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i regali della sinistra

Magari fosse una manovra di destra

Claudio Cerasa

Al campo largo è riuscito un grandioso miracolo: trasformare una Finanziaria vuota, senza concorrenza, tagli di tasse e liberalizzazioni, in una manovra liberista e anti patrimoniale. Cronache semiserie dalla pazza agenda Tafazzi

Il tentativo è generoso, come spesso capita, ma l’obiettivo è del tutto fuori fuoco e il risultato è tra il comico, il grottesco e il surreale. Parliamo della manovra, ancora lei, parliamo di numeri, parliamo di strategie, parliamo di polemiche e parliamo soprattutto del tentativo generoso dell’opposizione di regalare alla destra battaglie che la destra mai si sarebbe sognata in questa fase storica di poter considerare proprie. Il centrosinistra, negli ultimi giorni, si è dato un gran da fare per provare a trovare una chiave giusta per costruire una storia attorno alla manovra, per fissare i paletti della propria identità. Alla fine della fiera, come abbiamo visto, il centrosinistra ha scelto con una certa lungimiranza di regalare alla destra una battaglia che la destra meloniana mai si sarebbe immaginata di poter far propria, ovvero quella del governo amico dei ricconi, e il risultato è quello che avete visto in questi giorni. Il governo Meloni, che pure ha dalla sua il record tutt’altro che felice di pressione fiscale più alta mai fatta raggiungere al nostro paese, viene accusato da giorni dall’opposizione di essere un governo amico dei ricchi, un governo cioè che avrebbe fatto regalie alle classi più abbienti, e in un colpo solo, con un’unica fava, l’opposizione ha dato la possibilità al governo delle tasse di essere quello che non è, ovvero un governo desideroso di far ripartire l’economia, di aiutare il ceto medio, di aver elaborato politiche fiscali particolarmente sofisticate per combattere la povertà senza combattere la ricchezza. Non contenta di questo, l’opposizione ha scelto di contrapporre a una politica inesistente del governo una proposta che di tanto in tanto la sinistra quando è più disorientata che disperata sceglie di mettere in campo: la patrimoniale. E con un colpo da biliardo il campo largo (Giuseppe Conte in Italia non vuole usare per sé la parola sinistra, ma in Europa ha fatto una battaglia per entrare nel gruppo Left, pensando probabilmente che fosse sottinteso “almost” prima di Left), è riuscito in un capolavoro.

Regalare alla destra la bandiera del partito antipatrimoniale, dopo aver regalato alla stessa destra la bandiera del partito del taglio delle tasse ai ricchi, e dopo aver già regalato alla stessa destra la bandiera del partito della difesa del ceto medio (solo una sinistra che considera gli stipendi da duemila euro al mese stipendi da ricchi poteva riuscire nel miracolo di regalare alla destra anche la difesa del ceto medio, ma la sinistra nel suo suicidio culturale quotidiano è ormai chirurgica, appassionata, la coerenza del suo tafazzismo è un dato di cui non si può non tenere conto). Il miracolo della sinistra, di fronte alla manovra del governo, è però ulteriore, se vogliamo, è ancora più spettacolare, è persino entusiasmante, e il miracolo più interessante è quello di aver trasformato in una manovra di destra una manovra che semplicemente di destra non è, o quantomeno lo è pochissimo, con il contagocce. Le manovre di destra, di solito, le destre classiche, liberali, pro mercato, globalizzatrici, si riconoscono per essere manovre desiderose di mettere al centro del dibattito il tema della libertà, in campo economico. Nonostante il tentativo generoso della sinistra di trasformare la manovra Giorgetti-Meloni in una manovra liberista, nei diciotto miliardi della legge di Bilancio del governo non c’è tutto quello che si dovrebbe trovare in una manovra di destra. Non c’è alcun sostanziale intervento sulle tasse, non c’è alcun significativo sostegno alle imprese, non c’è alcuna traccia di liberalizzazioni, non c’è alcun indizio di privatizzazioni, non c’è un briciolo di taglio concreto della spesa pubblica, non c’è alcun accenno di politiche a favore della concorrenza, non c’è un vero freno alla demagogia sull’età pensionabile, se si esclude il fatto che il governo ha scelto di aumentare di tre mesi l’adeguamento naturale dell’età pensionabile invece che sei, scatenando per questo le proteste dell’opposizione, critica non per la demagogia della scelta ma per la decisione di non neutralizzare del tutto il fisiologico adeguamento alla speranza di vita.

La sinistra italiana, ma non chiamatela così, perché anche la sinistra, o almeno un pezzo di essa, si vergogna di farsi chiamare così, non si limita dunque più a regalare alla destra battaglie non necessariamente di destra, come può essere il garantismo, ma ha scelto di fare un passo ulteriore, dando a provvedimenti del governo non esplicitamente di destra una connotazione di destra che permette alla destra di poter dimostrare agli elettori di essere a difesa delle battaglie economiche della destra pur non essendolo davvero, almeno fino in fondo. In tempi di Pnrr, si sa, fare polemiche attorno alle manovre richiede molta creatività, richiede un uso accurato della lente di ingrandimento, del microscopio, e a fronte di circa 98 miliardi di euro che andranno spesi nel 2026 per il Pnrr si capisce che i 18 miliardi della manovra, gran parte dei quali spesi per coprire costi già esistenti, circa il 60 per cento, sono bruscolini. Ma la creatività dell’opposizione (non chiamatela sinistra) è così sviluppata da aver reso possibile un piccolo miracolo italiano: trasformare di destra battaglie che non sono di destra, regalare alla destra battaglie che la destra ha perso per strada, offrire alla destra la possibilità di spacciare manovre non di destra in simboli della destra. Ha detto ieri giustamente Matteo Renzi che “anziché fare una battaglia contro la Meloni, che ha portato la pressione fiscale al 42,8 per cento, la sinistra (non chiamatela così, ndr) ha consentito alla premier di fare l’eroina anti tasse, e per questo dire di no alla patrimoniale è un autogol gigantesco”. Un tempo la sinistra si divideva attorno all’agenda Giavazzi. Oggi, meno prosaicamente, si divide attorno all’agenda Tafazzi. Dalla creatività è tutto, a voi studio.

 

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.