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Antonio Craxi

Bettino raccontava che da piccolo menava tutti. Compreso suo fratello Antonio, se necessario. Si somigliavano molto, da bambini. Bettino era più grosso ma anche più buono. Dicono che in famiglia l’astratto fosse lui. Antonio era più giovane di due anni, nato nel ’36, e forse aveva preso più dalla madre, Maria, donna lombarda, concreta, figlia di commercianti di Sant’Angelo Lodigiano; e Bettino invece dal padre, Vittorio, siciliano, più etereo, vice prefetto a Milano, prefetto a Como.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 16 luglio 2000

Bettino raccontava che da piccolo menava tutti. Compreso suo fratello Antonio, se necessario. Si somigliavano molto, da bambini. Bettino era più grosso ma anche più buono. Dicono che in famiglia l’astratto fosse lui. Antonio era più giovane di due anni, nato nel ’36, e forse aveva preso più dalla madre, Maria, donna lombarda, concreta, figlia di commercianti di Sant’Angelo Lodigiano; e Bettino invece dal padre, Vittorio, siciliano, più etereo, vice prefetto a Milano, prefetto a Como. Bettino era molto religioso e, beninteso, lo era anche Antonio. Erano chierichetti tutti e due, studiavano entrambi dai preti. Sta di fatto che don Francesco Ceriotti disse che la vocazione l’aveva Bettino: era lui a raccontare quella storia del dipinto e degli occhi. In chiesa, diceva, c’era un quadro con una Madonna che l’inseguiva con lo sguardo. Restava ore a fissarla. Fingeva di andarsene, poi si girava e zac, eccoli, gli occhi si erano spostati. Lo giurava. Mentre narrava quest’episodio per la millesima volta, ad Hammamet, ancora l’anno scorso, Bettino aveva nell’espressione un nonsoché. A ogni modo la vocazione passò da religiosa a politica. Antonio intanto macinava esami alla facoltà di Scienze economiche della Bocconi. Ogni tanto prestava due o tremila lire al fratello, ed erano soldi per il partito.

Antonio divenne un riuscitissimo uomo d’affari. In via della Passione 8 aprì uno studio da consulente aziendale che divenne uno dei più cari di Milano, giusto il tempo di cominciare a fare affari anziché consigliarli. Smistò i suoi interessi. Divenne socio di una grossa azienda di pulizie che aveva appalti in enti pubblici, industrie e banche. Lo videro alle Bahamas mentre studiava il meccanismo dei paradisi fiscali. Con un vecchio compagno di bigiate scolastiche, Giorgio Tradati, aprì un ristorante in piazza Formentini, a Brera. Si diede decisamente alla bella vita: auto sportive, seratine, donne. E a Rodi Garganica, provincia di Foggia, anche un motoscafo col marinaio personale. Pare non vi sia troppo da soffermarsi, su quei suoi anni Sessanta. Neppure sul primo matrimonio. Né sul divorzio. Tutto prevedibile, fisiologico. Come l’incontro che lo sospinse verso una seconda giovinezza a sua volta fisiologica, per quanto forse – ti spiegano – il vero cambiamento cominciò giusto da lei, Sylvie, ex modella del sarto Jean Patou. Flessuosa, molto francese, cheta, spirituale. Antonio mise la testa a posto, come si dice. Salutò la Milano tentacolare. Andarono a vivere in una splendida fattoria a Pontevecchio di Magenta, a una quarantina di chilometri da Milano. Che posto. Centomila metri quadri di parco. Maneggio. Piscina scoperta e coperta. Campo da tennis. Persino il recinto dei daini. Il secondo matrimonio nacque sotto i migliori auspici.

Sylvie era incinta. Il futuro era carico di promesse e buoni propositi. A meno che ti nasca un figlio epilettico. Fu nel 1973. Lo chiamarono Andrea, nacque immaturo. Sindrome di West, dissero. A sei mesi si ammalò di un qualcosa che ha cento nomi. Rimase paralizzato, spastico, viveva disteso, cresceva il suo corpo ma non il suo cervello. Terribile. Forse insuperabile. Neppure la nascita della secondogenita Bettina, nel ’75, poté alleviare. E neppure, l’anno dopo, quella di Sandra. Perché intanto c’era di là Andrea, disteso. Antonio pellegrinò dai maggiori luminari della medicina mondiale, inutilmente. Poi, ecco, forse accadde qualcosa: ma una fonte che ti confermi che ad Antonio accadde effettivamente qualcosa, non la trovi. Ti fanno passare per comprensibile anche il viaggio dai guaritori delle Filippine, dunque il suo volgersi direttamente al soprannaturale. Questo e altro, per un figlio. E sta bene. Ma Antonio e Sylvie, sino ad allora, si erano limitati a professarsi credenti in un Dio normale, borghese. Non andavano neppure a messa. Ora, vulnerabili, giravano da un parapsicologo all’altro.

Gli parlarono di Sai Baba, un santone indiano che faceva i miracoli come Gesù. Leggenda vuole – va detto che le leggende abbondano, di qui in poi – che alla libreria Rizzoli, in Galleria, un addetto alle pulizie gli scovò un testo striminzito: “Sai Baba, l’uomo dei miracoli”. Va detto, pure, che la biografia di Sai Baba sfuma continuamente nella leggenda. Gli accreditano miracoli d’ogni sorta, ciechi che vedono e cadaveri restituiti alla vita. In India ha milioni di fedeli. E scuole, ospedali, strutture. Ha seguaci in tutto il mondo e simpatizzanti anche di prestigio. Andò a trovarlo anche Edoardo Agnelli. Il suo simbolo è un fiore con gli emblemi delle principali religioni; sua specialità è la materializzazione, soprattutto di gioielli e manciate di una polvere sacra dal vago sapore di sapone, la vhibuti. Sai Baba, o “Swami”, sarebbe la reincarnazione di Dio.

Antonio e Sylvie partirono per l’India. A Bangalore parteciparono a un darshan, un raduno. Sai Baba intanto materializzava cenere. Sylvie estrasse una foto di Andrea. Il guru la toccò. Dopo 15 giorni ottennero udienza. Sai Baba materializzò un anello d’argento che Antonio porta ancora oggi, e disse: “Io darò a vostro figlio un futuro tutto dritto”. Diede loro una vhibuti speciale. Prima di ripartire incontrarono nuovamente una bambina che era rimasta paralizzata per un trauma cranico, il guru le aveva dato della vhibuti: ora la bambina correva. Tornarono a casa speranzosi. Deposero la polvere sul letto di Andrea. Ed ecco, tre giorni dopo il bambino si svegliò di soprassalto per una strana crisi. Lo portarono in ospedale. Dopo sette giorni era morto. E si potrebbe ipotizzare che Antonio non abbia più retto la realtà, e che dunque, di lì in poi, l’abbia trasformata in una realtà personalizzata che potesse restituirgli un’accettabile chiave interpretativa, dapprima di quell’episodio e poi di ogni cosa. Macché. Niente da fare.

Le fonti scuotono la testa. L’incredibile, dicono, “è che Antonio è sempre rimasto perfettamente normale”. Anche se il suo ragionamento fu questo: “Andrea è morto dopo sette giorni, e sette è un numero mistico. E’ la volontà di Sai Baba”. Tornarono in India nel marzo del ’77. Il guru li ignorò: “Fingeva di non vederci, era un test che ci voleva fare”. Nel dicembre successivo li ricevette. Sylvie era di nuovo incinta. “Swami, nostro figlio è morto”. “Lo so”. Ma il guru li convinse che il nuovo bimbo, un maschio, sarebbe stato la reincarnazione di Andrea. Tornarono in Italia. Sopra il caminetto, la foto di Andrea e quella di Sai Baba. Sylvie partorì una femmina, la terza. Non Andrea: la chiamarono Amanda. Tornarono in India, Sai Baba si accostò al neonato e chiese: “E’ maschio o femmina?”. Si sentirono presi in giro. Ma poi Sylvie fece un sogno; c’era Swami, gli occhi e le braccia verso l’alto, che le diceva: “Non potevo derogare alla mia legge”. In un libro trovarono questa frase: “Nella Creazione, Dio non fa mai una cosa uguale a un’altra”. Era la prova. Si accorsero che tutto sommato Amanda somigliava proprio ad Andrea. Rientrarono in Italia ma ritrovarono una realtà che non riconobbero più. Decisero di andare a vivere da Sai Baba, e per Sai Baba. Forse Bettino avrebbe voluto menare tutti anche da grande. La sua reazione pare sia stata: “Ti mando l’Interpol, io ti faccio arrestare”. Pensava che fosse un guretto che mangiava i patrimoni alle vecchiette. Tutto il parentado rimase scolnvolto. Ci furono riunioni, discussioni. Bettino ricordava l’affarista spregiudicato; ora trovava un tizio che gli parlava di yoga devozionale e mantra, che non fumava più, non beveva più e non mangiava più carne: “La fattoria te la tieni”, impose. Il resto fu liquidato.

Antonio prese quel genere di postura da poeta rinascimentale che è propria di chi esce di casa senza portafoglio e deroga certe faccende agli amici o ai familiari. La nuova vita incominciò. Si trasferirono a Puttaparthi, India meridionale, due modesti locali in una delle strutture del guru. Sistemò le figlie in un college, sempre di Sai Baba, e si guadagnò lentamente la sua piena fiducia. Non si è mai capito se gli abbia dato soldi: lui nega, dice che Swami può materializzare ogni cosa dal nulla. Però l’enorme lampadario che troneggia nella sala principale dell’ospedale di Bangalore, di Sai Baba, fu un regalo di Antonio. Gli amici ricordano le decine di casse necessarie per trasportarlo. Quel che accadde in seguito riposa sui racconti di Antonio.

Nel 1980, Sylvie rimase di nuovo incinta. Un mattino, dal nulla, Bettina disse: “Voglio vedere Andrea”. La bimba puntò il dito verso il ventre della madre: “Mamma, tu hai Andrea qui”. Stupore, chi gliel’aveva detto? Sai Baba. In sogno. “Vi ho dato lo stesso bambino”, rivelò il guru pochi giorni dopo, “avrete un maschio”. Piansero di felicità. E venne il tempo del parto. Il 26 gennaio 1981, un lunedì, Swami disse: “Il bambino è pronto, però dopodomani non è un buon giorno per nascere. Meglio il giorno dopo. Partorirai senza dolore”. Dunque mercoledì 28 grande agitazione, all’ospedale di Bangalore. Riuscirono a tirare il giorno dopo, ma dovettero procedere col taglio cesareo. Fu un calvario. Infermieri che andavano e venivano. Nacque cianotico, tutto blu, lei partorì decisamente con dolore e per rimettersi impiegò tre giorni. Ma era nato un maschio, miracolo. Swami avrebbe detto, qualche giorno più tardi: “Io ero lì. Il bambino non aveva vita e dopo 25 minuti io gliel’ho data”. Accanto a Sai Baba c’era uno degli anestesisti che aveva assistito al parto, che disse: “E’ vero, è così”. Fu organizzata una festa. Il guru scelse il nome del bambino: Victory. Materializzò una catenina d’oro e c’è la foto di lui col neonato in braccio.

Antonio divenne una sorta di ministro per la propaganda con l’estero. Prese a tornare in Italia un po’ più spesso. Bettino gli telefonava ogni volta che poteva, cercava di tenerlo d’occhio, incaricava amici perché gli evitassero guai, lo chiamava amichevolmente “quel matto di mio fratello” e tutti dicono che gli voleva molto bene. Antonio non era un invasato. Seguitava a vestire all’occidentale, era pacato. Al limite bruciava un po’ di incensi in fattoria. Questo all’inizio. Il problema è che Bettino Craxi era già Craxi, e in Italia circolarono le prime battute: Bettino Craxi vuol salvare l’Italia, Antonio Craxi il mondo. In India, invece, Sai Baba presentava il suo ministro come “il fratello del primo ministro italiano” e Antonio si vergognava, spiegava che peraltro Bettino non era neanche premier. La risposta era: “Lo diventerà”. Le iniziative di Antonio fecero notizia. Sui giornali apparvero titoli come questo: “Seguaci di un santone indiano a Magenta in assemblea nella tenuta di Antonio Craxi, il capo spirituale della setta in Italia”.

Bettino mise le mani negli ultimi capelli. Antonio organizzò due raduni tra maggio e luglio ’82. Ci sono dei filmati. La piscina di Magenta coperta con un tendone da circo. Sulla vasca, un tavolato. Moquette arancione ovunque. E mille seicento persone, gli uomini a destra e so

va esteso a qualsiasi forma di corruzione... senza la religione e l’altruismo, la politica è una porcheria da evitare”. Gli chiesero: ma suo fratello appoggerà la campagna? E lui: “Certo”. Mica tanto. A Bettino certe crociate non piacevano. Fonti ben informate gli attribuiscono uno straclassico “un paio di tette non hanno mai fatto male a nessuno”. A ogni modo Antonio proseguì per la sua strada. Nel marzo ’86 costituì il Comitato per la difesa dei diritti umani. Non si è capito se Sai Baba c’entrasse qualcosa. Antonio raccolse 50 mila firme contro la pornografia e scrisse al presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, e al presidente del Consiglio, Bettino Craxi. Cossiga gli rispose, Bettino no. Il comitato distribuì un opuscolo con frasi sufficienti a guadagnarsi una mozione di censura dell’Onu: “La pornografia deforma la natura dell’uomo e degenera la razza”.

Poi l’incontro: Bettino Craxi e Sai Baba. Fu il 4 novembre ’86, al termine di un viaggio in Cina della presidenza del Consiglio. Il volo venne fatto deviare su Puttaparthi per una visita strettamente privata. C’era la moglie Anna, il figlio Roberto (Bobo) e ovviamente Antonio. Non si sa molto. Bettino ha fatto cenno a un grande ritratto del fratello che li sovrastava. Antonio ha raccontato che Swami prese a massaggiare il cuore del fratello e che materializzò gioielli e consigli politici. Nicola, l’autista, ha detto che Bettino gli raccontò di un Sai Baba che faceva il furbo: raccomandava di volgere occhi e braccia verso l’alto, intanto si faceva scivolare dalle maniche gioielli e una strana polvere. Neppure dei consigli politici si sa bene. Craxi comunque tornò in Italia e perse la poltrona. La campagna antiporno si fece furiosa. Firme, manifesti, volantini apocalittici e una mostra itinerante in varie città d’Italia. E qualche sparata: “Chi sono Berlinguer, Craxi, Almirante? Il loro ego li fa lottare per qualcosa di inutile”. Intanto non mancavano cattivi presagi per la famiglia intera. Alla fattoria di Magenta, nel tardo aprile ’87, vi fu una rapina. Rubarono una catenina d’oro regalata da Sai Baba e simulacri vari. Forse fu un presagio anche la storiaccia dell’opuscolo “I valori umani”, un trattatello di precettistica, un po’ stupidotto. Antonio riuscì a farlo distribuire in tutte le scuole medie di Milano. Sponsor: Fininvest e Ligresti. Il problema è che spuntarono anche finanziamenti comunali e regionali con tanto di avallo del provveditore agli studi, e delibere un po’ fumose.

Montava il primo anticraxismo, fu scandalo: “Sai Baba e i 100 milioni” titolò Panorama nel dicembre ’89. Al resto provvidero le polemiche inscenate, soprattutto, dalle sezioni femminili dei sindacati. I passaggi incriminati: “L’uguaglianza tra uomo e donna è una chimera”; “la pace della casa dipende dalla donna”, il cui comportamento “impudico e immorale” può essere responsabile “del declino di un’intera nazione”. Altri passaggi fecero

Organizzò due raduni tra maggio e luglio ’82. Ci sono dei filmati. La piscina di Magenta coperta con un tendone da circo. Moquette arancione ovunque. E mille seicento persone, gli uomini a destra e le donne a sinistra, a intonare i sacri bajans, le vibrazioni sonore che aprono la strada all’amore divino. Sullo schermo, doppiata da un Craxi ispiratissimo, la videocassetta del guru, che aveva più di 50 anni ma dalle immagini sembra un trentenne. Poi un trono. Sai Baba vi si sarebbe seduto il giorno in cui fosse venuto in Italia, annunciarono. Quando? Presto. L’attivismo di Antonio restò moderatamente imbarazzante. Circa i suoi vaghi accenni a un “socialismo dello spirito”, i più tesero a sorvolare. Le cose si complicarono quando, mentre Bettino diventava presidente del Consiglio, decise di lanciare una campagna contro la pornografia. Era entrato in un negozio di videocassette, leggenda vuole, e aveva visto un bambino con l’espressione paralizzata davanti a immagini di amplessi e ammucchiate. S’indignò. Istituì un comitato. Sui giornali, titoli come questi: “Parola di Craxi, renderò l’Italia finalmente pulita”. E uscite come queste: “Il discortenerezza, più che altro: “Droga, vade retro satana: questa è l’azione giusta”. Ingenuità. Clientelismo? Se inteso come automatismo di alcuni amministratori nei confronti dell’echeggiare di un cognome, lo fu. Il 21 dicembre ’89 Antonio annunciò che avrebbe restituito i finanziamenti. Bussavano gli anni Novanta. E fu Mani pulite. La rigenerazione morale secondo un altro Antonio, forse un po’ meno mistico. Gli occhi verso il basso e le braccia pure, ammanettate. Nessuno ha più voluto le mostre di Antonio Craxi. La procura di Milano lo indagò in quanto parte dei suoi soldi erano gestiti dal compagno di bigiate Giorgio Tradati, uomo di Bettino. Il passaporto francese di Sylvie si prestò a ipotesi fantascientifiche. I due coniugi si trasferirono in Normandia. Antonio è stato prosciolto direttamente dal pm Gherardo Colombo. Le disgrazie riuniscono sempre. Antonio prese a restare più in Italia che in India. A parte Ananda, anche gli altri figli sono tornati tutti. Parlano il sanscrito come l’italiano. Sai Baba ha compiuto 70 anni nel 1996. In Italia non è venuto mai. Antonio è rimasto devoto, ma gli è tornato il pallino degli affari e importa dall’India prodotti di cosmesi ayurvedica. La fattoria di Magenta l’ha tenuta, alla fine. Ti raccontano che Bettino volesse farne una scuola di partito, le Frattocchie del Psi. Negli ultimi anni i due fratelli si sono rivisti ad Hammamet. Di ritorno dalla Tunisia, Antonio diceva ogni volta: “Bettino è animato da un grande spirito religioso”. E può darsi anche questo. Nell’esilio tunisino, gli ecclesiastici erano di casa. Nella primavera del ’95 venne a cena Fouad Twal, il vescovo di Tunisi. Restò fino alle 3 del mattino. Poi accadde che il nunzio apostolico Edmond Farath invitò Bettino a un ricevimento della prelatura di Tunisi. Il Vaticano lo stava ufficialmente riabilitando. Ma il più assiduo rimase forse padre Lino Lozza, rettore di una chiesa romana. Si conoscevano dai tempi del Raphael. Diceva sempre che Bettino si sarebbe redento, anche se a messa non andava mai. “Parla sempre di cose religiose”, insisteva, e favoleggiava di alcune lettere scritte da Bettino al padre Vittorio e conservate da un sacerdote milanese: “Sembravano scritte da Pier Giorgio Frassati”. Poi, il 22 gennaio 2000, i funerali di Bettino Craxi. E siccome tra fratelli ci si somiglia da bambini e poi da vecchi, la figura di Antonio fece una certa impressione. Le stesse cadenze, lo stesso modo di maltrattare gli occhiali, la stessa camminata indaffarata e caracollante. La sera, Antonio si alzò il bavero del loden e disse: “Bettino aveva deciso, e quando decideva, nessuno poteva fargli cambiare idea”. Spiegò che suo fratello si sarebbe reincarnato. Era triste. Era un italiano, mezzo indiano, che camminava nel giardino degli aranci di un cimitero cristiano di un paese musulmano. Di suo fratello, aveva una stessa espressione di nonsoché, una stessa passione, quale che fosse.    


In breve
E’ nato a Milano nel 1936. Laureato in Scienze economiche alla Bocconi, negli anni 60 divenne un uomo d’affari. Dopo un fugace primo matrimonio, sposò l’ex modella Sylvie e con lei, nel 1976, si convertì al verbo del santone indiano Sai Baba (“Swami”). Andò a vivere in India. Organizzò raduni italiani in onore di Sai Baba e riuscì a convincere il fratello Bettino, da presidente del Consiglio, a recarsi in visita privata dal santone. Negli anni di Mani pulite è stato indagato e poi assolto da ogni addebito. Si occupa di import export con l’India. E’ tutt’ora seguace di Sai Baba.   


Filippo Facci, 33 anni, lavora a Mediaset e scrive per il Giornale.
 
 

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