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La donna che ha sempre vinto: Amel Majri

L'esterno della nazionale francese in nove anni da professionista ha conquistato nove campionati e sei Champions League. E l'Olympique Lione femminile ha iniziato a scalzare quello maschile dallo stadio del club

7 Giugno 2019 alle 06:09

Sinistro, ma anche destro, “perché non si sa mai, molte volte bisogna sapersi adattare e saper utilizzare tutti e due i piedi è necessario, non sono Zidane”. Sette, ma anche dieci (almeno a questo Mondiale di calcio femminile), “perché Sakina Karchaoui mi ha chiesto se poteva utilizzarlo, ed è stata gentile, ci teneva davvero. E poi il 10 era libero. È un bel numero, anche se non sono Zidane”. Difesa, ma anche attacco, “perché non c'è uno senza l'altro, basta correre su e giù per il campo. È faticoso, ma c'è di peggio”. Tunisia, ma anche Francia, “perché in Tunisia ci sono nata, in Francia vissuta da quando avevo un anno, ho giocato con entrambe le nazionali, però ho scelto i Blues”: soprattutto perché “qui sono cresciuta” e “un po' per ambizione”. Calzoncini e calzettoni, ma anche gonna, “perché ho delle belle gambe e nemmeno un po' di cellulite". Fascetta, ma anche rossetto, "perché gioco a calcio, ma sono donna e le due cose possono andare a braccetto. Ma non in campo, ché è solo un intralcio, non serve a nulla”.

 

Amel Majri il pallone lo ha incontrato a quattro anni. Non l'ha più mollato. “Ero in vacanza con la mia famiglia in Tunisia. È stato mio zio a darmi per la prima volta un pallone in mano. Ho iniziato subito a calciarlo. Non volevo più smettere”, ha detto al Monde. A Vénissieux, sobborgo di Lione, nei campi con i ragazzini. “All'inizio mi guardavano strano, d'altra parte ero una ragazza”, ha detto a France3. “Io e mia sorella ci siamo messe a guardare. Quando la palla è arrivata per caso a noi, ho sfidato un ragazzo. Dribbling e tunnel: da quel momento mi hanno accettata”. Dai campetti al campo vero la strada è breve. “A 12 anni, sono entrata nel mio primo club. All'età di 14 anni, mi ingaggiò l'Olympique Lyonnais e a 18 anni sono diventata professionista”, ha raccontato al Petit quotidian.

 

Al Lione continua a giocare, sempre dove serve, sempre in fascia. Terzino, esterno di centrocampo, ala: poco cambia per Amel Majri, “l'importante è giocare”. E avere la palla al piede: “Mi piace accelerare, essere al centro del gioco. Che sembra un paradosso per una che gioca sulla fascia”. Ma tant'è. Al centro del gioco e a volte anche al centro della scena. “Mi fa piacere essere riconosciuta per strada, a Lione succede. Mi fanno piacere le attenzioni dei tifosi”. Anche perché “il modo di pensare è cambiato. Ora il fatto che una ragazza giochi a calcio è diventato normale, non attira più l'attenzione di prima. E le ragazze si sentono più coinvolte e investono di più in questa attività”. Dopotutto è dalla stagione 2006-2007 che la formazione femminile dell'Olympique Lyonnais vince il campionato francese, dal 2014-2015 che vince la Champions League (e prima l'aveva conquistata anche nel 2011 e nel 2012). In città sono un'istituzione e sempre più spesso sono costrette ad abbandonare il loro campo da 1.500 posti e migrare al Groupama Stadium, lo stadio della compagine maschile. Il presidente Jean-Michel Aulas sta pensando di costruire due nuove tribune, dato che l'affluenza media per una partita del campionato femminile francese è arrivata a superare le 3.500 persone.

 

Majri gioca in prima squadra dal 2010. Da nove anni corre, dribbla, crossa e poi torna in difesa, risale in attacco, non sta ferma un secondo. Il 4 febbraio, il giorno dopo la vittoria per 2-1 contro il Paris Saint Germain, Ferland Mendy, terzino sinistro della squadra maschile dell'Olympique Lione, al giornalista di Canal+ che lo lodava per lo spirito di sacrificio e i novanta minuti di corsa disse: “Grazie, sono lusingato, ma se vedessi giocare Amel Majri mi faresti meno complimenti. Ci sono pochi giocatori che sanno difendere e attaccare come lei”. Amel Majri ha ringraziato, ha detto che non se l'aspettava, ha continuato come nulla fosse.

 

Amel Majri è da quando ha debuttato nella Ligue 1 femminile che viene applaudita dai tifosi del Lione e considera lo stadio una sorta di seconda casa. Da quando ha debuttato con questi colori vince, non ha mai smesso. E un po' si è stufata: “Il mio futuro? Non posso pensare di non vedermi con questa maglia, ma ogni tanto ci penso a come sarebbe stare altrove. Se nella tua carriera non hai mai fatto altro che alzare al cielo dei trofei subentra la curiosità di vedere com'è altrove, che sapore ha vincere in un altro luogo”. Tra la curiosità e il lasciare però c'è differenza. E soprattutto impegni che con il calcio non centrano. “Devo finire il mio secondo master”. Forse la conclusione degli studi dopo una laurea in management e un dottorato. “Devo pensare a quando smetterò di giocare, devo fare qualcosa per assicurarmi un futuro: a questo molte volte i miei colleghi uomini non ci pensano”. Mentre i giocatori professionisti si evolvono in media con stipendi mensili di 75.000 euro, “noi donne prendiamo 4.000 euro al mese. È abbastanza per fare una vita agiata, non abbastanza per avere uno stile di vita dedito al lusso”. Per ora le va bene, “ma non posso non pianificare il futuro, c'è una vita fuori dal calcio. La speranza è che il movimento cresca di valore e di interesse e possa permettere a chi verrà dopo di noi guadagni maggiori”.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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