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Abdullah al Saud

E' considerato il monarca saudita più antiamericano mai salito al trono negli oltre sessant’anni di alleanza fra il regno wahabita e gli Usa. In effetti Abdullah al Saud – ufficialmente soltanto reggente ma de facto regnante sull’Arabia Saudita per l’infermità del sovrano Fahd, suo fratellastro – ha un curriculum costellato di momenti di frizione più o meno diretta con Washington.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 23 maggio 2004

E' considerato il monarca saudita più antiamericano mai salito al trono negli oltre sessant’anni di alleanza fra il regno wahabita e gli Usa. In effetti Abdullah al Saud – ufficialmente soltanto reggente ma de facto regnante sull’Arabia Saudita per l’infermità del sovrano Fahd, suo fratellastro – ha un curriculum costellato di momenti di frizione più o meno diretta con Washington. Basta tornare indietro con la memoria alla prima guerra del Golfo, la prima occasione in cui Abdullah – allora principe ereditario e vice primo ministro – venne proiettato sotto i riflettori della scena mondiale e all’attenzione degli osservatori che fino ad allora poco o nulla sapevano di lui. Fu allora per esempio che Dick Cheney, oggi vicepresidente americano, nell’agosto del 1990 atterrò a Riyadh in qualità di ministro della Difesa per discutere con i sauditi il lancio di Desert storm, e l’unico membro di rilievo della famiglia reale a non farsi trovare fu proprio Abdullah. Quando poi i marine iniziarono ad affluire sul suolo saudita, Abdullah – con gesto plateale e inusitato nei comportamenti compassati della casa reale – per rimarcare il suo distacco da quella decisione lasciò il resto del governo a Jeddah, la capitale estiva sul mare, per tornarsene a Riyadh, circondata dal deserto, elemento come vedremo a lui ben più congeniale. E poiché suo malgrado toccò a lui arringare l’esercito saudita in partenza per il fronte, lo fece esprimendo rammarico per il fatto che i suoi uomini venivano mandati a combattere contro gli iracheni e non a difendere i diritti usurpati del popolo palestinese – episodio questo tuttora ricordato con ammirazione dalle fasce più militanti e radicali della popolazione saudita.

In effetti non può non balzare all’occhio come il livello delle critiche saudite agli Stati Uniti sia fortemente aumentato da quando Fahd – nel 1996, a seguito di un ictus – ha dovuto lasciare ad Abdullah poteri e governo. L’Arabia Saudita si è per esempio chiamata fuori dalle ultime campagne militari nella regione, Afghanistan e Iraq in primis, negando appoggio politico e logistico, fino a poco tempo fa quasi scontati. È stata inoltre revocata agli americani la concessione dell’uso della base aerea Prince Sultan, a Sud-est di Riyadh. E quando, in seguito alla scoperta che 15 dei 19 terroristi dell’11 settembre erano sauditi, apparvero sulla stampa americana critiche e dubbi sulla lealtà del regno, fu lo stesso Abdullah a reagire e duramente: “Una brutale campagna contro di noi che non fa che dimostrare l’odio nei confronti dell’Islam. La nostra adesione all’Islam è senza riserve”. Qualche tempo dopo, più a freddo, riportato sulla questione dalla domanda di un giornalista americano avrebbe risposto con tagliente ironia: “Forse che Timothy McVeigh (l’autore della strage di Oklahoma City nel 1995) non era americano?”.

Infine c’è il capitolo dell’appoggio – percepito come ingiustamente incondizionato – che Washington dà a Israele e che ha portato Abdullah a promuovere iniziative ostentate e provocatorie, come il supporto finanziario dato ai “martiri palestinesi” da un fondo gestito dal ministero dell’Interno del fratellastro Najef.

Una simile deviazione dalla tradizione che ha sempre visto i sauditi alleati leali degli Usa, si spiega probabilmente con due ordini di ragioni, peraltro inestricabilmente intrecciate; da un lato la storia, la formazione e la psicologia di Abdullah, l’unico esponente di rilievo della casa reale tuttora ancorato all’anima genuinamente beduina della famiglia al Saud; dall’altro le circostanze che da qualche tempo stanno avviluppando il regno saudita in una stretta mortale per la sua stabilità: dal fondamentalismo islamico – che trova terreno fertile nella popolazione più colpita dal ridimensionamento della generosità dello Stato dovuto a un bilancio pubblico sempre più in rosso – alla richiesta di larghi strati della società saudita per un cambiamento radicale nello stile di conduzione del paese. Già la storia personale di Abdullah lasciava presagire la possibilità di una svolta rispetto ai suoi predecessori; quantomeno rispetto a Fahd, da sempre ipersensibile – in tutti i sensi – alle sirene e alle lusinghe dell’Occidente.

Chi si è interessato a lui e lo ha conosciuto prima che gli eventi lo portassero sulle pagine dei giornali ha sempre avuto la percezione che Abdullah fosse – all’interno della cerchia di coloro che potevano ambire al trono – diverso dai fratellastri. Innanzitutto è sempre passato per l’unico dei figli di Abdul Aziz bin Abdul Rahman al Saud – conosciuto in Occidente come Ibn Saud e fondatore della dinastia e del regno saudita – ad aver davvero interiorizzato il motto con cui il padre educò i suoi 37 figli maschi: “Insegno loro ad alzarsi prima dell’alba e a mangiare poco, a camminare scalzi e cavalcare senza sella”. La famiglia reale, composta dai quattromila discendenti diretti del patriarca Ibn Saud, non ha mai infatti brillato per morigeratezza e sobrietà. A partire da due dei quattro figli succeduti al padre al trono: Saud, che fu deposto nel 1964 perché sperperava a destra e a manca le sostanze del regno, e l’attuale regnante ufficiale Fahd, la cui invalidità è in larga misura da imputare all’alcol di cui ha sempre abusato senza remore nei suoi lunghi soggiorni all’estero.

Abdullah, la cui data di nascita è incerta fra il 1923 e il 1924, è invece di tutt’altra pasta. Non si è mai discostato dall’educazione ricevuta a corte secondo i precetti musulmani più tradizionali, come si conveniva a un rampollo di casa Saud, imparentata con la famiglia Al-al Shaykh, discendente dal predicatore islamico ortodosso Mohammed bin Abdul Wahab (da cui il wahabismo). Non ha praticamente mai viaggiato all’estero per cinquant’anni della sua vita, almeno fino a quando nel 1975 con la morte di re Feisal non divenne il terzo in successione al trono – tanto che non parla fluentemente altra lingua che l’arabo. Non ha mai dimenticato l’amore per la frugalità e la semplicità maturato negli anni giovanili, in gran parte trascorsi nel deserto, in mezzo alle tribù beduine. Certo, oggi si muove – come si conviene a chi regna seppur ufficiosamente sul maggior produttore mondiale di petrolio – su una Rolls Royce, dall’inconfondibile targa con lo 001 e le spade incrociate dorate, ma quando può torna a cavalcare sulla sabbia del deserto, a cimentarsi nella danza della spada con i capi tribù, a lanciare il suo falcone da caccia, a bere bicchierini di chai sotto la tenda. Una sintonia con il mondo beduino che peraltro è stata un fattore decisivo nella sua nomina nel 1963 a capo della Guardia nazionale. Questo corpo scelto, alla cui modernizzazione Abdullah ha dedicato tutte le sue forze e che è considerato il vero baluardo di difesa della casa reale in caso di rivolte e disordini interni, è infatti discendente diretto dell’Ikhwan, l’esercito beduino che negli anni Venti permise a Ibn Saud la sua cavalcata trionfale contro le tribù nemiche. Fra le quali, ironia della sorte, c’erano anche gli Al-Rashidi, ovvero la famiglia da cui sarebbe nata Fahda Al Shuraim, ottava moglie del patriarca e, soprattutto, madre di Abdullah.

Una discendenza, questa, che ha creato più di un problema all’attuale reggente. Quando fu il momento di predisporre solide basi per la nascente casa reale, Ibn Saud, con uno spiccato senso della politica, decise di far rientrare fra le sue sedici consorti anche Fahda, per chiudere la partita con gli Al-Rashidi che nel XIX secolo avevano portato via alla sua famiglia la terra su cui regnavano, il Nejed. Aveva fatto più o meno lo stesso con gli Al-al Shaykh per il loro progenitore Wahab: ne aveva sposata una per garantire alla monarchia una legittimazione anche religiosa. Ma la famiglia che avrebbe preso la predominanza all’interno della casa reale sarebbe invece stata quella dei Sudayri, cui apparteneva la stessa madre di Ibn Saud: Hassa bint Sudayri è stata colei che ha dato alla monarchia i figli che oggi occupano i principali posti di potere, i cosiddetti "sette Sudayri", fra cui il seppur infermo re Fahd, il terzo in successione Sultan e il potentissimo ministro dell'Interno Najef.

Essere fuori da quel circolo è sempre stato considerato un punto di debolezza per Abdullah. Almeno fino a quando nel 1975, in seguito all'assassinio di re Feisal, la monarchia si trovò nella necessità di definire con una certa urgenza la linea di successione. Infatti, mentre non ci furono problemi per l’ascesa al trono del principe ereditario Khaled, la seconda e terza posizione furono in qualche modo materia di compromesso. A secondo in linea avrebbe dovuto assurgere Fahd, ma il suo filooccidentalismo spinto (sia nell’orientamento politico che nello stile di vita) creò delle resistenze da parte degli esponenti più conservatori, che ottennero la nomina a terzo in successione per il tradizionalista Abdullah. Il quale peraltro ha anche una caratteristica assai apprezzabile: è l’unico figlio maschio del ramo Al-Rashidi, quindi non c’è pericolo che possa creare una nuova dinastia all’interno della casa reale. Un compromesso – quello del 1975 – che trent’anni dopo si sta rivelando di notevole, seppur involontaria, lungimiranza. Il fatto che, complice il colpo apoplettico che ha colpito Fahd, al potere sia finito Abdullah proprio adesso che il paese è percorso sia da rigurgiti integralisti che da richieste pressanti di riforme e il sentimento popolare è sempre meno tollerante del tradizionale predominio occidentale, sembra un segno del destino.

La qualità e le caratteristiche di Abdullah sembrano infatti essere proprio quelle in grado di consentire di affrontare una serie di problemi altrimenti destinati a travolgere la costruzione eretta nel 1932 da Ibn Saud. Innanzitutto, grazie ai suoi costumi morigerati Abdullah non è né è mai stato coinvolto nelle critiche che invece investono la grande maggioranza di una famiglia reale spendacciona e ostentatrice. Questo gli permette di sterilizzare almeno in parte le accuse di decadenza e corruzione lanciate contro la monarchia dagli elementi più radicali, primo fra tutti, ovviamente, Osama bin Laden. Per quanto risultino più simbolici che sostanziali, il paese ha per esempio accolto con soddisfazione i provvedimenti con cui Abdullah ha revocato ai prìncipi privilegi quali la gratuità delle bollette telefoniche (decine di milioni di dollari l’anno) e istituito il Family Council per gestire gli affari e le finanze di famiglia, per la prima volta separati dalle risorse dello Stato. L’altra freccia al suo arco è il suo panarabismo – di vecchia data e mai nascosto – che rassicura la grande fetta di popolazione che male ha digerito eventi come l’arrivo nella Terra dei luoghi dell’Islam di centinaia di migliaia di infedeli in occasione della prima guerra del Golfo e le recenti campagne afghane e irachene.

Infine Abdullah può oggi capitalizzare il fatto di non aver mai ceduto più di tanto alle lusinghe della modernità, prendendosi il lusso di iniettare nella società saudita dosi anche importanti di riforme e cambiamenti – ormai improcrastinabili e richiesti dalla parte più acculturata della popolazione – senza che ciò fomenti un’immediata alzata di scudi da parte dei tradizionalisti e degli ulema. La rimozione di duemila imam militanti dai pulpiti da cui spargevano parole di integralismo violento e il loro relativo inserimento in “programmi di rieducazione”, il ridimensionamento del ruolo della polizia religiosa, i mutawwas, ora meno presente per strada e meno aggressiva nei confronti dei cittadini, e le seppur sfumate correzioni a un sistema d’istruzione finora sbilanciato verso l’indottrinamento religioso sono cose che nessun altro esponente della famiglia reale avrebbe potuto permettersi di fare. Perlomeno non senza provocare un’ondata di ritorno oggi probabilmente destinata a travolgere la monarchia. Il quadro che Abdullah si trova a dover gestire è quindi fra i più complessi. Un quadro in cui devono convivere un’alleanza – quella con gli Usa – di lunga data e vitale ma per certi aspetti sempre più scomoda e una crescente radicalizzazione del panorama politico e sociale del suo paese e della regione.

Il reggente saudita ha deciso di provare a far quadrare il cerchio con una sorta di politica “della pentola a pressione”. Ovvero assumere una serie di prese di posizione ostili agli Stati Uniti, capaci di canalizzare le tensioni accumulate dalla popolazione araba sempre più frustrata e quindi di soddisfarne in parte l’ansia di rivalsa, ma mai finalizzate alla rottura definitiva con Washington. D’altronde, fa notare chi non crede all’antiamericanismo di fondo di Abdullah, quando c’è stato da modernizzare la Guardia nazionale, ancor oggi uno dei suoi interessi più importanti, è all’esercito americano che egli si è rivolto. L’attentato del 1995 a una caserma del corpo scelto a Riyadh è stato da molti considerato una rappresaglia per la relazione privilegiata fra le due strutture militari. Quando, caso senza precedenti dai tempi della nazionalizzazione dell’Aramco, Abdullah ha aperto alle società straniere una commessa di 50 miliardi di dollari per iniziare lo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale, le società made in Usa hanno fatto la parte del leone. “Se veramente fosse antiamericano, non lo avrebbe permesso”, è stato detto. Certo, gli americani non possono non vedere le reazioni a muso duro e l’insofferenza di Abdullah verso Washington; né far finta di niente per i bastoni fra le ruote messi durante le ultime campagne militari americane in Medio Oriente. Forse però in un’ottica di lungo periodo, anche loro potrebbero finire per pensare che il suo avvento al potere in questa fase sia quasi un segno del destino: Abdullah ha infatti qualcosa che anche loro, prima o poi, potrebbero trovare estremamente utile; qualcosa che nella regione nessun altro può offrire: la credibilità agli occhi del proprio popolo.

In breve
Nasce a Riyadh nel 1924 dall’ottava moglie del fondatore Ibn Saud. Riceve la sua istruzione a corte, secondo i precetti più tradizionalisti dell’Islam. Nel 1963 viene nominato a capo della Guardia nazionale, il corpo scelto più fedele alla monarchia. Nel 1975, in seguito alla morte di re Feisal, assurge alla terza posizione per la successione al trono. Nel 1996 re Fahd, subentrato qualche anno prima a Khaled, è colpito da un ictus che lo rende invalido e Abdullah prende la reggenza. Sposato con quattro mogli, ha sette figli e 15 figlie.

Stefano Gulmanelli
è nato a Jeddah, ha vissuto in Africa e Medio Oriente. Vive a Milano, lavora come free-lance.

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