Casa della Memoria

Sotto i grattacieli, le immagini di mattoni-pixel che tengono vivo il passato. Bel progetto, bel luogo

26 Gennaio 2018 alle 06:00

Casa della Memoria

La Casa della memoria (foto via casadellamemoria.it)

Il Giorno della memoria è sabato 27 gennaio e Milano avrà anche lutti più recenti da elaborare. Ma non le mancherà il tempo di ricordare i molti sfregi vecchi e nuovi custoditi nella sua memoria, non ultimo quello alla “Pietra d’inciampo” appena posata in una strada della città per Angelo Fiocchi, un operaio dell’Alfa Romeo deportato a Mauthausen dopo lo sciopero generale del 1944 e che è stata vandalizzata. Ci sono però altre pietre – o meglio mattoni, e cemento – su cui non si inciampa e che hanno invece il potere di riattivarla, la consapevolezza del passato, dei suoi pesi e dei suoi mali, anche al solo contatto visivo. La Casa della Memoria di via Confalonieri, ad esempio. E’ un parallelepipedo di mattoni striato da ombre scure, come fossero segni del tempo, a vederlo da lontano. E’ lì, non alto, piantato solido sotto l’ombra del Bosco Verticale, sotto i riflessi degli altri grattacieli di Porta Nuova, accanto a quel che rimane di un quartiere più antico, vicino alla sede della Fondazione Catella.

       

Avvicinandosi un poco, quelle rughe scure del tempo acquistano una fisionomia, un tratteggio, come immagini pixelate. Fino a comporre, sui quatto lati del palazzo, i volti di 19 milanesi anonimi, come a rappresentarli tutti, e le immagini di otto fatti cruciali della storia della città: la deportazione nei campi nazisti, la Liberazione, Piazza Fontana e altro ancora. Per realizzare quelle immagini di terracotta un’azienda specializzata ha costruito i mattoni di 5 cm x 5 in diversa colorazione, dal rosa al grigio forte, seguendo una tecnologia “che ha un preciso precedente storico”, come scrive Davide Desiderio in uno dei saggi del volume “Baukuh - Casa della Memoria” da poco edito e che dà conto dell’intero progetto. Il precedente è la facciata quattrocentesca dell’Ospedale Maggiore del Filarete. Perché la Casa della Memoria è essa stessa un atto di memoria, che vale la pena raccontare.

    

Inaugurato nel 2015, per i 70 anni della Liberazione, il luogo, uno spazio pubblico, è nato per divenire sede di associazioni portatrici di memorie differenti – l’Aned, l’Associazione nazionale ex deportati, l’Anpi, l’Associazione nazionale partigiani, l’Aiviter, l’Associazione vittime del terrorismo, l’Associazione Piazza Fontana 12 dicembre 1969, nonché l’Istituto Nazionale di Studi sul Movimento di Liberazione d’Italia. E’ il frutto di un progetto sostenuto e coordinato dal Comune assieme allo sviluppatore dell’area, Hines Italia, nel momento in cui, era il 2011, lì attorno si sviluppavano i progetti della nuova Porta Nuova. Fu emesso un bando per la realizzazione della Casa, riservato a architetti o studi d’architettura under 40. Vinse lo studio Baukuh, che ha sedi a Milano e Genova, fondato nel 2004 da un gruppo di giovani professionisti già affermato e vincitore di concorsi internazionali di prestigio, che spaziano dal restauro di edifici pubblici alla progettazione privata. Tempi e budget erano piuttosto contingentati, e le esigenze della committenza piuttosto complesse.

   

La Casa di via Confalonieri è anche un bell’esempio (in mezzo ai grattacieli milionari che le stanno intorno) di una progettazione sostenibile con budget altrettanto sostenibili per una committenza pubblica. Ma soprattutto al centro del progetto, percepibile anche per un visitatore profano, c’è la memoria, o la sua trasformazione, come spiega lo storico dell’architettura Howard Burns in uno dei saggi del volume curato da Pier Paolo Tamburelli, docente di architettura nonché uno dei fondatori dello studio che ha realizzato la Casa. Dall’uso del materiale esterno, allo spazio comune che accoglie chi entra e che ricorda, scrive Burns, i saloni al piano terreno delle Scuole Grandi veneziane, che erano appunto società dedite ad attività che oggi chiameremmo di charity. Da lì la chiocciola di uno scalone in cemento giallo porta alla biblioteca e alle sedi delle varie associazioni. Un luogo che è un po’ archivio collettivo, un po’ sacrario discreto e quasi minimalista per le vittime che ricorda, e un po’ luogo di lavoro e di incontri aperti a tutti. Lì, sotto i grattacieli, mentre intorno le sta crescendo la Biblioteca degli alberi, il cubo di mattoni antichi, coi suoi pixel di terracotta un pezzo di fondamenta che regge il resto. O la pietra d’inciampo, appunto.

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