Renzi: "Difendo Buttafuoco. Tra lui e Giuli c'è un abisso. Madia? È tornata a casa"

L'ex premier, leader di Iv: “Il caso Biennale dimostra tutta l’insipienza del governo, che vede la cultura come una scacchiera dove posizionare delle pedine”. E ancora: “Il punto è che questo gioco puoi farlo con i Giuli, non con intellettuali della caratura di Buttafuoco”

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5 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 09:02 AM
Immagine di Renzi: "Difendo Buttafuoco. Tra lui e Giuli c'è un abisso. Madia? È tornata a casa"

Matteo Renzi, LaPresse

Roma. “Il caso Biennale dimostra tutta l’insipienza del governo”, dice. “E’ un governo che vede la cultura come una scacchiera dove posizionare delle pedine”, aggiunge. E ancora: “Il punto è che questo gioco puoi farlo con i Giuli, non con intellettuali della caratura di Buttafuoco”. A parlare al Foglio è l’ex premier Matteo Renzi. Lui che nei due ex amici non vede, oggi, due figli unici o due “fratelli sbagliati”. Bensì due lontanissimi pianeti. “Puoi condividere o non condividere quel che dice Buttafuoco”, premette Renzi. “Ma certo è una testa libera che esprime delle idee. E certo è che questa destra è allergica alle libertà”. Giuli è un fine umanista, però. “Allergico alle libertà e pure alle idee”. Sarà. Lei dice “questa destra” come a smarcarla dalla destra di qualcun altro. “Io parlo del governo. Basta vedere a chi hanno scelto di affidare il Mic. Avevano a disposizione menti brillanti come appunto Buttafuoco, Veneziani, Giordano Bruno Guerri. Hanno scelto Sangiuliano e Giuli”. 
Hanno scelto Sangiuliano e Giuli per quanto il punto, forse, sia stata proprio l’indisponibilità degli altri. Il fatto di non essere così “a disposizione” come dice lei. “Non ho visto niente di più fascista che commissariare la Cultura”, dice Renzi. “Sono statalisti, la loro mentalità è questa. Non sopportano chi pensa con la propria testa”. Forse. Ma alla fine, secondo lei, l’egemonia muore a Venezia o è la Venezia salva della Cultura? “Guardi – sorride l’ex premier – sono partiti dicendo che avrebbero distrutto l’egemonia della sinistra. Risultato? Si sono distrutti da soli. Avevano l’occasione di ribaltare la famosa egemonia gramsciana: hanno fatto ridere”. Lei sorride, presidente, anzi ride. Ma i suoi (ex) alleati mica tanto. Calenda, per dire, la pensa come Fazzolari. Idem i riformisti dem. “Io invece vado controcorrente perché credo che l’arte debba restare uno spazio di libertà. E sul tema la penso come Ezio Mauro. Non avrei incluso i russi, ma non mi sarei aspettato di nominare un intellettuale libero per poi commissariarlo perché le sue scelte non mi vanno bene. Lei mi chiede di Venezia... ma ha visto il caso Venezi?”. Purtroppo sì. “Ecco, senza entrare nel merito: prima la esalti e le metti il bollino di partito, prima la fai suonare alla festa di Fratelli d’Italia, poi, quando va sotto pressione, non la difendi. E al primo scivolone la abbandoni a sé stessa. Ci faccia caso. E’ lo stesso schema che Giorgia ha applicato, dopo il referendum, con Santanchè e Delmastro. Ma a questo punto la domanda è: se non vanno bene ora, com’è che prima andavano bene?”. Com’è? “La verità è che lei molla i suoi per sfuggire alle sue responsabilità”.
A proposito di Meloni, la premier oggi può rivendicare il rercord di secondo governo più longevo. Cos’è per lei: un merito o un’ostinazione? “Un merito”. Ci sorprende ancora. “L’unico vero asset che questo governo ha è la stabilità. Vede, da ex premier, io so quant’è importante che i nostri partner possano contare su un esecutivo solido e sulla medesima persona a Palazzo Chigi. E’ un plus, non un minus. Tuttavia il dramma è che, in quattro anni, Meloni non ha fatto una riforma degna di questo nome. Il dramma si chiama pressione fiscale record, crollo dei salari reali, debito pubblico più alto d’Europa, crescita zero, crollo della produzione industriale. Non capisco come Confindustria continui a dirle brava. E neppure so come faccia una certa presunta opposizione a insistere nell’elogio di Giorgia”. Il governo, oggi, sembra virare su temi più popolari. Dalle spese in difesa al reddito giusto sino al piano casa. Buonsenso, per lei, o scialuppa socialista? “Mi sembrano slogan. Si dice: centomila case nei prossimi dieci anni. Bene, e perché nei primi quattro anni zero case? E poi, siamo sicuri che lo strumento del fondo sia stato pensato bene? Tutti tranquilli sulle modalità di affidamento? E questo salario giusto che cos’è davvero? Uno slogan per coprire il salario minimo? Nel frattempo abbiamo i salari reali che crollano dell’8 per cento rispetto all’epoca Draghi. No, non è una scelta di buonsenso, è un disperato tentativo di riposizionamento”.
In politica estera, invece, il riposizionamento pare più centrista. C’è una radice democristiana oltreché missina? “La prego. I democristiani erano persone serie. Non facciamo paragoni azzardati. Meloni è campionessa di slalom speciale. Fuori dall’Euro e poi dentro l’Euro. Contro la Nato e poi filo Nato. Non è una leader, è una banderuola. I democristiani portavano tutti sulle loro posizioni, Meloni fa sempre un giro sulle idee degli altri”. Veniamo ora al suo partito che ha appena accolto la sua ex ministra Marianna Madia. Pensa che il passaggio in Iv avvenga perché non c’è spazio, nel Pd, per un’area riformista? “Guardi, ho molto rispetto per il Pd e non vedo esodi alle porte. Marianna ha fatto una scelta logica e, per storia personale e visione politica, sarà protagonista nella costruzione di una Casa Riformista che allarghi Iv ad altri riformisti. Altri rimangono nel Pd? In bocca al lupo a tutti”. E Silvia Salis? “Ne ho stima. Condivido quando chiede di essere giudicata sulla sua esperienza a Genova e non sui chiacchiericci. Ma non aggiungo altro: ogni parola in più finirebbe per far male a una persona cui voglio bene. E che considero un’opportunità per i riformisti e per il centrosinistra”. Salis piace a Marina Berlusconi. Ma Marina a voi piace? “Io credo che sia Meloni a dover scegliere: o ingloba Vannacci, rendendo FI culturalmente irrilevante, o valorizza FI rompendo a destra. La partita è lì”. Lei è stato l’unico a chiedere le dimissioni di Meloni, dopo il referendum. Perché Conte e Schlein non l’hanno seguita? Non si sentono pronti a governare? “No. Conte ha già governato, anche se con maggioranze diverse. E Schlein è pronta. Io penso che ogni giorno che passa, però, provochi due conseguenze: peggiora la situazione del paese e fa precipitare il consenso a destra. Quanto al primo punto, penso che dobbiamo essere concentrati sul bene dell’Italia e dunque invitare gli Urso e i Salvini ad andare a casa. Quanto al resto, capisco chi non chiede le dimissioni ora”. Come? “Ogni giorno in più di Meloni a Chigi migliora il record di durata. Ma peggiora la forza della coalizione di destra. Più in là si vota, più sarà facile per noi portare a casa la vittoria”.