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In nome dei rider

Una bicicletta gialla, l’icona della campagna sindacale per i contratti dei ciclisti di Foodora & Co

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

18 Maggio 2018 alle 06:13

In nome dei rider

Città piatta nella pianura piatta, Milano è città ideale per andare in bicicletta. O almeno lo era, ai tempi di Gigi Lamera, che abitava dietro Baggio. Poi la congestione del traffico ha reso desueto il mezzo, finché la nuova cultura dell’ecologia e della smart city (nonché una certa mitologizzazione del vivere green) hanno riportato in auge il mezzo, e messo in cima alle priorità dei sindaci la realizzazione di piste ciclabili e il lancio dei servizi di bike sharing. Non che i risultati siano eclatanti, Milano non è Amsterdam e nemmeno Berlino, ma per gli standard italiani noi milanesi siamo un popolo di pedalatori. Soltanto che – mescolato ai signori in grisaglia e biciclettona BikeMi sotto il culo che sfrecciano di mattina, e alle sciure con l’insalata bio nel cestino – pedala anche un altro esercito. Non di invisibili, hanno segni di riconoscimento fluorescenti, ma un eservito di non contrattualizzati. Sono i circa tremila rider, i fattorini dei pasti, che secondo le stime lavorano in città per le piattaforme digitali come Deliveroo o Foodora. Smartphone, app e caschetto, il ciclismo è diventato da tempo una piattaforma di lavoro ultra-flessibile, i rider pedalano per le consegne senza alcun inquadramento contrattuale. Sono diventati ormai un elemento riconoscibile del paesaggio urbano, e anche un’icona – soprattutto in Italia – della precarizzazione del lavoro.Se non dello sfruttamento propriamente detto.

 

In quanto “icone”, la Filt-Cgil di Milano (la Federazione italiana lavoratori trasporti) hanno avuto un’idea facile e felice nel trasformare in icona il loro oggetto di lavoro. Da ieri una bicicletta gialla corredata dagli strumenti di lavoro (sacca in colore vistoso, scarpe altrettanto e caschetto) è esposta sulla piazzetta di fronte al grande palazzo in mattoni rossi della Camera del Lavoro. E’ l’istallazione che fa da richiamo per una “campagna di sensibilizzazione” lanciata dal sindacato verso i lavoratori (scopo: renderli coscienti dei propri diritti e sindacalizzarli) e nei confronti delle piattaforme digitali che utilizzano il loro lavoro. C’è da dire che, mentre all’estero le vertenze e gli scioperi dei rider sono frequenti ma puntano più che altro al miglioramento delle paghe (effettivamente da fame) o ad ottenere condizioni assicurative, in Italia la questione viene affrontata nel consueto quadro di legislazione del lavoro. Così da marzo, anche se non molti lo sanno, i rider sono stati inseriti nel Contratto nazionale del trasporto merci e della logistica. Dunque devono lavorare con un contratto, flessibile quanto si voglia, ma contratto. Così Filt-Cgil invierà “una lettera alle piattaforme Just-it, Deliveroo e Foodora per chiedere un incontro formale con le organizzazioni firmatarie del contratto nazionale”. E Luca Stanzione, segretario generale della Filt milanese, proclama: “Non ci sono più scuse per le aziende. E’ arrivato il tempo di una legge nazionale che perimetri l’azione di queste piattaforme e restituisca dignità al lavoro”. Vasto programma, si direbbe, perché lo scontro titanico è esattamente sulla definizione di “lavoro” e su quella della sua “dignità”. Ma al di là dei proclami, e dei risultati reali che saranno ottenuti, che nella città dell’immagine e del design possano diventare icone visibili, attraverso il loro strumento di lavoro, i rider che ci portano la cena è un bel gesto. Iconico.

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