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Meloni frena sullo scostamento: Boccia: "Discutiamone. Giorgetti e Perrotta hanno sequestrato il Bilancio"
Il governo nella risoluzione di maggioranza vuole fare un passaggio che rimanda all'autunno la scelta. Il Pd apre e la Lega continua a scatenarsi. Riunione a Chigi fra Meloni e il ministro dell'Economia. La partita si sposta in sede Ue
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28 APR 26

Il Ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni in occasione delle Comunicazioni del Presidente del Consiglio in vista del Consiglio europeo del 23 e 24 ottobre. Camera dei Deputati, Roma Mercoledì 22 Ottobre 2025. (foto Mauro Scrobogna / LaPresse) Minister of economy Giancarlo Giorgetti, Prime Minister Giorgia Meloni on the occasion of the Prime Minister's Communications in view of the European Council of 23 and 24 October. Chamber of Deputies, Wednesday October 22 2025. (Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)
Si è ribaltato il Bilancio: la sinistra apre allo scostamento e la destra chiude. La grazia la chiederà Meloni, ma alla Madonna. Il governo frena. In una riunione a Chigi fra Meloni e Giorgetti si allontana l’ipotesi di scostamento perché, si pensa al Mef, “senza un accordo europeo sarebbe una strada di non ritorno”. Nella risoluzione sul Dfp, di giovedì, la maggioranza, al massimo, inviterà a valutare, attenzione, “valutare”, lo scostamento. Dice Francesco Boccia al Foglio: “Premesso che Giorgetti e la ragioniera dello stato, Perrotta, hanno sequestrato il Bilancio, il Pd chiederà: scostamento per fare cosa? Se è finalizzato a un’operazione di giustizia sociale risponderemo: discutiamone”. Arrivano gli scostati.
Si scosta la Cultura a Venezia, dove muore la grande illusione di una Bisanzio di destra. Si scosta, da Meloni, il solito Salvini che va a fare visita alla famiglia nel Bosco, a Palmoli, mentre Giorgetti sta per salire sulla croce: oggi è prevista la sua audizione sul Dfp. Chi vuole lo scostamento di Bilancio? Lo vuole Confindustria, che parla della “crisi energetica più lunga della storia” e non dispiace al Pd, che sta lavorando con gli alleati a una risoluzione unitaria sul Dfp. Lo scostamento lo vuole sempre meno Meloni. E’ preoccupata perché ha compreso che l’Europa non accetterà. La posizione della Lega è la più spericolata: è per stracciare trattati, per pestare i piedi alla Commissione, farle un birignao. Claudio Borghi è in piena fase Lucio Fontana, il pittore dei tagli sulla tela: invita, per il secondo giorno di fila, ad abbandonare il Patto di Stabilità e vuole che sia “unilaterale”. Tre anni di conti in ordine da bruciare come un falò. Dice Marco Osnato, presidente della Commissione Finanze di FdI, di fare attenzione alle “minchiate”, perché “sento parole che equivalgono all’uscita dall’euro”. La posizione di Borghi equivale di fatto all’Italexit. Meloni e Giorgetti proveranno a chiedere all’ Ue di attivare la clausola di salvaguardia per spese energetiche e a ingaggiare una battaglia in sede europea, ma scacciano lo scostamento. Lo scacciano per una serie di ragioni. La prima: lo scostamento è un terreno ignoto. Nessuno stato, da quando sono state modificate le regole europee e istituita la traiettoria di rientro in sette anni, ha mai chiesto lo scostamento. Seconda ragione: se va chiesto, non va chiesto ora ma in autunno e serve un ulteriore passaggio in Parlamento con maggioranza assoluta. E’ un’operazione difficilissima. Per eccesso di zelo, di ambizioni alte, per quel decimale, quel 3,1 per cento, si sta restituendo ai mercati un messaggio che per Meloni genera solo sfiducia. La linea di Ignazio La Russa è “speriamo non serva sforare il Patto, ma anche Meloni ha detto che non lo esclude”. Ogni giorno che passa si dà la caccia alle streghe: la Ragioneria dello stato sembra Salem, e c’è chi gode, nelle strutture dei ministeri, per quel decimale, il grano che ha mandato in panne il meccanismo di Meloni. I fronti aperti del governo aumentano. Si aggiunge la Corte dei conti che ha impugnato la riforma Foti sul danno erariale. Il Quirinale vuole informazioni sulla grazia a Nicole Minetti e resta insoluto il dilemma sulla spesa militare da aumentare che per Meloni resta “una delle priorità”. La sinistra di Schlein trova uno spazio sullo scostamento, l’altra, quella riformista, di Guerini, Gori, Quartapelle e Sensi si differenzia e invita Francesco Giavazzi, oggi al Senato, per parlare di crescita. Esiste una corrispondenza di amorosi scostamenti fra il Pd e la necessità di Meloni. La argomenta Francesco Boccia che contesta la mancata riforma della contabilità, il ruolo dei presidenti della Commissione Bilancio e Giorgetti e Perrotta: “Per quanto riguarda le coperture del decreto carburanti sia Giorgetti sia Perrotta non hanno mai indicato dove tagliavano. La nostra critica al governo è sul metodo. Non ha una politica espansiva. La nostra critica riguarda l’industria, il lavoro. Urso non ha uno straccio di politica industriale, la ministra Calderone non si è mai vista. Lo scostamento non può essere uno scostamento alla Colle Oppio”. Anche Maria Cecilia Guerra, ex sottosegretario del governo Draghi, responsabile lavoro del Pd, dice: “Lo scostamento è un messaggio delicato ma non impossibile. E’ stato il governo Meloni a puntare tutto sulla reputazione e ha fallito”. Si arriva a Giorgetti che torna ostaggio. Salvini vuole che forzi la mano, mentre FdI con Ylenja Lucaselli, che è capogruppo in commissione Bilancio, ricorda che “neppure Giorgetti vuole lo scostamento. Lo scostamento piace alla sinistra che è abituata a fare debito”. Ci sono anche i debiti di (in)gratitudine. Giuseppina Di Foggia ha rinunciato alla buonuscita da ad di Terna, ma ora c’è Beatrice Venezi, la direttrice (indicata) della Fenice, che pretende la sua. Fa sapere che prende atto della decisione ma che “la posizione va chiarita nelle motivazioni”. Si scostano burocrazie, vecchie amicizie. Si è infelici e scostanti.
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Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio