Marattin rompe con Calenda: “Percepiti come un fastidio. Così il Terzo polo non si fa”

“Negli ultimi sei mesi abbiamo cercato di far partire un cantiere per un’area comune, ma in più occasioni abbiamo avuto l’impressione che qualcuno preferiva farcela da solo. Il Pd sta coi populisti, a destra sono indecisi su Vannacci”. Parla il leader di Libdem

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1 MAY 26
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Foto ANSA

“Carlo Calenda? Negli ultimi sei mesi abbiamo cercato di far partire un cantiere, ma in più occasioni abbiamo avuto l’impressione di essere solo un fastidio per qualcuno, che preferiva farcela da solo. Se è così, da liberali non ci sogniamo di interferire con le preferenze altrui”. Luigi Marattin, leader del Partito Liberaldemocratico, parlando con il Foglio traccia le linee di ciò che sembra a tutti gli effetti un divorzio. L’ennesimo per il segretario di Azione, con cui l’ex deputato di Italia Viva aveva intenzione di avviare un percorso di “amalgama, condivisione e costruzione di fiducia”, suggellata dalla partecipazione di Calenda all’assemblea nazionale del Partito Libdem di novembre scorso. Si parlava addirittura di partito unico, o almeno di un’area “terzopolista”. Il tentativo di costruirla c’è stato, afferma Marattin: “Abbiamo cercato di coordinare le posizioni locali, mettendo in comune proposte programmatiche”. E poi le cose si sono complicate. “Se si sceglie di fare il Terzo polo, si fa il Terzo polo. Non si dice il martedì che se scende in campo Marina Berlusconi si va a destra, e il mercoledì che se scende in campo Silvia Salis si va a sinistra”. Giusto ieri Calenda ha stilato i punti non negoziabili “da cui dipende ogni possibilità di alleanza” con la sinistra (e non). Dalla difesa di Kyiv al riarmo, fino alla rimozione del diritto di veto in seno al Consiglio europeo. “Così si crede di essere centrali e “dare le carte” – osserva Marattin – ma in realtà si dà un’altra cosa: l’impressione di non sapere dove si voglia andare”. A questa impressione se ne aggiunge un’altra: “Che i progetti politici non siano fatti di idee, di culture politiche, ma di nomi dei leader. E noi non la pensiamo così”.
Nelle scorse ore, il libdem ha messo nero su bianco un messaggio: oggi non ci sono le condizioni per una “casa da costruire mettendo il progetto davanti agli ego”. Ripristinare il dialogo con Azione è ancora possibile? “Se si vuole costruire – e a maggior ragione guidare, che sembra essere così cruciale – un’operazione politica così complessa, occorre rispettarci e comportarci da persone mature anche nei rapporti tra di noi. E le assicuro che qui c’è molto da lavorare”. Serve un kintsugi per il centro: l’antica tecnica giapponese che ripara le ceramiche rotte con l’oro. Ma sembra più facile riparare i cocci rotti che entrare nel Campo largo. Il Partito democratico ha scelto, legittimamente, di costruire con i populisti del M5S e i vetero-comunisti di Avs un’offerta politica di sinistra tradizionale. Che io combattevo pure quando militavo nel centrosinistra liberale, figuriamoci ora – dice Marattin –. Quindi a noi non interessa, in questa sua configurazione attuale”. Il problema non è la leadership di Elly Schlein. “Non cambia se a guidarla c’è X o Y. Perché ormai la constituency politica di quello schieramento è completamente cambiata”. Quello di oggi, dice Marattin, “non ha più niente del Pd del 2014 o quello del 2007. Per alcuni versi, penso alla surreale proposta di riduzione dell’orario di lavoro (nel paese con la più bassa crescita della produttività al mondo): è più indietro persino rispetto ai Ds del 1995”.
Dal centro la palla passa a sinistra, rimbalza sulla porta e finisce nell’altra metà del campo. E’ lì che si trovano interlocutori più seri e affidabili del centrosinistra? “Noi abbiamo costruito una comunità politica convinta che lo stato debba fare un passo indietro, facendo meno e meglio. Che liberalizzazioni e concorrenza non siano lo sterco del diavolo, ma fonte di crescita e uguaglianza di opportunità. Che le società liberaldemocratiche (dall’Ucraina a Israele) vadano difese, in tutti i modi”, risponde Marattin, secondo cui “il centrodestra attuale è lontano da questa sensibilità. O meglio, è in un ‘vorrei ma non posso’, ancora troppo condizionato dai riflessi sovranisti. E ancora non ha deciso se tenersi dentro Vannacci o meno”, prosegue. In questo caso la porta sembra meno socchiusa degli altri casi. “Nei prossimi sei mesi ci dedicheremo a rafforzare questa nostra identità liberale e verificheremo che tipo di consenso reale e potenziale ha nel paese. Poi – continua il libdem – quando attorno a noi tutto sarà più chiaro (la legge elettorale, ampiezza e composizione degli schieramenti in campo, ecc) faremo le nostre scelte. La mia preferenza personale rimane quella di costruire una opzione terza. Che però non ripeta i tragici errori del passato. Ricordiamoci – conclude – che se il Terzo polo non si fosse suicidato, la storia politica di questo paese sarebbe stata diversa”.