Meloni scrive da europeista a von der Leyen. Giorgetti: “È da mesi che trattiamo”

La premier chiede flessibilità sull'energia e confida nella sponda di Macron, che può incontrare il 25 e il 26 giugno a Cannes. Il ministro dell'Economia: "Non ci siamo svegliati adesso, la trattativa continua". L’arma del veto contro Bruxelles

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19 MAY 26
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Leggetela e capirete perché von der Leyen non ha (ancora) risposto a questa Meloni perfetta, alla sua lettera sui fondi da usare per l’energia, e perché Giorgetti dice ora: “La trattativa continua, ed è iniziata già due mesi fa. Non ci siamo svegliati adesso. Il processo è lungo mentre l’urgenza renderebbe necessari tempi brevi”. Scrive Meloni: “Cara Ursula, l’Italia continuerà a fare la propria parte per rafforzare la sicurezza e la difesa europea. E’ una responsabilità che sentiamo profondamente ma…”. I tedeschi restano arcigni, Meloni confida in Macron che può incontrare il 25 e il 26 giugno a Cannes, altrimenti resta il veto. La migliore Meloni è l’epistolare. 
Leggetela, perché è vero che tutti hanno visionato questa lettera, spedita da Meloni a von der Leyen, domenica, ma nessuno ha restituito la pulizia europeista di Meloni che scrive: “Se consideriamo giustamente la difesa una priorità strategica tale da giustificare l’attivazione della National escape clause, allora dobbiamo avere il coraggio politico di riconoscere che oggi anche la sicurezza energetica è una priorità strategica europea” e aggiunge, “non possiamo giustificare agli occhi dei nostri cittadini che la Ue consenta flessibilità finanziaria per sicurezza e difesa e non per difendere famiglie, lavoratori e imprese”. Le risposte della Commissione sono state sgradevoli. Sono stati due ‘no’, in pratica due arrangiatevi, i soldi li avete, anzi, per dirla come l’ha detta la portavoce di Ursula, “per quanto riguarda la flessibilità fiscale in materia di energia, l’attenzione è rivolta allo sfruttamento pieno dei finanziamenti Ue disponibili”. Enzo Amendola, l’ex ministro degli Affari Europei, del governo Conte II, uno che sa come funziona e come si intavolano le trattative, consiglia a Meloni di “chiamare subito Raffaele Fitto perché non esiste che a un primo ministro risponda una portavoce di von der Leyen. Non posso credere che Meloni, la presidente de ‘la pacchia è finita’, si faccia replicare da una quarta fila…”.
A Giorgetti non piacciono queste risposte da pretori, ma da Parigi, dove si trova per il G7, continua a spiegare che i tedeschi è vero che “chiudono, ma stanno iniziando a comprendere”, e poi ci sono i francesi, gli spagnoli che... Giorgetti ha parlato con Dombrovskis, il commissario europeo all’Economia, ha parlato con l’omologo tedesco e francese, e rassicura che “il processo è lungo”, funziona così, “perché coinvolge paesi e situazioni”. Ricorda che da due mesi, in Europa, in solitaria (non proprio in solitaria, sottovoce gli danno tutti di gomito) continua la trattativa sui fondi Safe che devono includere le spese energetiche. E’ quel capoverso della lettera di Meloni, quel “in assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo italiano spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe”. Meloni la pensa come Crosetto, intende rispettare gli impegni, come scrive nella prima riga. E’ la ragione per cui a Palazzo Chigi replicano, “che è presto”, che la lettera dell’Italia è stata spedita due giorni fa, e che ci sono due letture. La prima, la più banale: la solita Europa matrigna che fa tanto gioire i Vannacci. La seconda: che a rispondere sia stata la portavoce di Ursula può equivalere alle porte aperte, a una negoziazione che coinvolge i capi di stato, i governi in scadenza elettorale. Meloni e Giorgetti credono che anche gli altri stati “arriveranno alle nostre stesse conclusioni, presto”. La lettera lascia ben sperare anche fosse solo per il tono, il tono da Ventotene, al di là di chi è dell’opinione: “E’ una bocciatura netta, l’Europa che non ci rispetta”. Un altro passo della lettera di Meloni è questo: “La sicurezza dell’Europa non si misura soltanto dalla capacità militare. Si misura anche nella possibilità per le imprese di continuare a produrre, per le famiglie di sostenere i costi energetici, per gli stati di garantire stabilità economica e sociale” e dunque “non sfugge ad alcuno che una adeguata capacità produttiva in ambito di difesa si poggia necessariamente su un’economia solida, in salute”. E’ un pensare alla Calenda che non a caso, ieri, è stato ricevuto da Meloni, un Calenda (e la fantasia corre) che qualcuno vedrebbe bene con Forza Italia: un simbolo con due partiti. Ma queste sono lettere dallo spazio…
Il 21 maggio l’Europa pubblica le previsioni economiche di primavera 2026, il termometro che misura Pil, inflazione, conti pubblici e si vedrà l’impatto della guerra, la chiusura di Hormuz. Dombrovskis ha anticipato che la “Commissione europea si appresta a tagliare le previsioni di crescita economica e a rivedere al rialzo quelle dell’inflazione”. Serve a Meloni una minoranza di blocco, serve Macron più che Merz. Il prossimo Consiglio europeo è previsto il 18 giugno, subito dopo il G7. Ora è più chiaro perché Meloni si ostina a non voler cambiare il meccanismo del veto? Se l’Europa dovesse essere sorda a questa lettera, persiana, alla Montesquieu, a quel punto non si può escludere l’uso del veto, la paralisi, il rovescio di quell’auspicio di Meloni a von der Leyen, il “sono certa che la Commissione saprà comprendere la portata e l’urgenza di questa richiesta. Un caro saluto”. Volete vedere che i mille francobolli di Urso servono a qualcosa?