Ebrei, Ucraina, partigiani. Il nostro 25 Aprile sequestrato

C'è un clima culturale e politico che, nel tentativo di comprendere tutto, finisce per giustificare troppo: ora alcune ambiguità non sono più accettabili. Le responsabilità delle forze progressiste e dell'Anpi e un bilancio di cosa resta della festa della Liberazione

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27 APR 26
Ultimo aggiornamento: 08:30 AM
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ANSA/MASSIMO PERCOSSI

La festa della Liberazione appena trascorsa rimarrà come una delle giornate più amare per la nostra democrazia. Doveva essere un momento di ricomposizione simbolica, un terreno comune tra culture politiche diverse unite dal rifiuto del fascismo e dall’adesione ai principi costituzionali. Si è trasformata, invece, nella rappresentazione di una crisi sempre più evidente dello spazio pubblico italiano.
Dall’uomo in tuta mimetica che, da un motociclo, ha sparato con una pistola ad aria compressa contro due iscritti all’Anpi, all’aggressione subita da Matteo Hallissey, esponente dei Radicali italiani, a Porta San Paolo; dalla cacciata della Brigata ebraica a Milano fino alla contestazione e all’allontanamento di chi, a Bologna, esponeva la bandiera ucraina ed europea: episodi distinti che delineano un quadro coerente. Violenza, intolleranza, antisemitismo, ostilità verso simboli democratici. Non si tratta di casi isolati, ma di segnali di un deterioramento più profondo.
In quelle piazze hanno trovato spazio comportamenti e linguaggi estranei alla tradizione resistenziale. Il problema non è soltanto individuale. Esiste una responsabilità più ampia, legata a un clima culturale e politico che, nel tentativo di comprendere tutto, finisce per giustificare troppo. L’equidistanza tra vittime e aggressori non è neutralità: è una forma di resa. Le forze progressiste hanno progressivamente rinunciato a esercitare una funzione di indirizzo e contenimento. In molti casi inseguono gli umori più radicali o evitano il confronto interno, lasciando che nelle piazze si affermino soggetti e parole incompatibili con i principi democratici.
La cacciata della Brigata ebraica a Milano e l’allontanamento di chi, a Bologna, portava la bandiera ucraina ed europea non sono episodi marginali. Rappresentano l’effetto di una linea politica che ha smesso di tracciare confini chiari. La logica del “nessun nemico a sinistra” ha finito per aprire spazi a posizioni che legittimano Hamas, negano il diritto all’esistenza di Israele o giustificano l’aggressione russa in nome di un anti-occidentalismo indistinto.
In questo contesto, le responsabilità sono comuni. Da una parte le ambiguità di una destra incapace di rappresentare i sentimenti repubblicani di giustizia e libertà, anzi spesso in aperto conflitto con essi. Così come le responsabilità dell’Anpi non possono essere eluse. Un’associazione che dovrebbe essere presidio della memoria resistenziale appare oggi in difficoltà nello svolgere una funzione di garanzia. La linea del gruppo dirigente, a partire dal presidente Pagliarulo, assume spesso i tratti di una posizione politica di parte, indebolendo l’autorevolezza dell’organizzazione e rendendo più difficile il contenimento di derive che nulla hanno a che vedere con l’eredità della Resistenza.
Negli anni più complessi della Repubblica, la sinistra seppe invece isolare l’estremismo, comprendendo che senza una netta distinzione tra conflitto e violenza si rischiava la delegittimazione democratica. Oggi quella consapevolezza appare attenuata. Il risultato è visibile: polarizzazione crescente, linguaggi aggressivi, difficoltà nel distinguere tra dissenso legittimo e intimidazione. Anche il richiamo all’unità antifascista perde forza, se non è accompagnato da una difesa coerente dei principi che la fondano.
Non può esistere alcuna prospettiva politica per il futuro del Paese che conviva con un “album di famiglia” in cui violenza, prevaricazione e fascinazione per i totalitarismi diventino pratiche tollerate. Non bastano dichiarazioni o prese di distanza formali: serve un cambio netto di rotta. La scelta delle dirigenze del centrosinistra di “lasciare fare”, nella speranza di intercettare consenso, si rivela non solo inefficace ma pericolosa. Si sta seminando vento, con il rischio concreto di raccogliere tempesta.
Non si tratta soltanto di ordine pubblico, ma di una questione politica. Anche per questo motivo, dopo l’aggressione subita, ho deciso, in accordo con la Presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, di invitare a Roma il prossimo 8 maggio, in occasione della Festa dell’Europa in Campidoglio, Tino Ferrari, l’ottantenne allontanato dal corteo di Bologna per aver esposto la bandiera europea e quella ucraina. Tino Ferrari rappresenta un’idea di Europa che non arretra di fronte alla barbarie e che continua a difendersi con la forza dei propri valori. E’ un simbolo che merita sostegno, non isolamento.
Pina Picierno europarlamentare Pd, vicepresidente del Parlamento europeo