Concorrenza e giustizia tributaria: i due dossier su cui il governo rischia i miliardi del Pnrr

Valerio Valentini

Il trentino rivendica la sua autonomia sulle concessioni idroelettriche, Calderoli indugia troppo, ora si rischia il pasticcio con la Corte costituzionale. Poi c'è la riforma voluta da Franco e Cartabia, che Fitto si appresta a smontare. La Commissione monitora, e non apprezza. Dalla verifica di Bruxelles dipende la rata di dicembre del Recovery: vale 1 punto di pil

Cambiare si può. Forse, per certi versi, è perfino doveroso, se è vero che le sfide che il Next Generation Eu impone dipendono da variabili sfuggenti. Solo che, nel paese in cui la linea più breve tra due punti è l’arabesco, nell’ansia di modificare si finisce talvolta con lo scombinare il già fatto. Ed è il rischio a cui il governo va incontro, per quanto riguarda il Pnrr, su almeno due punti. Da un lato c’è la Concorrenza, dall’altro la giustizia tributaria. Due riforme ufficialmente già conseguite, e su cui però la Commissione europea ha sollevato più di una obiezione nel vedere come quei risultati siano messi in discussione da recenti scelte italiane. E siccome da questa verifica dipende buona parte dei 20 miliardi correlati alla rata del secondo semestre del 2022, sarebbe bene non scherzare col fuoco.

La Concorrenza è di certo il più problematico dei fascicoli all’esame della Commissione. E basterebbero le molte complessità già contenute nei vari decreti attuativi, per rendere faticosa la corrispondenza tra Palazzo Chigi e Bruxelles, da cui arrivano continue richieste di chiarimenti. E invece il governo ci mette pure del suo. Succede infatti che la Provincia di Trento, in nome della sua autonomia, a novembre scorso decide di prorogare di altri 5 anni, dal 2024 al 2029, le concessioni idroelettriche sul suo territorio. Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto, si allarma. Chiama il presidente leghista Maurizio Fugatti. Quello tira dritto, forte del fatto che i suoi colleghi del Carroccio presenti in Cdm non oseranno picconare, proprio mentre si battono per l’autonomia differenziata, il tempio dell’autonomia trentina. Tanto più che incombono le elezioni, e bisogna mostrare i muscoli. A Bruxelles suggeriscono d’impugnare la normativa. A Palazzo Chigi prendono tempo, provano la via della moral suasion. Macché. Tutto molto italiano, insomma.

Sennonché, a dispetto di questa baruffa istituzionale, la Commissione sta lì, tetragona ai colpi di teatro: la messa a gara delle concessioni è un obiettivo fissato nel Pnrr, uno di quelli che l’Italia dichiara di aver già raggiunto – e non poco penò, Mario Draghi, per piegare le resistenze di Giancarlo Giorgetti, all’epoca – e in virtù di ciò richiede l’erogazione dei fondi. Raffaele Fitto insiste: e alla fine, ed è notizia di pochi giorni fa, il Cdm decide di impugnare. Un ritardo non innocente, insomma. Ma la faccenda rischia di complicarsi ancor più. Perché a Trento invocano precedenti pronunciamenti della Corte costituzionale in base ai quali la competenza sulle concessioni idroelettriche è della Provincia. E ora un nuovo verdetto della Consulta, sull’impugnazione, appare inevitabilmente foriero di contenziosi. Per questo il “tavolo interministeriale” che il ministro Roberto Calderoli sta elaborando, se mai fosse pensato come un espediente per tirarla in lungo e  rimandare ogni decisione a dopo le elezioni locali in autunno, dovrà invece essere davvero un luogo dove il garbuglio viene sciolto. A meno di compromettere il giudizio della Commissione: che, del resto, sulle reali buone intenzioni dell’Italia sul tema Concorrenza è normale che nutra qualche dubbio, visto che per un intero lustro – dal 2017 al 2022 – ci si è dimenticati di aggiornare la normativa, visto il pastrocchio sulla Bolkestein, visto che la nuova legge per il 2023, da presentare a Bruxelles entro dicembre, è ancora allo stato larvale.

C’è poi un’altra incognita. Quella sulla giustizia tributaria. La sua riforma è, pure quella, prevista tra gli obiettivi del Pnrr. L’imperativo è quello di ridurre i contenziosi – citofonare in Cassazione: oltre 55 mila cause pendenti – e aumentare l’efficienza di un sistema che lasciato accumulare milioni di cartelle inesigibili. Anche per questo, Daniele Franco e Marta Cartabia, nella loro riforma avevano scelto di promuovere una magistratura specializzata, una figura ad hoc di giudice tributario, finora ricoperta in modo saltuario da altri togati. E a questo fine era stato previsto, tra l’altro, di riservare quattro dei quindici posti nel Consiglio di presidenza della giustizia tributaria a giudici che avessero deciso, proprio in virtù della nuova normativa, di intraprendere stabilmente la nuova carriera di tributaristi. Il dl Pnrr che Fitto porterà in Cdm oggi, però, rimuove questo passaggio. “Perché ci sono pervenute solo 28 domande di passaggio di carriera, anziché le previste 100”, si giustificano al Mef, dove a seguire il dossier è il sottosegretario  Maurizio Leo. “E’ perché i quattro tributaristi, uniti ai quattro laici espressi dal Parlamento, avrebbero la maggioranza in Consiglio sui restanti sette togati”, è la versione più maliziosa. Sta di fatto che il tutto rischia di complicare la riforma. tanto più che il governo, questo blitz, vuole farlo in tempi rapidissimi: e così anticipa a fine marzo la composizione del nuovo Consiglio, fissata inizialmente a giugno. E così, tra le altre cose, si pregiudicherebbe anche quella “transizione ordinata” tra vecchi e nuovi organismi che era stata concordata con Bruxelles. Dove qualcuno, anche in questo caso, potrebbe non gradire. 
  

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  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.