Roma. Lo hanno visto arrivare, nel centrodestra, Roberto Vannacci, il generale che non spunta da dietro la collina ma dal suo “Mondo al contrario”, il libro che l’ha lanciato in politica e ora direttamente sul pianerottolo di Forza Italia: la sede centrale di Futuro nazionale è infatti lì, nella centralissima via in Lucina, benedetta ieri sera con tanto di taglio del nastro a una porta di distanza dal partito azzurro e dal suo segretario, ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani. Lo hanno visto arrivare anche parecchio baldanzoso, ieri, il generale che di stare in un labirinto a una cifra non vuole saperne (“punta al 3, al 4 per cento?”, gli chiedono, e la risposta vannacciana è sempre: “Noi non mettiamo limiti alla Divina Provvidenza”. E se lo dice lui, il generale, chi può smentirlo, per giunta sotto al crocifisso che fa bella mostra di sé nell’ufficio gentilmente offerto dall’amico imprenditore Stefano Ruvolo, presidente del soggetto politico gemellato “Patto Italia”, nato dall’esperienza di Confimprenditori. E non vuol saperne, Vannacci, neppure di rispondere più di tanto alle domande sulle elezioni anticipate che qualcuno, in area governativa, chissà, potrebbe voler mettere sulla sua strada per dargli meno tempo di organizzarsi. Svicola, infatti, e dribbla, davanti ai microfoni de La7, e poi, imboccando l’ingresso, preceduto dal deputato ed ex sottosegretario ex leghista Rossano Sasso, dice solo “siamo pronti, siamo nati pronti”, facendosi largo nella calca di fotografi e di questuanti, confusi tra i neo-militanti in giacca e trolley (qualcuno viene dalla Lega, come il deputato transfuga Edoardo Ziello; i più, sconosciuti tra loro, si si raccontano l’uno all’altro nell’attesa: “Mica è facile fare un partito”, dice una dama futurista; “non si poteva restare schiacciati su Ursula von der Leyen”, risponde un neo-vannacciano, proveniente, racconta, dal Terzo Polo che fu). E insomma, il tema elezioni aleggia, ma lui, Vannacci, nel giorno d’inaugurazione della sede nazionale, a due passi da Palazzo Chigi, sorride e volge lo sguardo verso la finestra e verso i quadri ispirati a un’armocromia casuale, roba che la segretaria dem Elly Schlein impallidirebbe, ma non c’è tempo neanche per impallidire, ché Vannacci vede già oltre la luce verde del “via” al suo partito (oggi vuole annunciare qualche novità in conferenza stampa, promettono i fedelissimi) e non vede perché si debba esprimere solidarietà all’eurodeputata di Avs Ilaria Salis, “controllata” in hotel dalla Polizia prima della della manifestazione “No Kings”.
Passa, a un certo punto, in corridoio, il deputato ex meloniano ora futurista Emanuele Pozzolo, ma quasi più nessuno, ormai, mentre il generale spunta all’orizzonte, ha voglia di ritirare fuori la storia dello sparo di Capodanno. I futuristi guardano al futuro, è il concetto. E Vannacci lo disegna plasticamente alludendo alla “bottega” (la sede nuova) e ai “calli” delle mani “artigiane” che dovranno “forgiare” il programma della neonata creatura politica. Sasso, intanto, ha descritto la vera destra (la loro) e i suoi valori non negoziabili (“Dio, patria e famiglia”). E le alleanze? “Si fanno tra due o più parti”, dice il deputato che, dietro agli smart glasses con cui confessa di correre al mattino, avveniristici pure quelli, si auto-schermisce definendosi “al massimo sergente maggiore” dell’esercito vannacciano. Qualcuno, tra i seguaci del generale, parla già della “costituente” di giugno (ci sarà tempo?). Sorride, Vannacci, al momento dell’inaugurazione, quando qualcuno ironizza: “Tagli il nastro, non Delmastro!”, dal cognome dell’ex sottosegretario meloniano fresco di dimissioni. “Questo sarà un laboratorio”, ripete Vannacci, esaltando la pratica a scapito della “filosofia”: “Quella lasciamola a chi studia Kant”. Meglio elogiare il sudore alla fronte: è un attimo, infatti, e la sede, da “bottega”, si fa addirittura “fucina”. E la legge elettorale? “Basta che si riportino le preferenze”, è il mantra. Il resto è felicità del generale e delle truppe, tra le mura del palazzo che, oltre a Forza Italia, fino a due anni ospitava anche il settimanale simbolo e pilastro della sinistra: l’Espresso.