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Ahmad Shah Massoud

Un’aquila vola alta e solitaria sopra la valle che si restringe, assumendo la forma di un orrido imbuto. Per gli afghani l’aquila è il simbolo del comandante Massoud. Lui ne incarna la forza regale e l’astuzia, e secondo la leggenda ce n’è sempre una a far da sentinella al guerriero indomabile. La prima volta che lo incontro, il suo nido d’aquila è mimetizzato fra le aspre cime dell’Hindu Kush, invisibile fino all’ultimo momento.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio dell'11 marzo 2001

Un’aquila vola alta e solitaria sopra la valle che si restringe, assumendo la forma di un orrido imbuto. Per gli afghani l’aquila è il simbolo del comandante Massoud. Lui ne incarna la forza regale e l’astuzia, e secondo la leggenda ce n’è sempre una a far da sentinella al guerriero indomabile. La prima volta che lo incontro, il suo nido d’aquila è mimetizzato fra le aspre cime dell’Hindu Kush, invisibile fino all’ultimo momento. È il 1987, molte guerre fa. Ahmad Shah Massoud mi attende davanti a un pranzo imbandito sopra una tovaglia un tempo lussuosa, distesa, come d’abitudine, sul pavimento di una casupola fatta di pietre. Riso e carne conditi con un ottimo yogurt, che in Afghanistan viene offerto in segno di rispetto nei confronti dell’ospite. Mi sbalordisce un altro onore concessomi da Ahmad Shah: poiché non si usano posate, lui stesso spezza con le sue mani le parti migliori del montone, servendole nel mio piatto.

Seduto per terra a gambe incrociate, con i piedi scalzi nonostante il freddo, il famoso comandante sembra un mujahed qualunque. Ha un fisico smilzo e un pizzetto dannunziano. Quello che colpisce sono gli occhi di brace con i quali ti fissa, e il modo di parlare accompagnato, a tratti, da un gesticolare profetico. Ahmad Shah Massoud oggi ha 48 anni e continua a lottare per il suo paese. Adesso contro i talebani, gli integralisti islamici che hanno trasformato l’Afghanistan in un emirato governato dalla Sharià, la legge del Corano. È nato a Bazarak, nella lunga valle del Panjsher che dalla catena dell’Hindu Kush scende fino a Kabul, la capitale afghana, figlio di un colonnello dell’esercito monarchico. Frequenta il liceo Istiqlal di Kabul e impara il francese, come fanno i rampolli delle classi sociali superiori. Ma poi si iscrive al Politecnico, e qui gli insegnanti sono sovietici. Studia Ingegneria.

Le memorie di Leonid Shebarshin, direttore del Primo dipartimento del Kgb ai tempi dell’Urss, sono una delle poche fonti illuminanti sugli anni giovanili di Massoud, rimasti sempre nell’ombra: “Fra il 1973 e il ’75 prende parte a una ribellione contro Mohammad Daud (primo ministro e parente del re, che aveva deposto la monarchia fondando la Repubblica, ndr)”, scrive l’ex responsabile dello spionaggio all’estero di Mosca. La retata che ne segue taglia l’erba sotto i piedi al giovane Massoud, costringendolo ad abbandonare l’Afghanistan. Secondo il Kgb si trasferisce in Egitto e poi in Libano, dove “partecipa a operazioni militari e terroristiche come membro di un gruppo armato palestinese. Poi continua a studiare l’arte della guerra partigiana in America Latina e nel Sudest asiatico”. Massoud ha sempre smentito questa versione della sua biografia, sostenendo di essere stato addestrato in Pakistan da ufficiali monarchici afghani e di aver appreso le tecniche guerrigliere leggendo i libri di Guevara, Mao e Ho Chi Min.

Musulmano di fede sunnita, è l’uomo più carismatico del partito Jamiat i Islami che dal 1979, anno dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, organizza la resistenza. Viene ferito gravemente, ma non abbandona la lotta di liberazione. Nel suo amato Panjsher crea la prima roccaforte dei mujaheddin, i combattenti per la libertà, contro la quale i russi si scaglieranno inutilmente con una decina di pesantissime offensive. Nonostante i bombardamenti a tappeto dei Tupolev d’alta quota, le lunghe colonne blindate dell’Armata Rossa mai riescono a prevalere sulle tattiche “mordi e fuggi” di Massoud. I reparti speciali Spetnatz stanno più volte per catturarlo, ma la sua guardia personale riesce sempre a farlo scappare, grazie ad atti di eroismo che cominciano ad alimentare la leggenda. I sovietici lo chiamano “la volpe”, per la sua astuzia. L’Occidente prende a prestito il nome stesso del Panjsher, che significa “la valle dei cinque leoni”. Ahmad Shah Massoud diventa sui media di mezzo mondo “il Leone del Panjsher”. Ken Follett sfrutta il suo mito per un romanzo mozzafiato, ambientato nell’Afghanistan occupato dall’Armata Rossa. Prima di scendere in battaglia Massoud ha l’abitudine di preparare un gigantesco plastico della zona di operazioni con tanto di postazioni nemiche, campi minati, artiglierie, soldatini e carri armati. L’incredibile precisione delle ricostruzioni dipendeva, allora, dalle fotografie dei satelliti americani. Oggi ci sono invece i satelliti dei vecchi nemici russi, ai quali si è riavvicinato per la comune lotta ai talebani. Concluso il briefing con i suoi ufficiali, capita che si rivolga con tono scherzoso ai giornalisti al seguito: “Come vedete è tutto pronto, potete scegliere il vostro posto…”.

Il giorno dopo puoi stare sicuro, come mi capitò nel 1987 a Keran, una valle a tremila metri di quota presidiata da sette forti e bunker governativi, di trovarti in prima linea durante un assalto alla baionetta. La notte prima dello scontro il comandante la passa attaccato alla radio da campo, per controllare che tutti i suoi uomini e le artiglierie siano in posizione nel tempo prestabilito. Il suo è l’orologio più caro e preciso del paese, perché deve segnare le tabelle di marcia delle offensive. Per tenere gli occhi aperti è l’unico, nel poverissimo Afghanistan, ad avere a disposizione una scorta di Nescafé giunta chissà come dall’Occidente. Un altro vezzo di Massoud è indossare sempre qualcosa di verde durante la battaglia. Bardato con un piumino color pistacchio saluta le colonne dei mujaheddin, mandate all’assalto di Keran in un freddo autunno di guerra contro i russi. I suoi uomini lo adorano e rispondono con la deferenza degli antichi gladiatori davanti all’imperatore, prima di morire. Una cappa di nubi sopra la valle rende l’ambiente ancora più tetro. I primi raggi di sole riescono appena a filtrare.

All’alba Massoud ordina per radio di far fuoco, con il piglio del condottiero: 600 mujaheddin acquattati a un tiro di schioppo dal nemico rispondono in coro “Allah o Akbar” e si scatena l’inferno. Tutti pensano che il Leone del Panjsher sia un soldato d’acciaio. Invece l’ho visto piangere come un vitello davanti ai cadaveri di 14 partigiani morti in battaglia. Partecipa sempre alle sepolture dei suoi uomini aiutando a scavare le fosse o portando a spalla le barelle con i martiri, “shaid” avvolti solamente in un lenzuolo bianco, come vuole la tradizione religiosa. L’impresa più abile di Massoud fu la conquista di Kabul, nel 1992, dopo il ritiro delle truppe sovietiche, quasi senza colpo ferire. Massoud veste i panni di ministro della Difesa, vero uomo forte del nuovo governo islamico. Attorniato da un nugolo di guardie del corpo, certo non si cura dei giornalisti che lo inseguono per Kabul. Così che quando gli sbarro la strada per salutarlo temo di venire travolto. Invece la bocca si allarga in uno dei suoi cordialissimi sorrisi, e comincia a parlare in francese dei vecchi tempi della resistenza contro l’Armata Rossa.

Purtroppo i mujaheddin perdono subito la scommessa della pace, scannandosi in un conflitto civile che oppone il Leone del Panjsher al rivale di sempre, Gulbuddin Hekmatyar, leader del partito integralista Hezbi i Islami. La ruggine fra i due risale agli anni dell’invasione sovietica. Un giorno Hekmatyar aveva inviato a Massoud una quindicina di sacchi, di quelli usati normalmente per la spazzatura: dentro c’erano dei corpi tagliati a pezzi. Erano il secondo in comando di Massoud e la sua scorta, finiti in un’imboscata. Al di là della lotta per il potere, lo scontro è tra due etnie e tra due idee dell’Afghanistan: Hekmatyar, che guida i pasthuni, il gruppo maggioritario nel paese, è un estremista. Massoud è di origini tajike, appartiene all’etnia minoritaria del Nord, che quasi mai è riuscita a governare l’Afghanistan. Le famiglie taijke, come quella del Leone del Panjsher, hanno sempre rappresentato la classe media afghana, anche se a quelle latitudini è difficile parlare di borghesia. Lo stesso Ahmad Shah ha ricevuto un’educazione in qualche modo cosmopolita. La dinastia di Hekmatyar, invece, è legata al clero tradizionalista e ai proprietari terrieri del Sud.

Mentre i due contendenti si dissanguano, il vicino Pakistan inventa e arma gli “studenti guerrieri”, i talebani, pronti a conquistare l’Afghanistan. “Non li considero i portatori di un messaggio islamico, ma solo dei mercenari”, dice Massoud. “All’inizio il Pakistan ha usato Hekmatyar, ora usa gli studenti guerrieri”. La marcia talebana è travolgente, e nel 1996 Massoud è costretto a evacuare la capitale. Ma Ahmad Shah continua a combattere centimetro per centimetro fra battaglie campali, tradimenti, rovesciamenti di fronte e massacri. A Mazar i Sharif riesce più volte a ingannare i talebani, che addirittura entrano vittoriosi in città per poi venir sterminati nelle moschee. Poi cade anche Mazar, con relativa rappresaglia: il sistema preferito dai talebani è quello di sigillare i nemici dentro i container e abbandonarli sotto il sole del deserto. Massoud è furibondo, ma impotente e dimenticato dal mondo intero. “Ci hanno tradito tutti, compresi gli americani” mi confessa amaramente in un’intervista. Per acquistare armi continua a sfruttare le miniere di lapislazzuli nel Nord del paese. Le pietre preziose vengono contrabbandate a dorso di mulo fuori dall’Afghanistan e vendute al mercato nero. Agli ospiti d’onore regala spesso alcune pietre color cielo intenso, dono per le rispettive signore.

A differenza dei talebani si rifiuta di raffinare l’oppio. In compenso ha inventato l’arma delle false banconote stampate in Russia: con soli 100 dollari si possono stampare 5 miliardi contraffatti di afghanì, la valuta locale. I soldi vengono distribuiti fra i civili e nei campi profughi, ed entrano nel circuito nazionale. La valuta falsa arriva anche nelle zone controllate dai talebani, che non hanno i mezzi per controllare la truffa. Intanto, nei ristoranti gestiti dalla mafia russa della grande base di Kuljab, in Taijkistan, i suoi fidi luogotenenti trattano l’acquisto di armi sul mercato nero. Nonostante gli sforzi, Massoud ha perso una delle ultime roccaforti, la città di Talaqan, lo scorso ottobre. Ora gli rimangono l’estremo Nordest dell’Afghanistan e l’indomabile Panjsher. Eppure non cede. Per dimostrare la sua determinazione, dopo gli ultimi rovesci, ha spedito la moglie e i figli, due femmine e un maschio, all’interno dell’Afghanistan. L’ultima volta che l’ho incontrato, nel ’98 a Dushambé, ripeteva: “Non abbandonerò mai l’Afghanistan. Fra le montagne del mio paese mi sentirò sempre al sicuro e pronto a battermi fino alla morte”.

Lo sguardo penetrante e il volto affusolato sono quelli di un tempo, ma il pizzetto spruzzato d’argento tradisce il passare degli anni anche per un combattente leggendario come Massoud. Non abbandona mai l’inseparabile pacul, il copricapo a ciambella del Panjsher, portato rigorosamente di traverso, a differenza degli altri afghani. I suoi uomini dicono che ha fatto un giuramento: smetterà di portare il pacul sulle ventitré solo il giorno della vittoria finale.

In breve
È nato nel 1953 a Bazarak, nella valle del Panjsher. Il padre era colonnello dell’esercito monarchico afghano. Va al liceo a Kabul, poi frequenta il Politecnico. Secondo il Kgb, negli anni 70 sarebbe stato addestrato al terrorismo in Medioriente. Nel 1979 è il leader militare della resistenza contro l’invasione sovietica. Nel 1992 libera Kabul e diviene l’uomo forte del nuovo governo islamico. Nel 1996 è costretto a lasciare Kabul di fronte all’avanzata dei talebani. Da allora combatte gli “studenti guerrieri”, asserragliato nel suo Panjsher.

Fausto Biloslavo, triestino, nel 1987 ha vissuto due mesi e mezzo con Massoud e i suoi mujaheddin.

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