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Alì Afsahi

Non è insolito che un prete si spreti per amore. Più raro che lo sia per amore del cinema. Caso forse unico che il prete in questione sia un mullah islamico. L’hojatoleslam (un grado meno di ayatollah) Ali Afsahi, 41 anni, volto affilato, figura, portamento, sguardo febbrile da asceta, ha anche il physique du rôle del fanatico religioso, del mistico e persino del martire.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 7 dicembre 2003

Non è insolito che un prete si spreti per amore. Più raro che lo sia per amore del cinema. Caso forse unico che il prete in questione sia un mullah islamico. L’hojatoleslam (un grado meno di ayatollah) Ali Afsahi, 41 anni, volto affilato, figura, portamento, sguardo febbrile da asceta, ha anche il physique du rôle del fanatico religioso, del mistico e persino del martire. Fanatico lo è certamente. Il suo attaccamento al cinema rasenta il misticismo degli antichi sufi, la morbosità dai santi e dei visionari. Ci sono molti modi per arrivare a Dio. Sostiene che per lui amare il cinema è un modo per amare Allah. Ci sono stati gli appassionati teologi della liberazione, poi i macabri teologi della guerra santa. Lui verrebbe da definirlo una specie di “teologo del cinema”, meglio dell’“amore per il cinema”. Per il cinema è pronto anche al martirio, per cui non nasconde una sorta di inquietante vocazione.

Rischia che lo accontentino, perché si è messo in testa che la missione della sua vita è spiegare e convincere di questo, convertire all’amore per il cinema, tutto il cinema, gli ayatollah iraniani. Per anni ha fatto la spola tra Teheran e i seminari teologici delle città sante di Qom e Mashad per cercare di comunicare questa sua passione agli altri chierici e anche alle massime autorità religiose iraniane. Proiettava “Malèna” di Giuseppe Tornatore e cercava di spiegargli, nella più pura tradizione della poesia mistica persiana di Hafez e Omar Khayyam (e del biblico Cantico dei cantici prima di loro), che le forme senza veli di Monica Bellucci non hanno niente a che fare con la pornografia ma sono una rappresentazione dell’“angelo della bellezza”, un “inno all’amore e alla comunione con Dio”. Gli proiettava “Natural Born Killers” di Oliver Stone, e cercava di spiegargli che non si tratta di un’orgia di violenza gratuita, ma di un apologo su come all’origine di ogni violenza ci sia una mancanza d’amore (“è un film che va letto a rovescio, a cominciare dalla fine”). Gli mostrava “Reservoir Dogs” di Quentin Tarantino, e glielo interpretava come una parabola religiosa cristiana (“Una storia semplice che ha radici antiche: Gesù che incontra per caso tre persone che hanno trovato un tesoro, e finiscono poi per uccidersi l’un l’altro”). Gli mostrava “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman, e gli spiegava che è una parabola che insegna a non temere la Morte. Mostrava Fellini, Rosi, Visconti, Bertolucci, Pasolini, Fassbinder, Kazan, Scorsese, Kubrick e i fratelli Coen, Leone, Chaplin e Hitchcock. Con un’idea fissa: “Che cinema e religione, amore di Dio e di Allah non sono in contraddizione, sono due modi, l’uno finestra dell’altro per esprimere l’amore per la vita e l’umanità”.

Ma dietro questa visione mistica c’è anche un altro elemento, molto più terreno: la convinzione che l’amore si definisce anche e soprattutto in opposizione al suo contrario, l’odio, che “il vero amore è inseparabile dalla libertà, perché si fonda su una libera scelta reciproca” e che “attraverso il cinema società molto diverse possono incontrarsi direttamente e parlarsi senza interferenze”. Non mi dirà che ha mostrato agli ayatollah anche “Ultimo tango a Parigi”? “Perché no? Bellissimo. Quando uscì, qui a Teheran corremmo tutti a vederlo. Lo davano al cinema Boulevard. Però era vietato ai minori di 18 anni”. Gli ha mostrato anche Amos Gitai o altri film israeliani? “Quelli purtroppo non li conosco. Ma perché non avrei dovuto mostrarglieli? Io sono convinto che nessun libro vada proibito, o mandato al rogo, per nessuna ragione. A maggior ragione vale per i film”. Qualcuno di questi suoi allievi di cinema l’ha forse convinto. Altri no. C’è chi ha definito Afsahi come “il mullah che è riuscito a mettere il turbante a Hollywood”. Altri come l’uomo che ha cercato di mettere Hollywood nel turbante degli ayatollah. Se è nata, nell’improbabile terreno di coltura di una rivoluzione islamica integralista, una cinematografia iraniana di tutto rispetto e prestigio mondiale, è anche grazie al fatto che da incaricato della supervisione della commissione per il Cinema del ministero della Cultura e della Guida islamica, era toccato proprio a questo fanatico insaziabile della celluloide visionare i film di Abbas Kiarostami, Mohsen Makhmalbaf e Dariush Mehrjui. Anziché censurarli, li ha protetti, incoraggiati e promossi. Finché è finito stritolato nella guerra senza quartiere tra i riformisti del presidente Mohammad Khatami e gli integralisti che si richiamano al leader spirituale ayatollah Ali Khamenei. Un tribunale ecclesiastico l’ha processato e condannato per “vilipendio della religione e del clero”, l’hanno incarcerato per mesi nella famigerata prigione di Evin, gli hanno tolto tutti gli incarichi nel cinema, gli hanno tolto l’abito talare. “L’inferno è incontrare gente che non ti capisce”, riassume con una citazione da Bergman.

Neanche le botte e le sevizie in carcere gli hanno fatto perdere il senso dell’humour. Riesce a raccontare divertito del processo: “Il capo dei giudici islamici mi chiede di pentirmi e riconoscere che ho fatto male a far proiettare tutte quelle porcherie, che ho introdotto la corruzione americana. Gli chiedo se ha visto i film cui si riferisce. Mi risponde che non ci pensa nemmeno. Gli chiedo se sarebbe disposto a vederli assieme a me, magari glieli traduco visto che non sa l’inglese, e li commentiamo insieme. Si mette a urlare: qui non siamo mica al cinema. Dice che ho offeso l’Islam. Gli rispondo che su questo argomento lui non ha più titoli di giudicare me, di quanti ne abbia io di giudicare lui (il clero sciita non ha una gerarchia: ognuno fa dottrina per conto suo, si sale di grado solo in base al numero di seguaci, non per cooptazione). Dichiara che sono indegno della veste che porto e mi fa sbattere in galera”. Soffre per essere stato spretato? “La misura è grave e infamante. Si applica in genere per indegnità morale, per intenderci se un mullah stupra bambini, o per corruzione. Ma io non riconosco quel tribunale. Altri ayatollah mi hanno detto che avrei anche potuto non accettare il verdetto, continuare a indossare abito e turbante. Sono figlio di operai, ho scelto di entrare nella scuola coranica a otto anni perché ero attratto da un amore irrefrenabile per Allah. Ora amo Dio come e più di allora. Ma si può amare Allah anche senza quell’abito. Anzi, forse è meglio così, perché quell’abito negli ultimi tempi ha perso, agli occhi del popolo, parecchio del suo significato originale di amore di Dio e degli uomini. Lo conservo con cura. Tornerò a indossarlo quando non sarà più un simbolo di arbitrio, censura, chiusura di giornali, arresti di studenti e intellettuali e tornerà a essere simbolo di dialogo e amore”.

La storia d’amore non corrisposto di Ali Afsahi viene raccontata in “Medium of love”, un film di Elli Safari, cineasta iraniana che ora vive in Olanda. S’erano conosciuti quando lei gestiva la principale cineteca a Teheran e lui, affamato di film di ogni genere, glieli mandava a chiedere in visione dal ministero. Solo dopo aver visto per caso su una rivista la foto del suo più vorace utente, si era accorta che si trattava di un ecclesiastico. È una storia d’amore (quella del protagonista per il cinema) intrecciata a un’altra delicata storia d’amore (quella di Ali per Zahra, sua moglie, conosciuta mentre lei da studente beveva le sue lezioni sul cinema). L’hanno girato semiclandestinamente a Teheran, per lo più a casa loro. In Iran non è mai stato proiettato. Ma l’unica copia inviata per visione ai nuovi responsabili del cinema ha già portato all’apertura di una nuova inchiesta. Il film è stato presentato a Roma agli Incontri con il cinema asiatico al Capranica. C’era anche Ali, che aveva avuto il passaporto grazie all’intercessione del presidente riformista, anche lui mullah. Abbiamo fatto l’alba a chiacchierare, io quasi aspirante rabbino, lui quasi ayatollah, di cinema e altro, nella hall del suo albergo su piazza Montecitorio. Il giorno dopo sarebbe ripartito per l’Iran, dove forse l’aspetta un nuovo processo. Magari anche per quello che mi dice e che gli pubblico. Gli ho chiesto di Hashem Aghajari, il professore di Storia condannato a morte da un tribunale di religiosi come blasfemo per aver sostenuto che non bisogna “seguire ciecamente i propri leader religiosi”. Quasi la stessa età, entrambi “figli” della stessa rivoluzione islamica khomeinista, simili “eresie”. In che cosa siete diversi? “Solo per il fatto che lui non si occupa di cinema”. Mi passa all’improvviso per la mente la figura di un altro “pazzo d’amore per Allah”, il mistico Mansur al-Hallâj, scorticato a frustate, mutilato di mani e piedi, crocifisso, decapitato e bruciato a Baghdad nel 922 per le sue eresie. Ecco dove ho già visto il volto affilato, triste e mite del mio interlocutore: nelle antiche miniature del suo supplizio riportate nei quattro volumi che gli dedica Louis Massignon. Mi guardo bene dal dirglielo. Ma deve avermi letto qualcosa negli occhi. “No, no. Non cerco affatto il martirio. Ma se ha da venire non mi fa paura”, mi dice di punto in bianco. Al momento del congedo si toglie i guanti di cotone bianco che aveva indossato per dare la mano alle signore presenti, senza dover entrare in contatto fisico con loro, mi abbraccia e mi sussurra: “Uno dei problemi è che persone come te possano finire col trovarsi in sintonia con persone come me”. A vero dire, non proprio del tutto in sintonia in fatto di gusto filmico. Io vado pazzo per i film di James Bond. A lui fanno schifo.

Gli chiedo qual è il film più bello che ha visto ultimamente. “Breaking the waves” di Lars von Trier, risponde. Non sono così sicuro di aver voglia di andarlo a vedere. Riusciamo a convenire sul “Postino” e “Nuovo cinema Paradiso”. Forse la differenza è che io vado al cinema per divertirmi, lui per raggiungere l’estasi. Da 25 anni passa 18 ore al giorno a studiare l’Islam e vedere film. Tra le due cose non fa differenza. E la tv? È l’unico argomento che gli procura uno scatto di intolleranza: “Ah no. La televisione è un’altra cosa. Non dà il tempo di pensare. Riesce a distruggere anche i film più belli, il che è tutto dire. Tra cinema e tv passa la stessa differenza che c’è tra conversazione e chiacchiericcio di comari. Il cinema si rivolge al cuore e al cervello. La televisione a qualcos’altro. Cos’altro può fare uno strumento che pretende di spiegarti in pochi minuti, tra una pubblicità e l’altra, un gioco insulso e l’altro, la vita, la politica, magari Dio, l’amore e il mondo?”.

di Siegmund Ginzberg

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