•
Meloni incontra Giuli: "Ti ho sempre difeso". Lui: "Posso sempre lasciare". L'ex capo di segreteria Merlino: "Diamo spettacolo"
La premier incontra il ministro che si difende. Lei gli ricorda il sostegno e in una nota gli rinnova fiducia, ma l'incontro è aspro e salta, al momento, la sua missione a Bruxelles. Quasi 50 dirigenti dal mandato di Giuli hanno lasciato. Merli
di
12 MAY 26

Roma. Hanno ridotto Alessandro Giuli in questo stato: vede spettri come Macbeth e il suo Macduff è Federico Mollicone. Da ministro della Cultura ricorda a Meloni, si sfoga: “Non ce la faccio. Io posso andare via. Io non volevo farlo, me lo avete chiesto voi”. Alle 15,30 entra a Palazzo Chigi, incontra Meloni, dopo aver mozzato teste al capo della segreteria tecnica, Emanuele Merlino, e alla responsabile della segreteria particolare, Elena Proietti, colpevole di aver perso un aereo e che si difende: “Avevo le coliche. Per fare entrare l’ambulanza in casa sono accorsi perfino i pompieri”. Dice l’altro, Merlino: “Ho fatto il mio dovere, sempre. La Cultura è il ministero dello spettacolo e purtroppo lo stiamo dando”. Meloni rivolta a Giuli: “Ti abbiamo sempre difeso. Di chi ti fidi?”. Da inizio mandato Giuli, a oggi, hanno lasciato quasi 50 dirigenti, consulenti, 50 caduti come nella Scozia: sangue, cultura e suolo.
giuli
di
e
Gli hanno tolto la libertà all’inizio e gliela lasciano ora che ne fa strage. Prima, un governo ha impedito a Giuli di scegliersi il proprio capo di gabinetto, quel Francesco Spano di cui si fidava (la sua armonia), oggi Lollobrigida, Meloni definiscono come “normali avvicendamenti”, “normale dialettica politica”, la lama violenta, i decreti di revoca annunciate per fax. Domenica, quando Merlino e Proietti scoprono di essere stati purgati, tramite Corriere, si telefonano: “Ma il decreto di revoca ti è arrivato?”. La risposta: “No”. E’ stato trasmesso solo ieri mattina insieme a un’altra cacciata, un’altra testa che cade nell’ufficio stampa del Mic, Francesca Secci. Al governo sono convinti che si possa ancora fermare Giuli che aveva anticipato: “Ho bisogno di fidarmi”. Ci prova, al telefono, Arianna Meloni, ma non ci riesce. Solo per raccontare in che stato versa il ministero basti dire che il capo di gabinetto, Valentina Gemignani (un’altra testa quasi mozza, che ieri non è uscita dalla sua stanza) lavora pensando di ricevere la lettera di licenziamento dal capo del legislativo, Donato Luciano (che punta a sostituirla), mentre il vice capo di gabinetto, che si chiama Giorgio Carlo Brugnoni, viene additato: “Ma i decreti li hai scritti tu?”. Rischia di finire che il nuovo a saltare è Luciano. Brugnoni oggi cumula tre cariche, è Direttore generale del Cinema e Audiovisivo, vice capo di gabinetto e consigliere economico, e ha preso il posto di Nicola Borrelli, ennesima testa mozza, quel responsabile del tax credit, che sapete dove è andato a finire? A fare il direttore generale all’Università. Dove finiranno Merlino e Proietti? Si dice a Chigi o al ministero del Turismo di Mazzi, un altro che secondo Giuli aveva rapporti di prima mano con il suo staff. Quale ministero può reggere se il capo della segreteria tecnica, Merlino, sarebbe per il ministro un informatore di Mollicone (e lo pensa) e la sua capo di gabinetto Gemignani, un’altra che lo sabota? Merlino confessa a Giuli di sapere che il documentario su Regeni era stato bocciato ed è già è anomalo che un componente dello staff conosca il risultato di una commissione terza. Come lo sa? Lo ha informato Brugnoni? Gemignani, pochi mesi fa, prepara un piano di tagli al ministero della Cultura senza dire nulla a Giuli e lo porta al Mef. Paradosso: è la stessa Gemignani che una sera, nella stanza di Giuli, mette in viva voce l’amica, la Ragioniera di stato, Daria Perrotta, che non sa di esserlo e che si lascia andare: “Sono alla Festa del Cinema di Roma, non posso adesso”. Ha torto Giuli a pensare che il ministero sembra la Salò di Pasolini? E’ Meloni a cercarlo, ieri, al telefono e poi a chiedere l’incontro. La nota ufficiale è di “piena sintonia” con Giuli, “la piena volontà di sostenere l’azione di un ministero, la solidità di un rapporto cordiale e proficuo tra il capo del governo e il ministro Giuli”. Quella apocrifa è che l’incontro (senza Fazzolari) è aspro, ruvido con Meloni che gli ricorda “ti abbiamo sempre difeso, ma ora basta”. Giuli mette in discussione la lealtà di Proietti, perfino i certificati medici, il rapporto troppo disinvolto con le pratiche del ministero, un ministero sgovernato. Massimo Osanna, l’archeologo dell’età Franceschini, sta per essere promosso a capo dipartimento per le attività culturali perché ha scoperto che Alfonsina Russo, ex direttrice del Colosseo, sua superiore, è stata prorogata per un anno e mezzo. Gli archeologi finiscono al cinema, gli ex portavoce (Tatafiore, il primo di Giuli) rientrano dalla finestra con il ruolo di consulenti. Tutte le spese previste per il Festival di Cannes devono ora passare da Chigi, si teme che a ridosso della Festa del Cinema di Venezia ci possa essere un’ altra indagine sul tax credit sciagurato. Giuli deve partire per Bruxelles, per discutere delle sanzioni sulla Biennale, del suo antico amico Buttafuoco, ma la missione sarebbe saltata. Ecco come lo hanno ridotto. Pochi lo sanno ma Meloni chiese a Buttafuoco di fare il ministro e Buttafuoco rispose: “C’è chi meglio di me lo può fare, Alessandro”. Lo hanno ridotto così, un ministro Macbeth che “sente il suo titolo cascargli addosso, come il vestito di un gigante sul nano che l’ha rubato”.
Di più su questi argomenti:
Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio