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Joga bonito non si declina al femminile

Domenica la nazionale verdeoro di calcio femminile è stata eliminata agli ottavi dalla Francia. In Brasile non hanno criticato la sconfitta, ma il gioco espresso

25 Giugno 2019 alle 16:51

Joga bonito non si declina al femminile

foto LaPresse

Prima che diventasse uno slogan buono per gli spot pubblicitari, o per essere stampato su scarpe e magliette, è stato un modo di intendere il calcio. In sintesi consisteva nel giocare palla a terra all'attacco e poi in dribbling, finte, sovrapposizioni, cioè spettacolo e gol. In due parole: joga bonito.

 

Raccontano gli storici, anche se ogni tanto litigano tra loro sull'origine, che questo termine sia stato usato per la prima volta da un giornalista brasiliano del Globo, nei primi anni Cinquanta. Lo utilizzò per la prima volta raccontando sulle colonne del quotidiano brasiliano un'azione della Fluminense. Didì, al secolo Waldyr Pereira, ricevette palla sulla mediana, con due finte si sbarazzò di tre avversari, uno-due con Carlos José Castilho, veronica a superare il centrale difensivo, palla al centro verso Orlando Pingo de Ouro che con un pallonetto sul portiere in uscita gonfiò la rete. Il joga bonito fu portato in Inghilterra passando per la Svezia nel 1958. Il radiocronista inglese Stuart Hall tradusse il joga bonito carioca in un più british The Beautiful Game, raccontando la sfida dell'8 giugno 1958 tra Irlanda del nord e Cecoslovacchia. Parlava dell'ala sinistra irlandese Peter Doherty, capace di "inventare calcio e trasformarlo in uno sport diverso: il suo", scrisse anni dopo il padre di James Bond, Ian Fleming.

  

Il joga bonito per oltre cinquant'anni passò sotto traccia, senza bisogno di ripeterlo sempre e a tutto il mondo. Era un'evidenza, non serviva ribadirlo. Ci pensò la Nike e Ronaldinho a renderlo slogan prima e marketing poi. E così ogni volta che il Brasile entrava in campo, quelle due parole venivano scandite e inquadrate, diventavano mantra, obbligo calcistico.

  

Il joga bonito si è talmente radicato nell'immaginario brasiliano che se per sbaglio la Nazionale fa fatica a imporre il proprio gioco sono sbuffi, se non ce la fa sono critiche, se perde male è un dramma. E questo sia che in campo ci siano calciatori o calciatrici. E questo a tal punto che alla tv brasiliana una giornalista sportiva commentando l'eliminazione della Nazionale verdeoro di calcio femminile ha detto che "non si chiedeva alle ragazze di vincere la Coppa del mondo, si sperava solamente che non dimenticassero il senso del calcio brasiliano: non ce l'hanno fatta".

  

 

L'eliminazione delle brasiliane agli ottavi di finale contro la Francia è stata accolta con una certa rassegnazione dagli appassionati di calcio femminile. Le ragazze non sono state criticate dalla stampa, d'altra parte in Brasile le speranze di una vittoria finale erano pressoché vicine allo zero. In sette edizioni dei Mondiali di calcio femminile le brasiliane sono riuscite ad arrivare soltanto una volta alla finale e due alle semifinali (cogliendo un secondo e un terzo posto) e la generazione d'oro, quella di Formiga e Marta (sei volte miglior giocatrice al mondo), è ormai agli ultimi dribbling.

 

Il mondo alla rovescia del calcio femminile

Uomini e donne praticano lo stesso sport, ma giocano in due planisferi quasi sovrapponibili (salvo qualche significativa eccezione)

 

A essere criticato per avere tradito lo spirito del calcio verdeoro è stato l'allenatore, Vadão, e la Federazione. Secondo la Gazeta esportiva, "l'idea che il Brasile giochi in contropiede e debba dipendere dalla voglia di non mollare è qualcosa di abominevole. Tutto il paese ha visto un calcio che non è quello brasiliano. Solo le giocate di Marta e Debinha hanno fatto intravedere cosa si doveva fare, ma non è stato fatto". Per Lance! "la Federcalcio dovrebbe ripensare tutto il mondo del calcio femminile, rifondarlo partendo da un principio fondamentale: il calcio in Brasile non ha sesso, l'unica necessità è giocarlo bene".

 

Anche Marta ha chiesto un rinnovamento dopo l'eliminazione: "Questa Coppa del Mondo è un momento speciale di cui dobbiamo approfittare. Dobbiamo chiedere più attenzione, dobbiamo valutare per bene ciò che è successo. Volevo sorridere e piangere di gioia. Ora stiamo piangendo, l'obiettivo è sorridere di più. Il calcio femminile deve chiedere di più, allenarsi di più, fare più attenzione dobbiamo essere pronte a giocare per 90 minuti e più. Non avremo Formiga, Marta e Cristiane per sempre. Il calcio femminile deve capire che per sopravvivere deve iniziare a divertire un po' di più".

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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