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Vivere nella povertà come nell’abbondanza

Boutique costose contro catene di magazzini e quei pantaloni che mi avvicinano a San Paolo

6 Settembre 2018 alle 06:00

Vivere nella povertà come nell’abbondanza

Foto via pexels.com

San Paolo, ti ho sempre ammirato innanzitutto per la tua fede e poi per la tua saggezza. “So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza”, dici nella Lettera ai Filippesi. Io non pensavo di riuscire a imitarti, e invece... Mi trovo lontano da casa e avendo dimenticato i pantaloni di ricambio decido di comprarne un paio. Come al solito voglio qualcosa di bello ed entro in una boutique costosa dove mi mostrano tre o quattro pantaloni ma, a parte un paio di jeans (io non porto jeans), nessuno è un cinquetasche (io porto solo cinquetasche). Stessa scena abbastanza penosa in altra boutique di analogo livello. Allora vado nella boutique più costosa di tutte il cui commesso, circondato da cappotti, mi squadra e sibila: “Lo spring-summer lo abbiamo già nell’outlet”. Spesso i commessi mi identificano come saldista, cliente di serie B, giacché compro i vestiti quando ne ho bisogno, non prima, e quindi mi capita di comprare l’estivo anche a fine stagione perché comunque ci sono 30 gradi e non capisco come sia possibile anche solo provarselo, un cappotto, con una simile temperatura. Dunque tento con l’outlet dove trovo un cinquetasche e però col nome di uno stilista sodomita morto suicida, per giunta impreziosito da un ricamino che raffigura uno s-c-h-e-l-e-t-r-o. Vade retro! Avendo letto Leopardi conosco lo stretto rapporto fra moda e morte ma stavolta è stretto più del solito, non vorrei dover ricorrere a un esorcista. Esaurite le boutique costose non ho molte alternative: o mi tengo addosso i pantaloni sudaticci o vado da OVS. Vado da OVS, prima volta nella mia vita, e trovo mucchi di cinquetasche di tutti i colori e di tutte le taglie, ne prendo uno blu, lo provo, va bene, vado alla cassa, il cassiere è gentile (non giudica, non sibila), pago 19 euri e 99 ed esco euforico. Adesso mi illudo di somigliarti un po’, San Paolo, di saper vivere nella povertà come nell’abbondanza.

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Commenti all'articolo

  • carloalberto

    06 Settembre 2018 - 11:11

    Caro Langone, anch'io detesto i jeans (per inciso: nessuno lo ricorda o vuole ricordarlo, ma il Pci aveva vietato ai suoi iscritti di indossarli e di bere Coca-cola, perché merce del nemico capitalista americano) e per questo da ragazzo ero additato dai miei compagni di scuola come strano. Però mi sembra che il suo problema si risolverebbe se lei, anziché andare nelle boutique di lusso, andasse nei normali negozi di abbigliamento che ancora sopravvivono anche nelle grandi città. Per esempio a Roma potrebbe andare in Via Appia Nuova o in via Cola di Rienzo.

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