di Camillo Langone
Perché l'empatia è sopravvalutata
Contro l’obbligo sociale a essere partecipi dei guai altrui. Un libro
di
15 FEB 19

Foto via Pexels
Un libro critico verso la parola resilienza non c’è ancora, ci si consoli con la notizia della pubblicazione (Liberilibri, e chi altri se no) di un libro critico verso la parola empatia: “Contro l’empatia. Una difesa della razionalità” di Paul Bloom, professore di psicologia a Yale. Vocabolo da me detestato perché, non appena è venuto di moda, ne ho subito percepito il nucleo ricattatorio, l’obbligo sociale a essere partecipi dei guai altrui. Mentre io non voglio essere partecipe nemmeno dei guai miei. Bloom descrive l’empatia come un riflettore che illumina solo certe persone e solo in un dato momento, suscitando aiuti magari deleteri nel lungo periodo e comunque “lasciandoci ciechi rispetto alle sofferenze di quelli con cui non possiamo simpatizzare”. L’empatico è uno che si emoziona, non è uno che ragiona, ed è per questo che “spesso l’azione motivata dall’empatia non è moralmente giusta”. In estrema sintesi: l’empatia sottrae attenzione ai bisognosi non mediagenici per concentrarla sui bisognosi mediagenici. Si riabilitino dunque i dispatici, noi che nulla facendo nessun danno a nessuno arrechiamo.
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Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).
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