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Esiste anche la Claudia Conte di sinistra con friulane, maglioncino e poco trucco
Il tipo umano della ragazza da convegno alla Camera dei deputati. Le università, i giornali di partito e le vinerie serali di Roma con onorevoli di seconda e terza fila. Ode alle CC
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4 APR 26

© foto Ansa
Io Claudia Conte la conoscevo bene (cit). Non lei, la ragazza di Piantedosi, che non ho mai visto, ma il tipo umano sì. Come chiunque abbia bazzicato Roma, specialmente quel triangolo del fritto e del lampeggiante che va da Palazzo Chigi ai Marini uno e due (non Valeria, ma gli uffici parlamentari), tra vinerie serali e onorevoli di seconda e terza fila con gessati stanchi e camicie bianche stropicciate. Lì le CC sono sempre state moltissime. Ma prima le ho viste crescere, muovere i primi passi, nelle università della capitale, tra i giornali di partito. Non ho niente contro le CC: ho tante amiche CC. Sono sempre ragazze molto sveglie e sempre del sud. Non può esistere infatti una CC al nord: lì si diventa creator, si lavora nella consulenza, si fanno le pr. A Roma no: la politica è la loro Silicon Valley. Magari la vocazione politica arriva dopo un provino andato male (l’originale aveva tentato la via dell’attrice), oppure da un padre appassionato che è stato vicesindaco. Erasmus, master, estero: poi però la CC torna sempre a Roma. La CC non resiste infatti a ottoni, metal detector, intergruppi. Il Tridente è la sua Dubai. Il “pass” anzi “passi” vale più di una Kelly di Hermès. La CC non è sempre bella, anzi quasi mai, ma è meglio: è sempre a posto: capelli vaporosi (bionda, ma non solo; comunque, ha sempre folta chioma), tailleur (non esiste una CC senza tailleur). Tacchi alti nonostante i sampietrini, rapida tra segreterie e convegni.
Ecco, convegni, la parola magica. La Camera è la sua prateria, da quando si è ristretta la politica e si è ampliata la convegnistica (argh, che parola). Dal “panel” sulla dieta mediterranea alla finta fashion week (temi su cui officiava una CC “on steroids”, Maria Rosaria Boccia), alle presentazioni di libri, tra moquette, legni scuri e marmi lucidi. Lì la CC è in prima fila, rossetto e cipria abbondante (la CC ha spesso lapelle grassa. Ma forse è solo stress. E’ un lavoro usurante essere CC). Il sogno della CC è “moderare”. Moderare, di nuovo, quei convegni dello stato e del parastato; e feste di Polizia, Carabinieri, Fiamme gialle, coi cavalli; Amerigo Vespucci. E comminare, e ricevere, premi misteriosi con medaglie e onorificenze che quotidianamente passano di mano a Roma: tipo il premio Karol Wojtyla (come la CC in questione). Un mondo parallelo, gli Oscar, i Grammy di Montecitorio. Nella “moderazione” è scritto un destino. Politicamente la CC sta quasi sempre a destra, o meglio al centro. A sinistra esiste, naturalmente, ma non sembra una CC: porta ballerine, friulane, maglioncini, non si trucca: la prima regola della CC di sinistra è infatti di non sembrare una CC. La CC arriva anche spesso preparata: 110 e lode magari all’università di Salerno, master alla Lumsa, famiglia solida alle spalle. Non sempre è scalata sociale: a volte è semplice attesa al piano dell’unico grande ascensore sociale nazionale, il maschio anziano al comando, quello che si strugge in questi giorni per “l’unica generazione che non vedrà i mondiali di calcio!”. La sera la CC si butta sull’apericena, magari legge un libro, più spesso lo scrive (“Il vino e le rose”, la CC in questione), in ogni caso lo presenta. La presentazione di libri resta il format perfetto: adattabile dalla tv ai social al Parlamento. La CC non sempre inguaia uomini, anzi: spesso si sposa per amore. A volte con politici in disarmo (per la CC è un grande acchiappo), o con un industriale. Poi la CC torna al sud, fa figli, rimpiange Roma. E guarda le nuove CC con tenerezza e un po’ di rancore. Moderato.
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Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).