Finire confinati nello “sgabuzzino” del Nazareno, schiacciati dalla linea unica dei vertici del Pd ? L’ex ministro
Graziano Delrio, riformista dem che ha riunito a Roma, giorni fa, varie personalità di area cattolico-democratica (
Romano Prodi compreso), vorrebbe scongiurare l’eventualità. Ma come si fa a essere partito plurale se la linea è una, e in un partito nato dall’unione di due culture? “Usiamo l’esempio dell’orchestra”, dice Delrio: “Il direttore d’orchestra deve essere uno. E capisco sia lui a dover scegliere, alla fine, ritmo e accenti. Ma perché l’orchestra suoni bene, ognuno deve suonare il suo strumento, non quello degli altri.
Non è possibile, cioè, fare un buon concerto per archi e pianoforte semplicemente suonando gli archi”. “La musica”, dice Delrio, “deve arrivare come sinfonia vera, armonica. Noi non abbiamo mai messo in discussione la segretaria — che in un qualche modo fa la sintesi e fa da catalizzatore nel partito; io però metto in discussione il fatto che spesso si pensa che essere in un partito voglia dire suonare un unico spartito – e tutti con lo stesso strumento”. Fuor di metafora, dice Delrio, “nel Pd abbiamo sensibilità diverse e siamo esattamente come un’orchestra. Quindi se si danno troppi accenti di un certo tipo si rischia che la musica non venga capita e apprezzata. Elly Schlein, come Matteo Renzi a suo tempo, fa bene a essere se stessa, anche se viene criticata. Ma la maturità di un direttore d’orchestra risiede nel fatto di non percepire con fastidio qualcuno che suona il suo strumento”. Come procedere, dunque? “Non soltanto attraverso sintesi hegeliane – tesi, antitesi, sintesi – che possono portare ad annacquare la propria idea. Ma attraverso quella che Giorgio La Pira, citando Orazio, chiamava concordia discors, armonia dei contrari: si lavora insieme, ma si tengono presenti i diversi punti di vista. Nella cultura cattolica c’è molto questo tema della libertà individuale e della diversità di pensiero che non impediscono l’unità d’intento”. Torna però l’immagine dello sgabuzzino. E’ successo a Delrio stesso, con il ddl sull’antisemitismo. Si è fatto come se non esistesse la posizione divergente. Va cambiato il metodo? “No, ci si deve rifare appunto alla concordia discors, armonia a volte discordante, concordia anche nel disaccordo. Gli antichi dicevano che Dio si caratterizza per il fatto di porre dei limiti. Per la cultura cattolica, vuol dire porre limiti al potere, all’arroganza del potere e all’uso della forza, e a chi disprezza la dignità di uomini e popoli – motivo per cui il contraltare morale ed etico di Donald Trump è il Papa. Ma non perché uno sia democratico e l’altro repubblicano. Ma perché la cultura che esprime il cristianesimo è una cultura che difende il tema dei limiti alla forza al potere. Perdere questa dimensione di libertà e di coraggio — il portato della cultura cattolico-democratica — sarebbe un grande impoverimento del dibattito politico”.
Se però ogni volta ci si sente rispondere che la linea è una, che fare? E’ capitato appunto sull’antisemitismo. “Io credo che l’approccio molto ideologico non serva, così come non serve l’approccio bianco o nero in politica estera. La tradizione della politica estera italiana è infatti una tradizione di atlantismo, ma nello stesso tempo di attenzione ai paesi arabi. E il pensare che se difendi il diritto di un bambino italiano di origine ebraica ad andare a scuola senza essere scortato dalla polizia stai togliendo qualcosa a un bambino palestinese è un atteggiamento infantile”. La politica estera, per l’ex ministro, “non è fatta di massimalismi e di radicalismi, ma di riformismo nel senso che il riformista è pragmatico. Guarda la realtà per quello che è, non per come vorrebbe che fosse. La realtà è quella che è, ne prendi atto e la cambi con gradualità, pur avendo le idee chiare. E la linea in politica estera dev’essere molto chiara: un fortissimo europeismo, con l’Italia che si mette alla guida di un nuovo processo politico di Europa federale”. C’è però Trump sulla scena. “Non dobbiamo rompere le relazioni atlantiche perché c’è Trump. Non condividiamo nulla di lui, ma sappiamo che con il popolo e con le istituzioni americane dovremo continuare a collaborare. Si tratta di guardare tutti gli aspetti della realtà, non solo quelli che ci fanno comodo. E anche in politica interna non basta indignarsi. Vorrei che all’indignazione seguissero proposte e soluzioni concrete. Mi indigno perché sei milioni di persone non hanno accesso al servizio sanitario nazionale? Bene, ma poi devo dire cosa voglio fare”.
Cosa direbbe se avesse ora davanti Elly Schlein? “Quello che le ho sempre detto: che il Pd è un grande partito popolare, con diverse sensibilità, e non è il partito di un sindacato. E’ il partito dei lavoratori, che siano artigiani, operai o imprenditori. Ed è il partito in cui diverse culture hanno l’obiettivo comune di creare un paese più giusto. Quindi dico: non rinunciamo ad avere uno sguardo largo e ad ascoltare tutte le voci, e non prendiamole come un fastidio, queste voci. Continuiamo a cercare l’armonia dell’orchestra – impossibile se uno suona il violino in cantina e l’altro il tamburo sui tetti”.