C’è una buona notizia per chi temeva il declino industriale del paese: l’Italia produce. E lo fa con una continuità, una passione artigianale, una dedizione alla qualità che farebbero invidia alla manifattura renana. Produce eccome, l’Italia. Non automobili, non lavatrici, ma qualcosa di più e di meglio: produce dossier. Schedari informativi riservati consultati abusivamente alle tre di notte. Spifferi, insomma, su chi va a letto con chi, su quanto guadagna il ministro o il calciatore.
Dal caso Telecom del 2006, a Equalize, allo scandalo Striano fino ai recenti fatti della “squadra Fiore”. Il settore è antico, radicato, orgogliosamente italiano, e soprattutto – questo è il bello – non conosce crisi. Con una regolarità che negli ultimi tempi ha superato quella dei condoni edilizi, la magistratura scopre che qualcuno spiava qualcun altro. La scoperta è accompagnata invariabilmente da almeno due elementi: primo, la dichiarazione solenne che si tratta del più grande scandalo di spionaggio della storia repubblicana; secondo, la presenza nel cast di almeno un generale in pensione, un ex carabiniere, un ufficiale della Guardia di Finanza e un imprenditore vivace che voleva sapere con chi dormiva il suo socio. E’ un ciclo produttivo perfetto. Ci guadagnano tutti. Ogni scandalo di spionaggio genera circa un mese di articoli per ogni testata nazionale. Poi una settimana di retroscena. Poi tre puntate di approfondimento su La7 e Raitre. Poi un libro. Poi, molto lontano nel tempo, una sentenza che nessuno ricorda più perché nel frattempo è esploso il successivo più grande scandalo di spionaggio mai visto in Italia. Il che avviene ormai a ritmo quasi trimestrale.
E’ la prima vera economia circolare del paese. E il bello è che i protagonisti, spesso, sono anche le stesse persone. Perché in un paese dove tutti vogliono sapere tutto di tutti, quelli che sanno come scoprirlo sono professionisti insostituibili. Il mercato li vuole, li riassorbe. E il mercato, come è noto, ha sempre ragione. Prendi Giuliano Tavaroli. Tavaroli è una figura che gli studiosi del fenomeno considerano con la stessa reverenza con cui i botanici considerano il lichene: c’era prima, c’è adesso, probabilmente ci sarà dopo. Vent’anni fa era nello scandalo Telecom-Sismi. Poi è stato citato nel caso Equalize. Oggi, fresco come una lattuga, eccolo nella “Squadra Fiore” assieme al generale Del Deo e agli agenti coperti “naufrago”, “mezzochilo”, “corazziere” e “legnetto”, che sembrano i soprannomi di una squadra di bocce in un circolo di Frosinone. E già uno si immagina la conversazione: “Pronto, sono Legnetto”. “Ah, Legnetto. Qui Mezzochilo. C’è Naufrago?” “Naufrago è dal Corazziere. Richiama”.
Non si spia per scoprire se l’Eni ha trovato un nuovo giacimento, quella sarebbe speculazione finanziaria, roba da anglosassoni pragmatici. Si spia per sapere se Tizio tradisce Caia, se Sempronio ha un conto nascosto, se il ministro va ai convegni con la segretaria ed evade le tasse. E’ uno spionaggio umanistico, potremmo dire. L’Italia ha smesso di fare acciaio. Ha rallentato con la chimica. Ha delegato la moda. Ma nella produzione di fatti altrui, nella trasformazione del pettegolezzo in prodotto commercializzabile, nell’arte di estrarre valore da una banca dati come altri lo estraggono dal sottosuolo, è una potenza mondiale. Non a caso questo è il paese di Fabrizio Corona, che non è uno scandalo ma una sintesi, un imprenditore che ha capito prima degli altri dove stava il vero giacimento nazionale. Mica nell’Adriatico.