Ed ecco che risuona, in questi giorni di dibattito su bilanci, scostamenti, conti e conti che non tornano, la frase che, in un giorno d’ottobre del 2025, il vicepremier e leader azzurro Antonio Tajani aveva fatto fluttuare nei Palazzi a ridosso della discussione sulla manovra finanziaria 2026:
“Decide la politica, non i grand commis del Mef”. E se il Mef è diretto dal leghista Giancarlo Giorgetti, grand commis per antonomasia è la Ragioniera generale dello Stato
Daria Perrotta, sottotraccia vista come colei che non si limita a dare una valutazione tecnica. Passano sei mesi, ed ecco che la fantomatica figura del grand commis vira in “manina” burocratico-tecnica che non calcola o calcola apposta in direzione sconosciuta e insomma si annida nelle casematte dei conti statali anche all’insaputa dei (e della) grand commis e porta il governo di Giorgia Meloni a superare nel Dfp il 3 per cento che l’Europa impone, e per (soli) 600 milioni.
Il ministro Giorgetti ha poi parlato di “aumento imprevisto della spesa per il Superbonus”, ma la suggestione-impressione-sospetto governativo, nel complesso, resta intatto verso le misteriose “manine” (o verso chi le manovra senza che queste se ne accorgano), con l’idea di far fare al governo la figura che non voleva fare. “Cui prodest?”, si chiedono intanto i sospettosi, e si arriva al punto di vedere Perrotta manovrata a volte da se medesima e a volte da oscuri funzionari della Ragioneria interessati a screditare, oltre al governo, la Ragioniera stessa, succeduta a Biagio Mazzotta proprio a ridosso dei giorni neri del Superbonus. E se Tajani ce l’aveva con “i grand commis” per la questione degli affitti brevi, oggi si scrutano quelle virgole e quel 3,01 che fa volare il deficit di pochissimo, ma quel tanto che basta a non schivare l’occhio severo della Ue. Ma possibile che sia sempre colpa del burocrate celato dietro ai muri spessi degli istituti che affiancano il Mef, con la Ragioneria (e ora anche l’Istat) costretti a guardarsi con sospetto al proprio interno e quasi quasi l’un l’altro? E insomma, a sentire chi i Palazzi economici li frequenta da un pezzo, leggenda vuole che i burocrati “possano essere più o meno efficienti a seconda della volontà di esserlo”, ma anche che i burocrati, “vedendo la correzione salvifica”, cioè che salverebbe un bilancio, possano “dirlo o non dirlo”. Fuor di complottismo, c’è anche “il semplice errore”, ma pure la volontà di scaricare sul tecnico “quel che il politico non ha fatto, non vuole fare, non ha capito di dover fare”, dice un conoscitore di segrete stanze ragionieristiche statali.
E insomma, Perrotta oggi, prima donna a ricoprire il ruolo di Ragioniera dello Stato, “come alcuni suoi predecessori ieri”, racconta un ex funzionario ministeriale, “può diventare l’incarnazione della figura che, nell’ombra, vuole raddrizzare, punire o reintrodurre imposte, magari in sintonia con i nemici di questa o quella amministrazione, quando spesso invece sono i governi a non saper vedere e prevedere”. Fatto sta che la questione delle “manine” che sotto sotto tramano affonda nella notte dei governi recenti (Luigi Di Maio, in tv, da Ministro dello Sviluppo Economico, a un certo punto del 2018 si spinse a parlare di “testi manipolati” da chissà quale oscuro figuro celato dietro alle tende di una commissione). E dunque il codicillo assassino – che sballa un conto e toglie o reintroduce – è sempre scritto da qualcun altro? “La Ragioneria dice se c’è copertura, punto”, sbotta un osservatore esperto: “D’altronde ci sono ministeri che ricevono fondi e non spendono e altri che spendono troppo e male e la scelta sta a monte”. Cioè nella testa politica. Eppure ogni volta che una cifra spunta – ignota – dalle carte note, ecco che il dito accusatore punta lui (o lei), il volto tecnico-burocratico accusato di favorire chi veniva prima o chi verrà (semmai) dopo.