti dal giogo coloniale, sconfitto, morto in una prigione di Parigi ed entrato nella leggenda haitiana. “Come Toussaint vi ha consegnato la libertà e l’onore, così io, Aristide, vi sottrarrò dalla miseria per portarvi alla dignità”. Belle parole. Aristide lascia un paese esangue, dove sette persone su dieci sono senza lavoro, due su tre sono sottonutrite, il reddito medio è meno di un euro al giorno e l’attesa di vita non supera i 50 anni. È nato nel 1957 sulle pendici del Pic Maca, a Occidente dell’isola. Il padre contadino muore che il piccolo ha pochi mesi. La madre va a cercare lavoro negli slum di Port-au-Prince. Aristide cresce nel fango delle strade. I sacerdoti salesiani se ne prendono cura, lo allevano, lo fanno studiare. È un bimbo sveglio, di una intelligenza sorprendente. Primo al collegio Notre-Dame di Cap-Haitien, primo ai corsi di noviziato a La Vega nella vicina Repubblica Dominicana, primo in Filosofia al seminario di Cazeau e primo in Psicologia all’università statale di Haiti, dove si laurea nel 1979 con una tesi su “Teologia e politica” che gli vale il massimo dei voti.

Una tesi spinta a sinistra, forse un pochino oltre il pensiero dei teologi della liberazione che hanno preso piede nei Caraibi e ormai in quasi tutta l’America Latina. I salesiani hanno puntato molto sul giovane e preferiscono che non s’immischi nelle contese che alimentano le torbide vicende della Repubblica. Per tenerlo lontano dalle tentazioni radicali lo avviano agli studi biblici lontano da quel mondo, in Inghilterra, a Roma e in Israele. Già il giovanotto conosceva tre o quattro lingue, e nei sei anni che trascorre all’estero ne impara altre, morte e vive, incluso l’ebraico. Al suo ritorno il vescovo Romelus lo consacra prete e gli affida la parrocchia di Saint Joseph, povera ma non tra le più disgraziate della capitale. Siamo nel periodo nero della dittatura di Duvalier e don Aristide la combatte nelle prediche. Ai fedeli si esprime in creolo, il mix franco-africano in uso fin dai tempi della tratta dei neri. Nei sermoni gli attacchi a Papà Doc e poi al successore Baby Doc sono arroventati e mettono in pericolo non soltanto il parroco ma anche la stessa gerarchia religiosa, costretta a fargli nuovamente cambiare aria. Questa volta lo mandano in Canada, dove affronta gli studi di psicologia e come psicologo e biblista scrive un curioso libro, “Nevrosi veterotestamentarie”, senza però rinunciare ai contatti con preti messicani, guatemaltechi o salvadoregni impegnati nelle guerriglie.

Dopo un altro paio di anni il vescovo cede alle sue insistenze e lo fa rientrare. Gli inviti alla prudenza servono a poco. Aristide prende possesso della parrocchia di San Giovanni Bosco, nel quartiere della Salinas, questo sì uno dei posti più disperati della città. Le prediche non gli bastano più. Deve allargare l’uditorio. Radio Soleil è il mezzo giusto. Sempre più infuocati, i suoi programmi religiosi temerariamente espliciti nella contestazione al regime gli valgono un favore immenso: e se gli oppositori di Duvalier, quei pochi scampati alle mitragliette, sono costretti alla clandestinità, Aristide si mostra con la propria faccia. Forse approfitta di quel minimo di inviolabilità che gli viene dalla tonaca. Il popolo dunque lo segue e lo adora. La Chiesa locale no, non tutta. Il basso clero stravede per “Tidit” ma il Nunzio e la maggioranza dei vescovi lo accusano di istigazione alla violenza, all’odio e alla lotta di classe. “Leggete i suoi scritti, ascoltate i suoi sermoni: sono eversivi, Aristide sceglie solo i salmi di invettiva della Bibbia, le esortazioni alla bontà non lo interessano”. All’ennesimo invito a darsi una calmata, ancora una volta respinto, i salesiani risolvono il problema e lo espellono dal loro Ordine. Privato delle cure pastorali restando tuttavia sacerdote, Aristide afferra la chitarra e va nelle bidonville a cantare la rivoluzione, curare evangelicamente gli infermi, soccorrere i bisognosi.

La gente contraccambia aiutandolo a sfuggire all’arresto
e alle imboscate dei gangster di Duvalier che gliel’hanno giurata. Quando le masse haitiane esasperate si scatenano contro Baby Doc e lo costringono alla fuga, lui è in prima fila nel ruolo che si è assegnato di “portavoce dei senza voce”. Sarà contro tutti i governi, militari e civili, che in seguito si accavallano tra un putsch e un complotto. Come non era piaciuto ai Duvalier non piace neppure ai successori. Dirà poi che è stato Gesù in persona a salvarlo dall’assalto che i gorilla di un nuovo presidente, il generale Prosper Avril, più volte attaccato nei suoi sermoni, compiono nella parrocchia di San Giovanni Bosco mentre il prete celebra la messa: una dozzina di fedeli uccisi, il tempio incendiato e distrutto. Sfuggito a una quantità di altri attentati Aristide scende risolutamente in politica. Crea un partito e concorre alle elezioni per la presidenza della Repubblica. Da una bidonville all’altra i poveri inneggiano a “Tidit” e al suo nazionalismo progressista e populista antiamericano (“gli Stati Uniti più pericolosi dell’Aids!”). Lo accoglie un plebiscito, quasi il 70 per cento dei voti contro il 15 scarso al candidato conservatore. Come capo dello Stato dovrebbe restare al potere cinque anni ma passano appena sette mesi e i militari tentano un golpe. Aristide incita i suoi partigiani a sottoporre i nemici al “padre Lebrun”, il supplizio del pneumatico in fiamme attorno al collo (Lebrun era un gommista di Port-au-Prince). Il 30 settembre del 1991 l’esercito ha il sopravvento, il neoeletto trova riparo dall’ambasciatore francese che gli dà una mano per raggiungere il Venezuela e poi Washington, dove chiede protezione e rinnega il suo antiamericanismo.

Bill Clinton generoso perdona e manda ventimila marines a riportarlo in patria. Come presidente è ricco di promesse. Due milioni di nuovi posti di lavoro. Un reddito decente. Scuole per tutti. Ospedali, ambulatori in ogni ghetto. Alla gogna i fannulloni e all’ergastolo i corrotti. Basta con i soprusi. Basta con le milizie omicide. Libertà dalla fame, libertà di pensare. Al principio convince anche la comunità internazionale. Il Fondo monetario gli concede crediti, le giurie premiano con riconoscimenti prestigiosi questo prete indomito che si batte per l’affermazione della democrazia e della giustizia sociale. Molti non sanno che frattanto non è più prete, ha ottenuto la dispensa dal Vaticano e preso moglie, Mildred, un’avvocatessa di origine haitiana conosciuta a New York dalla quale avrà due figlie. Il gusto del potere e l’aria infetta della politica haitiana cambiano il personaggio, che incomincia a cedere alle vecchie ricette locali, corruzione, uso delle milizie parallele, giustizia addomesticata, eliminazione dell’avversario, e denaro da affastellare con qualsiasi mezzo. Ma la maschera del buon democratico e del riformatore coraggioso gli cade definitivamente nel suo secondo quinquennio presidenziale, ottenuto con un suffragio inquinato da brogli, manipolazioni, intimidazioni. È incapace di trovare soluzioni ai problemi del paese, di colmare almeno un poco le disugua- glianze sociali, spende male i soldi che gli arrivano dall’estero, sceglie ministri e consiglieri tra familiari, agenti dei Servizi speciali, adulatori bravi soltanto ad alimentare il suo ego smisurato.

Messo alle strette dagli Stati Uniti, scioglie l’esercito e lo trasforma in un corpo di polizia inefficiente, male pagato e male armato. Mentre proclama di voler “costruire una nazione fatta di amore”, lascia fare ai corpi speciali, le Chimere, le bande dei giovani reclutati nelle bidonville che sono padroni del campo e taglieggiano, minacciano e uccidono gli oppositori, trafficano in droga, così come traffica su vasta scala qualche personaggio del clan governativo. Secondo il New York Times il 15 per cento della cocaina consumata negli Stati Uniti passa da Haiti. Aristide vive sempre più trincerato nel palazzo bianco di Tabarre o nella villa fastosa che con ironia involontaria ha chiamato Casa del popolo, dalla quale gorilla e sentinelle armate tengono il popolo a debita distanza. È diventato ricco. Frequenta famiglie che avevano beneficiato del regime dei Duvalier e si dice che con alcune abbia fatto buoni affari. Lo accusano di avere intascato donazioni straniere, in particolare i milioni di dollari offerti da Taiwan per costruire acquedotti (metà degli haitiani manca di acqua potabile). Un tempo campione della trasparenza, a chi gli chiede l’origine della sua fortuna risponde impassibile che se l’è fatta con i diritti d’autore dei libri e con le conferenze all’estero. Nel suo naufragio, “Tidit” lascia scorrere il sangue e dilagare la paura. L’università assalita e devastata dai miliziani, giornalisti assassinati o desaparecidos, scorrerie e carneficine nei villaggi. Il caos. Torture, estorsioni, rapimenti. Rischiando la vita, i difensori dei diritti dell’uomo denunciano l’impunità che Aristide dona ai suoi protetti: e sarebbe forse il momento che l’Unesco lo costringesse a restituire il premio che gli aveva solennemente consegnato, come campione di quegli stessi diritti ora violati.

Due mesi fa, alle celebrazioni del bicentenario dell’indipendenza di Haiti progettate come l’apoteosi del presidente, non c’era nessuno dei centoventi capi di Stato invitati, né Castro né i leader latinoamericani di sinistra, il venezuelano Chávez, il brasiliano Lula, l’argentino Kirchner. Sul palco degli ospiti illustri soltanto il sudafricano Mbeki, imbarazzato alla notizia che nelle piazze di Port-au-Prince la polizia affrontava con raffiche e lacrimogeni le manifestazioni di disoccupati, sindacalisti, intellettuali, studenti contro il “nuovo Duvalier”. Jean-Bertrand Aristide, detto “Tidit”, adesso è solo. Lo hanno abbandonato i preti di base che avevano contribuito ai suoi trionfi, e pure gli idealisti delusi e la gente che aveva creduto alle sue promesse. Haiti ha ripreso a bruciare al fuoco dei ribelli. Nelle baraccopoli dove era adorato come un Messia si diffonde lo slogan degli studenti: “Twop san koulé/ Fok Aristid alé”. “Troppo sangue è versato/ Aristide se ne deve andare”.

di Gino Nebiolo

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi