Manifestazione “per Gaza” e referendum, un weekend per anime belle

La piazza del 7 giugno funziona come traino e gancio del referendum del giorno dopo, mentre artisti, intellettuali, pezzi di società civile usano oramai il medioriente come un’anfetamina della protesta sociale da spargere ovunque
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4 JUN 25
Ultimo aggiornamento: 03:02 AM
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Foto LaPresse

In televisione si chiamano “programmi traino”. Format collocati in modo strategico nel palinsesto, uno dopo l’altro, fondati sul presupposto che gli spettatori tendono a non cambiare canale se c’è coerenza di genere o target (“L’eredità” ci trascina verso la gran serata di RaiUno, “Otto e mezzo” traghetta gli spettatori da Floris e Formigli, ecc.).
Così è con la grande manifestazione “per Gaza” del 7 giugno, traino e gancio del referendum del giorno dopo. “Ferma il genocidio e domani VOTA SÌ” è in effetti un pacchetto perfetto. Liberiamo la Palestina, decolonizziamo il lavoro: difficile sentirsi più Giusti in un solo weekend. “Non vedi come tutto è legato, interconnesso, tutto è parte di una sola grande battaglia di democrazia e resistenza” sembrano dirti Landini e Schlein mentre tu sbirci di nascosto le previsioni del meteo (sabato tempo stabile, sole, 32°-35°) e forse ci fai un pensierino. Ce l’ha spiegato anche Luciano Canfora, Vate della filologia: prima Meloni che è “neonazista nell’anima”. Poi “lo Stato di Israele” che è “l’erede del Terzo Reich e produce una politica di genocidio”. Basta unire i puntini (Canfora è il più grande testimonial vivente di “studiare latino e greco non serve a niente ma affina il pensiero critico”).
Come nel “lead-in audience” televisivo (come dicono quelli bravi) il cuore gonfio di sdegno per Gaza si dovrebbe così riversare su licenziamenti, Jobs Act, contratti a termine, cittadinanza italiana per stranieri con tempi da dimezzare. Se non possiamo fermare Netanyahu almeno fermiamo Meloni. Siamo qui uniti nell’odio per Israele colonizzatore e i suoi amici italiani (il governo, ma anche un po’ Renzi e Calenda, che infatti se ne vanno al Teatro Parenti a Milano, due popoli, due stati, due manifestazioni). Siamo tra due luoghi simbolo della sinistra-sinistra: la piazza del concertone sindacale che si fonde in quella della Roma multietnica e bohémien (piazza Vittorio, oramai ribattezzata “Piazza Hamas”, teatro ogni sabato di sit-in e “aperifada”). Insomma, come fai a non vedere che se il giorno dopo voti NO o vai al mare, infondo infondo sei un po’ “complice di genocidio” anche tu? Del resto l’accusa vola via come il pane: basta andare in un Carrefour, figuriamoci se ti rifiuti di partecipare a un bagno di democrazia come questo, preferendogli il mare.
La nostra meglio gioventù – artisti, intellettuali, pezzi di società civile – usa oramai Gaza come una droga euforica. Un’anfetamina della protesta sociale da spargere ovunque. Non so quante bandiere israeliane vedremo a San Giovanni, quelle in quota “ostaggi” e “due popoli due stati”. Né ho capito se si possano portare o no (consiglio: meglio di no). Il clima ormai è quello che è. Ci pensavo ieri che si celebrava l’anniversario della nascita: se oggi Michela Murgia riscrivesse su WhatsApp “Non è affatto complicato, la penso come Hamas”, vincerebbe direttamente lo Strega, senza neanche passare dal libro.