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Un comunista svizzero. Conversazione con l’ex ministro Oliviero Diliberto
Dalle ombre del caso Minetti al “disastro” del governo post referendum ai guai dell’opposizione. Xi, Trump e “l’Europa sul menu”. Intervista
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12 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 04:33 PM

Diliberto è ordinario di Diritto romano alla Sapienza, insegna alla Zhongnan university of economics and law e ha la tessera del Partito comunista della Svizzera
Ha lasciato la politica da 10 anni, da quando si sciolse il Partito dei comunisti italiani. Era il 26 giugno 2016. Da allora – ecco la notizia – Oliviero Diliberto ha in tasca un’altra tessera, quella del Partito comunista della Svizzera. Però la gatta Luna, stranamente bianconera anziché rossa, può dormire sonni tranquilli tra le fiches, sul velluto verde delle interminabili partite casalinghe di “poker, burraco e ogni altro gioco d’azzardo”, con in palio “solo cene in trattoria fra amici”: l’ex ministro della Giustizia nei governi D’Alema I e II assicura di non avere alcuna intenzione di traslocare da Roma a Lugano. “Piuttosto, meglio a Wuhan”. Nella megalopoli cinese dove divampò il primo focolaio della pandemia provocata dal Covid-19 si contano circa 200 università. Ordinario di diritto romano alla Sapienza (“un’iniqua legge dello Stato mi manderà in pensione a ottobre”), Diliberto, 69 anni, da 10 insegna in italiano e in latino alla Zhongnan university of economics and law, uno dei sei atenei più prestigiosi della Cina. Ha aiutato il governo di Pechino a introdurre il diritto romano nel nuovo codice civile della Repubblica popolare, approvato nel maggio 2020 ed entrato in vigore il 1° gennaio 2021.
Che fanno comunisti in Svizzera? Contano i soldi?
“Non ne hanno, come sempre. Rappresentano i lavoratori dipendenti. Sono riusciti a eleggere due consiglieri nel Canton Ticino, uno a Bellinzona, l’altro a Locarno. I fondatori del partito sono tutti miei ex allievi, serissimi e bravissimi. Senta, ma durerà molto questa intervista? Era dal 2013 che non ne davo quando lei, nel 2018, me ne strappò una. Sa, vorrei portare mia moglie al cinema oppure a vedere la mostra su Andrea Pazienza al Maxxi”.
È un cinefilo?
“Sì, molto. Stanley Kubrick, Francis Ford Coppola, Sergio Leone e Sam Peckinpah i miei registi preferiti”.
Che cosa ha visto di recente?
“Il caso 137 di Dominik Moll. Una battaglia dopo l’altra, che mi è piaciuto tantissimo. E La grazia di Paolo Sorrentino”.
Mi porta in argomento. Che cosa pensa di quella concessa a Nicole Minetti?
“Vedo molte ombre. L’adozione del bimbo in Uruguay è quantomeno dubbia. Ma l’aspetto più singolare è che in tutti questi anni l’ex igienista dentale abbia potuto, nonostante una sentenza definitiva di condanna, mantenere il passaporto e girare tranquillamente il mondo. Sarebbe dovuto scattare l’affidamento in prova ai servizi sociali”.
Da guardasigilli gestì pratiche di grazia?
“Parecchie. Ma solo di poveri disgraziati. Come Adriano Carlesi, un fotografo condannato a quasi 30 anni per ricettazione di assegni, truffa e falso. Da 11 era rinchiuso nel carcere di Rebibbia. Fu graziato da Carlo Azeglio Ciampi”.
Queste pratiche che iter seguono?
“Assai complesso. Il detenuto o i suoi parenti chiedono la grazia al capo dello Stato, il quale fa vagliare la domanda dal ministero della Giustizia, che assume informazioni presso la Procura competente. La responsabilità politica e istituzionale dell’atto appartiene al presidente della Repubblica, però l’istruttoria la fanno altri. Insomma, servono tre pareri. Nel caso di Nicole Minetti constato un enorme pasticcio. Si è creata una situazione surreale: Il Fatto Quotidiano solleva dubbi, Sergio Mattarella interpella il ministero per sapere se siano vere le indiscrezioni di stampa, la Procura generale di Milano indaga. Che io sappia, è la prima volta che il Quirinale concede la grazia ma poi è costretto a chiedere informazioni sulla veridicità dei presupposti in base ai quali l’ha firmata”.
Che pensa del ministro Carlo Nordio?
“Non so come faccia a rimanere al suo posto, lo dico con molto rispetto. La situazione è imbarazzante, soprattutto dopo il disastro del referendum sulla giustizia”.
Se fosse stato al posto di Nordio, che avrebbe detto a Mattarella?
“Mi sarei permesso di suggerirgli di non dare la grazia, perché almeno uno dei due reati commessi da Minetti, quello di induzione alla prostituzione, francamente è odioso”.
Come valuta il fatto che Nordio fosse arcisicuro di vincere il referendum?
“Ha assunto un atteggiamento totalmente sbagliato. La sua è stata una sagra degli errori. Mi considero un garantista, da ministro della Giustizia ebbi un ruolo chiave nell’approvazione della riforma costituzionale sul giusto processo. Non avevo alcuna preclusione ideologica sulla separazione delle carriere dei magistrati. Ma quando anche Giorgia Meloni, commettendo a mio avviso un errore sorprendente, subito prima del voto ha voluto caricare il referendum di valenze squisitamente politiche, mi ha costretto a votare ‘no’”.
Nordio non si tocca, ha deciso il premier.
“Un mistero. Fai piazza pulita di Andrea Delmastro Delle Vedove e Daniela Santanchè, però ti tieni Nordio? Ma mettici un altro a via Arenula!”.
Un altro chi?
“Di bravi ed equilibrati nel centrodestra ce ne sono. Lo stesso Alfredo Mantovano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, per dirne uno”.
Ritiene che per il futuro politico del premier questo insuccesso sia analogo a quello che costò la carriera a Matteo Renzi?
“No. Meloni ha una solida esperienza, viene dal Msi, s’è fatta la gavetta tipica dei partiti di una volta. Secondo me è in grado di continuare a reggere. Certo dovrebbe darsi una regolata, perché vedo in movimento forze centriste, sia da una parte che dall’altra, intente a prefigurare il pareggio alle elezioni del 2027 e un conseguente taglio delle ali”.
C’entra anche Renzi?
“Lui ci sguazzerebbe”.
Puntano su Silvia Salis?
“La sua dichiarazione di disponibilità per la corsa verso Palazzo Chigi mi è sembrata di un’ingenuità patetica. Sei stata eletta da meno di un anno. Continua a fare la sindaca di Genova, va’, che è meglio”.
Ma, da 1 a 10, quante possibilità avrebbe?
“Nemmeno una, spero. Non è che riconquisti al centrosinistra una città medaglia d’oro della Resistenza e poi la abbandoni al suo destino. Sarebbe insopportabile”.
Via libera per Elly Schlein, quindi.
“Non sono un fan di Schlein, ma auspicherei la sua vittoria, perché almeno vorrebbe dire che il centrosinistra torna a governare”.
Giudizio politico sulla segretaria del Pd?
“Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”.
Scusi, Diliberto, ma qui finisce che le resta soltanto Giuseppe Conte.
“Benché io non abbia mai avuto nemmeno mezza simpatia per il Movimento 5 stelle, debbo ammettere che ha rivelato un’estrema abilità. È stato molto bravo e anche molto favorito da una fortuna sfacciata. Diventa premier per caso. Poi arriva il coronavirus e fronteggia emergenze folli di ogni tipo. Riesce a governare con tutti e contro tutti, prima con la Lega, dopo con il Pd. È persino diventato il capo dei grillini facendo fuori il fondatore Beppe Grillo. Chapeau!”.
Torniamo al premier. Ascolta i suoi ministri o decide da sola?
“Decide da sola, ma purtroppo si tiene i suoi ministri”.
Il governo Meloni è solido o solo fortunato?
“In questo momento è tutto fuorché solido. Dal referendum in avanti non ne ha azzeccata una. Si aggiungano la grana sentimental-familiare che ha coinvolto Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, e adesso la vicenda della grazia a Minetti, e il quadretto è completo. Senza contare, sullo sfondo, l’attivismo della famiglia Berlusconi”.
A che cosa puntano Marina e il fratello Pier Silvio?
“A rimescolare completamente le carte, favorendo la nascita di un nuovo blocco moderato. La famiglia intende recuperare centralità. Forza Italia coincide con Mediaset, questo è un dato di fatto, non fosse altro che per la quantità enorme di denaro che ci hanno investito i Berlusconi. Quindi nel 2027 alle politiche e nel gennaio 2029 per l’elezione del capo dello Stato mi sembra evidente che la famiglia voglia contare”.
Nel 2018 mi confessò di aver recuperato la giusta distanza da Silvio Berlusconi.
“Una volta lasciata la politica, vedi tutto in modo molto più oggettivo. Sei sceso dal ring, te ne stai al bordo e guardi il match altrui. Verso il Cavaliere e i suoi eredi non nutro alcuna acrimonia”.
“Lasciata la politica, vedi tutto in modo più oggettivo. Sei sceso dal ring, te ne stai al bordo e guardi il match altrui”
L’opposizione immagina che, avendo vinto al referendum, ripeterà l’exploit alle elezioni politiche.
“Mi pare una colossale cazzata, perdoni il francesismo. È evidente che prima di tutto Pd e 5 stelle dovrebbero mettersi d’accordo. Ma i temi che li separano sono tutt’altro che marginali. Pensi solo alla politica estera”.
Quindi quante probabilità ha il centrosinistra di tornare a governare?
“Non più di 50 su 100”.
A votare ci va?
“Sì”.
Per chi?
“Decido di volta in volta. Alle comunali ho votato per il sindaco Roberto Gualtieri. Mi è anche capitato di annullare la scheda”.
Ma senti. E come?
“Disegnandoci sopra falce e martello”.
Visto che è di casa in Cina, le chiedo: Xi Jinping e Donald Trump si stanno accordando per spartirsi il mondo?
“Non credo che possano farlo. Il mondo è un filino più grande di Cina e Stati Uniti messi insieme. Consideri il peso dell’India”.
L’India sarà ammessa al banchetto. Ma, come dice il mio amico Riccardo Ruggeri, ex operaio di Mirafiori che divenne ceo di New Holland, quando non siedi a tavola significa che sei nel menu.
“Che l’Europa sia nel menu, anziché al desco, mi pare un dato di fatto inoppugnabile. La colpa è solo del Vecchio Continente. Guardi, la stupirò, ma il disegno della Cina non è spartirsi il mondo con gli Stati Uniti, bensì estendere l’area d’influenza, come sta facendo in Africa. La verità è che Xi Jinping non ha alcuna mira egemonica sul mondo”.
Questa sì che è bella. Vuole solo venderci le merci?
“È lo scopo del suo principale progetto, la Belt and road initiative, la Nuova via della seta, una strategia di natura prettamente commerciale ed economica. La Repubblica popolare non ha mai dichiarato guerre”.
Si rimetterà presto in pari con Taiwan, a giudicare dalle continue minacce.
“Però, in tanti anni, Taiwan non è mai stata invasa”.
Vede ancora Massimo D’Alema?
“Sì”.
E, se è lecito chiederlo, di che parlate?
“Di che possono parlare due anziani signori che sono amici da 50 anni?”.
Fu lui a volerla come ministro della Giustizia?
“Non l’ho mai saputo. Il mio partito aveva indicato Ersilia Salvato. Erano in corso i processi Andreotti a Palermo e Previti a Milano, penso che si sia trattato di un momento di distrazione generale del Paese. Mi aspettavo che arrivasse in ufficio da un momento all’altro una troupe di Scherzi a parte a interrompere l’incantesimo”.
Come mai anziché Salvato fu scelto Diliberto?
“Non escludo un intervento di Francesco Cossiga”.
Sardo, come lei.
“Da lui ebbi parecchie attestazioni di stima. Era noto che andavo d’accordo con magistrati e avvocati. Questa peculiarità contò. Finiti i miei 18 mesi da ministro, il legale di Berlusconi, Niccolò Ghedini, non certo un bolscevico, riconobbe che ero stato il migliore”.
Di migliore, fra i comunisti, ce ne fu uno solo, quello con la maiuscola: Palmiro Togliatti dal 1945 al 1946.
“Un grandissimo guardasigilli. In quella temperie ci volevano quattro attributi, non due, per raggiungere la pacificazione nazionale con l’amnistia e l’indulto per i reati politici e comuni commessi durante la dittatura e la guerra civile, includendo nell’estinzione e nel condono anche i fascisti”.
Al momento di lasciare il dicastero della Giustizia lei fece sparire la scrivania che fu di Togliatti, cosicché, 13 mesi dopo, non potesse ereditarla il leghista Roberto Castelli.
“La recuperai negli scantinati quando Marcello Pera, ministro in pectore, dichiarò che al suo arrivo l’avrebbe fatta bruciare. La assegnai a un ignaro magistrato britannico di collegamento, provvisoriamente distaccato in via Arenula. Nominata ministro, Paola Severino mi telefonò per sapere dove fosse finita e io fui ben lieto di fargliela ritrovare”.
Dopo Togliatti, chi ha stimato di più?
“Sicuramente Tommaso Morlino, un dc”.
Da ex ministro che cosa la rende più fiero ?
“L’aver risolto in un mese il caso di Silvia Baraldini, che si trascinava da 19 anni”.
E di che cosa si pente?
“Di un sacco di cose, si figuri. Quando fai tanto, sbagli tanto. Eppoi il ministro della Giustizia ha zero potere sulla magistratura. Una mattina apro il Corriere della Sera: ‘Scarcerati 34 ’ndranghetisti perché il giudice di Catanzaro ha depositato in ritardo la sentenza. Il ministro che fa?’. Niente, non può fare niente. Manderà i soliti ispettori”.
Tornerebbe al vertice della Giustizia?
“Se me lo chiedesse lei, potrei pensarci”.
Quali politici frequenta ancora?
“Nessuno”.
Men che meno Fausto Bertinotti.
“Non lo vedo mai, ma non perché fra noi vi siano stati screzi personali. Solo divergenze politiche. L’ultima volta l’ho abbracciato e abbiamo cenato insieme”.
Torna a Montecitorio, qualche volta?
“Mai. Ci sono andato per un convegno nella Sala della Regina e mi sono guardato bene dallo scendere in Transatlantico”.
Un ex deputato berlusconiano giorni fa mi ha confidato di esserci stato per farsi controllare la prostata.
“Mai usufruito né del medico né del barbiere né della buvette. Solo del vitalizio”.
Quanto?
“Sui 3.000 euro netti al mese. Vorrei ricordare che nel 2008 rinunciai a ricandidarmi alla Camera per lasciare il posto a Ciro Argentino, operaio della Thyssen Krupp. Era finita una stagione della mia vita”.
A Wuhan la riconoscono per strada?
“Mi prende in giro? In una città da 13 milioni di abitanti? Però il governo cinese mi ha conferito il Premio dell’Amicizia, la più alta onorificenza concessa a uno straniero. È una bella decorazione che raffigura la Grande Muraglia. Invece nei campus universitari tutti mi fermano per parlarmi. Siamo arrivati a 2.000 studenti cinesi iscritti alla Sapienza, con ben sette corsi di laurea”.
Ma frequentano in Italia o in Cina?
“A Wuhan. Molti poi vengono a studiare qui a Roma. Hanno una marcia in più, rispetto agli italiani”.
Come lo spiega?
“Nel loro Paese l’università è a numero chiuso. Perciò viene scremata una ristretta élite di allievi attraverso il gao kao, terrificante prova nazionale di selezione”.
Il 14 maggio Leone XIV andrà in visita pastorale alla Sapienza. Lei ci sarà?
“Certo. Negli ultimi tempi mi è parso più combattivo. Sono contento di questo incontro”.
Beh, papa Ratzinger non lo faceste entrare.
“Non fui tra i firmatari di quella lettera contro Benedetto XVI”.
Papa Leone giovedì sarà alla Sapienza. Ci andrà? “Certo. Negli ultimi tempi mi è parso più combattivo”
Le manca la carbonara, quando è a Wuhan?
“Mangio cinese, mi piace da morire. Però un cuoco locale mi ha fatto assaggiare una carbonara strepitosa. A fine pranzo mi sono complimentato. Lui si è stupito: ‘C’è la ricetta, no? Basta seguire quella e usare pasta italiana’”.
S’è mai pentito d’essersi messo in politica?
“No. La abbracciai a 14 anni. Era il 1969, pieno autunno caldo. Entravo in quarta ginnasio a Cagliari. Distribuivano volantini per strada: non li avevo mai visti. Mi folgorò l’idea che si potesse cambiare il mondo. Sono fiero di essere rimasto fedele agli ideali della mia gioventù. Non so quanti possano dire lo stesso”.
Ma ha ancora senso il comunismo nel 2026?
“A voja! Guardi quanto sono aumentate le ingiustizie nel mondo”.
Come forma di governo ha fallito ovunque.
“Vada in Cina, vada in Vietnam”.