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di Camillo Langone

Non mi mancano le lucidatrici, ma ringrazio Nori

“Una delle cose che mi mancavano, era un posto dove la domenica mattina in tutte le case si veniva svegliati dal rumore della lucidatrice, e dove c’erano i bicchieri infrangibili, e i telefoni a gettoni, e dove i maschi andavano al bar, e costituivano la famosa clientela dei bar”. Ringrazio Paolo Nori con “Le parole senza le cose”.
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11 AUG 20
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“Una delle cose che mi mancavano, era un posto dove la domenica mattina in tutte le case si veniva svegliati dal rumore della lucidatrice, e dove c’erano i bicchieri infrangibili, e i telefoni a gettoni, e dove i maschi andavano al bar, e costituivano la famosa clientela dei bar”. Ringrazio Paolo Nori che con “Le parole senza le cose” (Laterza) mi ha fatto sentire più giovane. Anche se siamo grosso modo coetanei io non rimpiango assolutamente le lucidatrici, i bicchieri infrangibili, i telefoni a gettoni, e i maschi mi sono sempre piaciuti poco e così i loro bar coi biliardi e i bianchini. Eppure da Nori c’è sempre qualcosa da imparare. “Sono un nostalgico, un rimastone”, confessa usando una parola che non conoscevo: nel gergo bolognese il rimastone è il reduce, il passatista, l’affezionato a vecchie ideologie o magari soltanto a vecchie canzoni. Nori mi ha fatto anche sentire meno solo, quando a pagina 61 scrive: “Non so, io non l’ho mica mai tanto capito, che gusto c’è, a vincere”. Pensavo fossimo rimasti soltanto io e Tertulliano a giudicare stupida la competizione.

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Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).

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