Il centrosinistra non lo può dire ma spera maledettamente che la legge elettorale che il centrodestra ha messo in cantiere prima del referendum possa prendere forma e anche con una certa fretta. Con quella legge elettorale ci sarebbe il problema delle primarie, ovvio, ma quella legge elettorale offrirebbe al centrosinistra una doppia opportunità: avere a disposizione un sistema con cui provare a vincere elezioni che non è detto verrebbero vinte con questa legge elettorale e avere a disposizione anche un’arma di propaganda politica con la quale poter accusare il centrodestra di portare avanti a colpi di fiducia riforme pericolose per le istituzioni. Il centrodestra non lo può dire apertamente ma, tranne Meloni e qualcuno in Fratelli d’Italia che oltre a voler evitare a tutti i costi un pareggio sogna di avere la certezza che sia proprio Elly Schlein la rivale di Meloni, una parte sempre più ampia della coalizione vede la nuova legge elettorale come fumo negli occhi. Da un lato perché si ha paura che con questa legge elettorale il centrodestra possa crearsi una trappola da solo, offrendo al centrosinistra strumenti ulteriori per rendere la vittoria alle elezioni più semplice, dall’altro lato perché un pezzo del centrodestra, come Forza Italia, considera importante fare di tutto per evitare di finire all’opposizione nella prossima legislatura. Il quadro appena descritto è utile da mettere a fuoco perché mostra qual è il vero scenario a cui si stanno preparando, in modo inconfessabile ma in modo sistematico, le principali teste pensanti del centrodestra e del centrosinistra. Tutti vorrebbero vincere, ovvio, e tutti non vorrebbero perdere. Ma se è vero che solo una legge elettorale con premio di maggioranza, visto l’equilibrio tra le coalizioni, garantirebbe una qualche speranza di vittoria di una coalizione, è anche vero, necessariamente, che l’assenza di quella prospettiva rende attuale più che mai uno scenario diverso all’interno del quale, più che parlare di rischio pareggio, è forse più corretto parlare di rischio supplementari: qualcuno che vince potrebbe esserci, ovvio, ma se si vince in modo risicato, per dire, lo scenario del dopo voto, tra un anno, potrebbe essere molto diverso da quello che potrebbe configurarsi nei prossimi mesi, nella lunga stagione che ci separa dal voto. Il tema dei supplementari, per quanto al momento remoto, ci aiuta inevitabilmente a cogliere alcune sfumature che, a un occhio disattento, potrebbero sfuggire. Le sfumature nascono da qui: una classe dirigente politica che, dopo essersi preparata a una nuova legge elettorale, capisce che una nuova legge elettorale non si farà e per questo si prepara a un contesto in cui il 2-2 potrebbe essere uno scenario più probabile di un 4-2. Supplementari e poi rigori. Lo scenario dei supplementari smuove le coscienze a destra e a sinistra e aiuta a spiegare alcune mosse apparentemente inspiegabili senza questa chiave di lettura. A destra, Forza Italia non vuole una legge elettorale maggioritaria perché spera di poter vincere con il centrodestra ma spera anche di poter eventualmente governare in caso di scomposizione del sistema e, pur di non andare all’opposizione al prossimo giro, è disposta a muovere tutte le sue pedine sul campo. Allo stesso modo, nella Lega è chiaro a tutti che, in caso di una vittoria di misura, sarebbe possibile avere un peso diverso, in qualunque contesto dovesse maturare, rispetto alla vittoria del centrodestra con una Lega junior partner e, in un contesto da supplementari, una figura come quella di Giancarlo Giorgetti, per dire, potrebbe muoversi sempre di più come una riserva della Repubblica. Con i tempi regolamentari, a destra, la partita non c’è: Meloni non ha competitor. Con i tempi supplementari, qualcosa potrebbe cambiare, gli equilibri potrebbero mutare, e nomi più europeisti, come quelli di Giorgetti e di Fitto, potrebbero diventare più spendibili per ogni casella a disposizione. A sinistra, evidentemente, i tempi supplementari terrorizzano Elly Schlein e anche Giuseppe Conte, mentre scaldano i cuori di tutti coloro che studiano già oggi sul pallottoliere ogni scenario possibile per il futuro, e si preparano di conseguenza. Silvia Salis, per dire, sindaca di Genova, non vuole candidarsi alle primarie non solo perché le primarie non ci sono, e forse non ci saranno, chissà, ma anche perché pensa in cuor suo che, in caso di supplementari, il suo nome potrebbe diventare spendibile per il dopo. Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli, presidente dell’Anci, gioca una sua partita personale, come possibile leader del futuro, come federatore, non perché crede che qualcuno lo possa volere, prima delle elezioni, nello stesso ruolo che fu di Romano Prodi nel passato ma perché sa che, in caso di un tempo supplementare e di vittoria ai rigori del centrosinistra, cercare dei punti di mediazione nella coalizione potrebbe portare a cercare qualcuno che sia meno portatore di leadership e più portatore di mediazione. E per quanto oggi possa apparire remoto e difficile da immaginare, lo stesso calcolo lo sta facendo, lentamente, anche un altro sindaco, quello di Roma, Roberto Gualtieri, la cui squadra si muove con abilità a Roma non solo nella gestione della Capitale ma anche nella conquista di spicchi di credibilità all’interno della coalizione, con ambizioni del futuro che non si vedono ma si sentono. I tempi supplementari, nel mondo del centro, sono uno scenario su cui scommette di più Carlo Calenda, con il suo centro che resterà fuori da ogni coalizione a livello nazionale, ma che potrebbe invece avvicinarsi alla destra a livello locale, per esempio a Milano, qualora ci fosse un candidato valido che al momento non si vede, e sul quale invece scommette meno, al momento, il principe assoluto dei tempi supplementari, ovvero Matteo Renzi, la cui partita oggi non è solo quella dell’accreditamento progressivo nel campo largo ma è anche quella di immaginarsi, in un eventuale governo di centrosinistra, non l’ago della bilancia di coalizione ma il referente naturale di tutti coloro che potrebbero cercare una sponda moderata in una coalizione di centrosinistra che di moderato ha poco o nulla. I tempi supplementari sono lì, nel dibattito quotidiano della politica, non nei retroscena ma sulla scena, e sono diventati un tema intorno al quale i partiti ragionano più o meno con la stessa passione con cui un pezzo di centrosinistra già sfoglia i petali del governo del futuro (Boccia al posto di Mantovano? Fratoianni al posto di Calderone? Guerini all’Interno? Conte al Senato? Patuanelli alle Infrastrutture?). Ma i tempi supplementari sono lì che ci ricordano anche una verità non sempre immediata: in un sottobosco politico dove non si dice quello che si vuole e si fa spesso il contrario di quello che si vorrebbe, la legge elettorale maggioritaria ha solo una possibilità per diventare realtà ed è un accordo tra la leader della maggioranza e quella dell’opposizione. La strada è lì, ed è l’unica per evitare forse i supplementari, e chissà tra un anno se ci penseranno Schlein e Meloni quando, guardando i risultati elettorali, diranno: cara Giorgia, cara Elly, ci avessimo pensato prima a farla noi insieme questa legge elettorale. Più che sindrome del pareggio, sindrome dei supplementari. Popcorn a valanga e spettacolo assicurato.