Il caso

A spasso con Lollobrigida nella sua Subiaco tra Ursula e l'ipotesi commissario Ue

Simone Canettieri

Il ministro della real casa meloniana torna nel suo paese: promuove la presidente della Commissione Ue e intanto studia l'Inglese in caso di chiamata a Bruxelles

Subiaco, dal nostro inviato. Baci, selfie, bisbigli (“mi fai sapere per quella cosa?”). E poi abbracci e ti ricordi me? Bambini presentati dalle mamme. Complimenti politici ed estetici: “E’ bello e bravo”. Un’anziana che gli fa gli auguri per il compleanno. Senza mancare di rispetto a nessuno, a Subiaco più che la festa di San Benedetto, patrono locale e d’Europa, è “San Lollo”. Francesco Lollobrigida, anni 52, potentissimo ministro legato a doppia mandata con Giorgia Meloni si gode, con un po’ di sobrio imbarazzo, il bagno di folla. E’ il suo paese. “E lui non è cambiato”, dicono al bar, mentre scatta il caffè per tutti. Oggi le scuole sono chiuse, c’è un clima di festa che si respira solo in provincia. Aria di fiera: pecorino, porchetta, arrosticini, la bancarella che vende i pappagalli, gli Spritz alle undici di mattina. “Questa è la sede di Fratelli d’Italia, quando entrai qui per la prima volta era del Msi: avevo 12 anni e mi mandarono via. Riuscii a entrarci l’anno dopo”. Subiaco è la Lolligrad del ministro: giunta monocolore di FdI, 50 per cento alle ultime elezioni. Il ministro, tra un abbraccio e l’altro,  plaude a von der Leyen che è riuscita a smarcarsi dai socialisti. Poi uno strattone: “France’, ti ricordi di me?”.    

L’alto e il basso, l’Ucraina da difendere a ogni costo e le proteste dei vecchi amici per le “pretese degli animalisti di sinistra”, si sovrappongono mentre si cammina, fermandosi ogni minuto, con l’enfant du pays diventato ministro. Le figlie nate dal lungo amore con la sorella d’Italia Arianna Meloni, Vittoria e Rachele, aspettano il padre sedute su una panchina di un bar. “Andiamo dalla nonna”, dice il ministro “nato parente”, come scherzò con il Foglio tempo fa, a proposito della parentela che si porta incorporata nel cognome: Gina Lollobrigida, la cugina del suo bisnonno, a cui qui è dedicata anche la sala dove si stanno riunendo i conservatori europei nel giorno del santo protettore dell’Europa chino nel monastero che domina questo paese di novemila abitanti ai confini di Roma.

Per una volta Lollobrigida non assisterà alla processione in onore del santo patrono Benedetto. Lo aspetta nel primo pomeriggio un volo per Bruxelles. Ad attenderlo ci sarà Giorgia Meloni, impegnata in un fatale Consiglio europeo sulla guerra in Ucraina. Come si sa il ministro dell’Agricoltura da tempo, così come la compagna Arianna, sta prendendo ripetizioni d’Inglese. “Lo parla benissimo”, racconta chi lo frequenta. La lingua è un requisito fondamentale se si punta a superare i test per diventare commissario europeo. Ovviamente all’agricoltura. E quindi Lollobrigida va provocato: ministro va a Bruxelles per iniziare a prendere confidenza in vista del futuro ruolo da commissario europeo? Lui prima ride, poi dopo secondi, che sembrano interminabili, dice di “no”. E però il suo nome circola nei Palazzi romani. Carta coperta. D’altronde fosse stato per lui nemmeno avrebbe fatto il ministro e sarebbe rimasto a guidare le truppe in Parlamento, così almeno dice sempre: chissà se è vero. 


Nel dubbio comunque una ripassata di Inglese può sempre servire. Tutto dipenderà dalla forma che prenderanno i nuovi vertici della Ue dopo il voto del 9 giugno. Meloni è abituata a ragionare su più scenari. E soprattutto a farsi trovare pronta a seconda della situazione. Lollobrigida si spertica in lodi nei confronti di von der Leyen, vicina all’Italia, dice, su molti dossier e in grado di staccarsi del Pse. “Perché noi puntiamo a un governo di centrodestra anche in Europa”. Le proiezioni dicono altro. Ma il ministro sa che all’improvviso potrebbe toccare a lui, chissà. Dipende da meccaniche quasi celesti. Intanto prova a essere ancora il ragazzo del Fuan, riverito come un vip ma senza untuosa piaggeria. Sembra affetto. Lo dicono anche al ristorante Il Cantuccio, mentre portano gli strozzapreti alla sublacense (pomodoro, prezzemolo, peperoncino e pecorino): “E’ tranquillo”. Ma comunque strategico abituato a lavorare su piani diversi. Ecco perché fa anche un endorsement per Marco Perissa, il candidato antirampelliano al congresso di Roma, poi parla di Russia, ma mai di Salvini. “Ho un volo, scusate”.

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia. Ha vinto anche il premio Guidarello 2023 per il giornalismo d'autore.