La giornata di Piazza Fontana, le pietre, i nomi. Il senso condiviso dello stato, ma senza sconti

Maurizio Crippa

Chi voleva dalla giornata del 12 dicembre l’occasione di una polemica di parte per i “nomi dimenticati” è stato deluso. Mattarella ha reso omaggio ai familiari delle vittime, a Giuseppe Pinelli e al commissario Luigi Calabresi

“I tentativi sanguinari di sottrarre al popolo la sua sovranità sono falliti”. A ripeterla, la frase ha il ritmo quasi di un bollettino di guerra. Un bollettino di vittoria, ma non di trionfo. Il riassunto di cinquant’anni, consapevole di tutto il sangue, il dolore e anche la giustizia negata che sono costati, affinché fallisse quel tentativo: “Un attacco forsennato contro la nostra convivenza civile prima ancora che contro l’ordinamento stesso della Repubblica”. Sono le parole di Sergio Mattarella, poco dopo le 14 e 15, l’ora in cui è iniziata la seduta straordinaria del Consiglio comunale di Milano per commemorare la strage del 12 dicembre 1969 alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Due ore dopo, alle 16,37, il corteo guidato dell’associazione dei familiari delle vittime si è fermato in Piazza Fontana. In silenzio. Sulla facciata del civico 4 c’è ancora la l’insegna di allora, anche se la Banca Nazionale dell’Agricoltura non c’è più da molto tempo. Sul selciato della piazza, da qualche giorno ci sono finalmente delle pietre, se non d’inciampo, della memoria: formelle di porfido rosso con le scritte bianche, che ricordano, una per una, le diciassette vittime dell’attentato. Più una, con il simbolo del Comune e la scritta: “Ordigno collocato dal gruppo terrorista di estrema destra Ordine nuovo”.

  

Perché non è vero che dopo cinquant’anni la strage che aprì gli Anni di piombo non abbia responsabili. E’ invece vero che nel 2005 la Corte di cassazione stabilì che la strage fu opera di “un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine nuovo”, ma che Franco Freda e Giovanni Ventura non erano più perseguibili in quanto precedentemente assolti con giudizio definitivo dalla Corte d’Assise d’appello di Bari. Così che il celeberrimo “Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969” di Pasolini, con tutto il seme di antistato, o di metastorica sfiducia che conteneva, resta vero per lo meno a metà. “Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi”. Ci sono gli indizi, ci sono le prove, mancano le condanne dei colpevoli. E’ in questa impossibile soluzione, in questo incompiuto scioglimento della tragedia in una giustizia superiore che stanno la durezza e l’importanza della giornata di ieri. Per la città di Milano e per l’Italia tutta. Il presidente Mattarella non ha nascosto questa fatica attraverso cui “si è fatta verità e si è cercata giustizia, tra difficoltà e ostacoli, e sovente giungendo a esiti insoddisfacenti e vani”. E ha detto senza attutire che “l’attività depistatoria di una parte di strutture dello stato è stata, quindi, doppiamente colpevole”.

  

Ma chi voleva dalla giornata del 12 dicembre l’occasione di una polemica di parte per i “nomi dimenticati” è stato deluso. Mattarella ha reso omaggio ai familiari delle vittime, a Giuseppe Pinelli e al commissario Luigi Calabresi. Ma ha voluto ricordare anche “Vittorio Occorsio ed Emilio Alessandrini, magistrati che avevano indagato sulla strage di Piazza Fontana, assassinati pochi anni dopo, l’uno da terroristi di destra, l’altro da terroristi di sinistra”. Da parte sua il sindaco Beppe Sala ha chiesto scusa a nome della città per altre vittime: “Dobbiamo scusarci con Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli per la persecuzione subìta e il commissario Luigi Calabresi”. Una accanto all’altra, a incontrare il presidente, c’erano Licia Pinelli e Gemma Calabresi, ed è stata una delle immagini più significative e piene di dignità della giornata. Ma anche chi sperava in un frettoloso e ovattato rito di riconciliazione, quasi un velo di polvere sui fatti e le responsabilità è rimasto deluso, soprattutto dalla forza delle parole del presidente della Repubblica, molto centrate sull’oggi: “Sono la nostra identità, il nostro Patto civile a essere usciti segnati da quegli avvenimenti, da Piazza Fontana. Occorre esserne consapevoli per non correre il rischio di poterli rivivere”. E ancora: “Il trascorrere del tempo non colloca tra gli eventi vecchi e da rimuovere l’attacco alla democrazia portato in quegli anni: non commetteremo l’errore di pensare che siano questioni relegate a un passato più o meno remoto”.

  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"