Pressing (anche di FdI) per cambiare Urso. Meloni studia una difficile via d’uscita

Tra i meloniani cresce il malcontento verso il ministro del Made in Italy. A Palazzo Chigi si cerca un exit strategy, una nomina o un salvacondotto da offrire al ministro, che per ora continua a resistere. La premier vede i leader di Libia, Ungheria e Polonia
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8 MAY 26
Immagine di Pressing (anche di FdI) per cambiare Urso. Meloni studia una difficile via d’uscita
Roma. C’è posto per Adolfo Urso? Nel governo, a quanto pare, sempre meno. E altrove? Si studiano dossier, contropartite e caselle vuote. Dalle parti di Giorgia Meloni è una questione che ricorre da mesi. Solo che negli ultimi giorni anche all’interno di FdI, tra chi ricopre ruoli apicali, sono tornati a bussare alla porta della premier per lamentarsi del ministro del Made in Italy, specialista in francobolli ma un po’ meno nel rilanciare l’industria italiana: ne chiedono l’avvicendamento. Sono critiche che spesso condivide anche la premier, ma la via è stretta e non è detto che sia percorribile. E’ l’altra grana di Palazzo Chigi, dove ieri Meloni, in una girandola internazionale, ha incontrato i premier di Ungheria, Libia e Polonia. (Montenegro segue nell’inserto VII)
Ieri Meloni s’è tenuta a debita distanza dagli acciacchi del suo governo, di Urso. Ma il dossier è aperto. La giornata della premier – tutta vertici e diplomazia – è cominciata da Péter Magyar, fresco primo ministro ungherese. E’ l’anti Orban – l’amico Orban – ma “il colloquio ha confermato la solidità delle relazioni tra Italia e Ungheria”, fa sapere la premier. C’è comunanza, per esempio, nel contrasto duro all’immigrazione. Qualche ora dopo la passerella di Palazzo Chigi è toccata al primo ministro del governo di unità nazionale libico, Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh. Questa volta al centro del colloquio c’è anche l’energia, tema su cui – in attesa di firme e accordi – Meloni sta provando a rilanciare dopo la sconfitta referendaria. C’è stato il viaggio nel Golfo e poi quello in Azerbaigian. In Libia, a marzo, Eni ha annunciato la scoperta di oltre 28 miliardi di metri cubi di gas. Ma da quelle parti passa anche il petrolio. Infine è stato il turno del leader polacco Donald Tusk, con cui Meloni condivide l’ approccio “nella difesa dei confini”. Fin qui la diplomazia, in chiaro. Ma dietro le quinte certe spine restano, chiamano in causa il governo ma anche gli equilibri in Via della Scrofa. Che fare con Urso? Da mesi il ministro è considerato in bilico, gli rimproverano il flop di Transizione 5.0, tre anni di calo industriale, e poi certe uscite, fin troppo ottimiste, su Stellantis e Ilva. Il ministro delle Imprese prova a resistere, ieri ha rilanciato sull’energia pulita, prendendosela con le regioni che fanno ostruzionismo: “Autorizziamo in tre mesi tutte le rinnovabili, serve un shock”. Poi se l’è presa pure con la ragioneria di stato per aver “svuotato” il decreto sugli incentivi alle imprese. Nelle ultime settimane Urso ha recuperato punti con la Confindustria di Orsini, comunque troppo poco, e il giudizio degli industriali rimane negativo. E’ tra i bersagli preferiti dalle opposizioni, che ne chiedono le dimissioni ogni giorno. Ma le perplessità arrivano pure da Forza Italia, che sperava in un rimpasto. Per non dire del ministro leghista Giancarlo Giorgetti. Si teme che la gestione del Made in Italy possa diventare, se non lo è già, una zavorra elettorale. Lo sanno bene anche i meloniani, che in pubblico fischiettano. Ma a quanto risulta al Foglio dirigenti di primo piano di FdI hanno chiesto a Meloni di cercare una soluzione – del resto anche Daniela Santanchè (oltre a Bartolozzi e Delmastro) c’ha rimesso il posto dopo il referendum, pur non avendo responsabilità dirette. La premier ha perplessità sull’operato di Urso ma trovare una soluzione non è facile. Servirebbe quantomeno un salvacondotto per chiedere un passo indietro a cui comunque il ministro del Made in Italy non pare intenzionato. Mesi fa si era evocata una sua candidatura a presidente del Veneto. Poi si era pensato di spostare Urso al Turismo. Ma a Chigi hanno preferito altre strade, niente rimpasti. E forse inseguire il record di longevità è stato un errore. Così ora si sondano altre vie, strettissime. Governatore in Sicilia? Urso è nato in Veneto, ma ha radici forti sull’isola, ha sostenuto vari progetti. Ma il consenso è un’altra cosa. Prenotare oggi il dopo Schifani, inoltre, potrebbe voler dire aprire un nuovo fronte nel centrodestra. Senza dimenticare i guai di FdI (e degli alleati) in Sicilia. Nella cerchia stretta della premier tocca insomma ingegnarsi ancora. Si cerca di capire se una nomina può suggerire la soluzione. C’è un report, pubblicato dal Servizio per il controllo parlamentare della Camera: entro il 30 settembre vanno rinnovate un centinaio di posizioni, in 35 enti pubblici, di vario livello. Per citarne le più importanti si va dall’Anac all’Inail fino all’Agcm (Garante della concorrenza e del mercato). Per quest’ultima la nomina del vertice spetta ai presidenti di Camera e Senato. E’ chiaro che immaginare Urso in queste nuove vesti è un esercizio complesso anche per chi ne chiede la testa. Le difficoltà su Consob e Antitrust, veti e controveti, lo dimostrano. Chissà. E ci sarebbe da convincere Mattarella. Il sentiero è strettissimo. A Palazzo Chigi intanto si lavora. Da domani tornerà a pensarci anche Meloni, oggi invece è il giorno di Marco Rubio e dei rapporti da rinsaldare con l’America.
Ruggiero Montenegro