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editoriali

La gran confusione storica sul tema dell'autonomia regionale

Redazione

Quella in mano al ministro Calderoli è una materia incandescente che necessita chiarezza e non demagogia

La legge per promuovere l’autonomia differenziata tra le regioni è una mina per il governo, un problema per i presidenti di regione del centrodestra (divisi tra loro), una buona occasione di lamentela, anche in termini di consenso, per i presidenti di centrosinistra, un provvedimento che rischia di sfuggire di mano ai suoi stessi promotori (come già avvenne con la disastrosa riforma del Titolo V di inizio millennio e poi con la mai raggiunta definizione del passaggio ai “costi standard” nel 2010). Aggiungiamo che la materia è in mano a un ministro esuberante e tenace assieme, mix terribile in politica, come Roberto Calderoli, per capire che prevedere il punto di arrivo non è semplice. Di certo c’è stata una frenata in questi giorni, sia per intervento di altri ministri, con la piccola trappola dell’accoppiamento tra autonomia e presidenzialismo, sia per le varie e comprensibili impuntature di alcuni presidenti regionali. Si può però provare a dare un contributo immaginando forme di incremento dell’autonomia che non rispondano a istanze demagogiche, di chiusura egoistica delle regioni più ricche e sulla presunzione che gli amministratori locali siano sempre meglio dei governanti di Roma. Serve, prima di tutto, che siano garantiti i livelli essenziali delle prestazioni in ambiti chiave, come la scuola o la sanità. E serve un’applicazione più corretta del principio della spesa storica (paradossalmente due decenni fa inviso alla Lega) per la suddivisione delle risorse. Occorre non solo quantificare la spesa storica, ma anche valutarne la qualità. Fissati i due concetti può aver senso anche un forte grado di autonomia, ad esempio sul finora trascurato versante fiscale, dando più spazio nella gestione delle addizionali, facendo in modo che sia chiaro per i contribuenti il ruolo della regione. C’è il caso del reddito di cittadinanza a mostrare come l’autonomia regionale sia soprattutto di chi se la sa prendere. Il Veneto ha saputo applicare la legge attuale sul sussidio utilizzandone tutte le parti, con verifiche puntuali e un ruolo sul lavoro. 

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