Giuseppe Conte e Enrico Letta (Ansa)

Gioco a scavalco

Da "fascisti del web" ad alleati. Cosa c'è dietro la partita tra Conte e il Pd

Francesco Cundari

Non c’è perdono per il sorpasso a destra, ma se gli attacchi arrivano dalla propria parte politica si tratta al massimo di “compagni che sbagliano”. Una tendenza sempre più smaccata a riscrivere la storia della sinistra italiana. Tra Fini e Veltroni, Renzi e Bersani: nozioni di geometria storico-politica

Per capire come i grillini abbiano potuto passare in pochi anni, agli occhi dei principali dirigenti della sinistra, da “fascisti del web” ad alleati imprescindibili, e come Giuseppe Conte, nel giro di qualche mese appena, abbia potuto passare da capo del governo più di destra e più disumano della storia (quale era ritenuto fino al luglio 2019) a “punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste” (come da celebre definizione zingarettiana del 20 dicembre 2019), bisogna ripassare anzitutto alcune nozioni di geometria storico-politica.

 

Si dice spesso che un vecchio riflesso del Pci (e dei suoi partiti-discendenti) consistesse nella logica del “nessun nemico a sinistra”. E certamente si potrebbero citare numerosi esempi per corroborare questa tesi. Infinite volte socialisti, socialdemocratici e liberalsocialisti di varia provenienza hanno lamentato, non a torto, un diverso trattamento rispetto a quello riservato dai comunisti ad alleati, concorrenti e contestatori collocati alla loro sinistra. 

Di norma, coloro che contestavano il partito o il suo gruppo dirigente da sinistra erano, al massimo, “compagni che sbagliano”, fossero anche parte dei gruppi più violenti ed eversivi. Da destra, traditori. Al minimo, opportunisti. Sin dai tempi più antichi, infatti, il lessico terzinternazionalista prevedeva, per la deviazione di sinistra, l’accusa di “estremismo” o anche di “infantilismo” (dal celebre pamphlet di Lenin: “L’estremismo, malattia infantile del comunismo”); per la deviazione di destra, invece, l’accusa di “opportunismo”.

 

Una scelta di linguaggio che sottintendeva evidentemente un diverso giudizio morale: da un lato degli idealisti ingenui e approssimativi, nella loro fanciullesca irruenza; dall’altro gente che pensava solo ai propri interessi, senza principi e senza scrupoli.
Si sa che ogni linguaggio contiene sempre in sé una visione del mondo, e molto di quel modo di vedere (e di parlare), come è noto, è durato ben oltre la caduta del muro di Berlino. 

 

L’aspetto forse meno indagato è che la strada della delegittimazione è a doppio senso: se infatti qualunque tentativo di sorpasso a destra è vietato per definizione, mentre a sinistra è più che lecito, ciò non significa soltanto che per squalificare ogni critica basterà etichettarla come di destra (o direttamente come “fascista”, termine utilizzato spesso come semplice superlativo di “di destra”), ma sarà altrettanto facile condurre l’operazione inversa, qualificando cioè come di sinistra, progressista, democratico, tutto ciò che fino al giorno prima si era definito, non necessariamente a torto, come reazionario e antidemocratico. O persino fascista.

 

Indimenticabile e insuperabile, da questo punto di vista, il corteggiamento di Gianfranco Fini nel 2010 da parte delle forze allora (e pure ora) all’opposizione. Si arrivò a un punto tale che qualche buontempone cominciò a parlare dell’ex segretario del Movimento sociale come punto di riferimento e persino possibile leader del centrosinistra. Va detto che anche lui non perdeva occasione di fare l’occhiolino a un certo mondo. Ad esempio quando, da presidente della Camera, invitò a Montecitorio Mario Capanna, il leader del sessantotto, per presentarne l’ultima fatica: “Il libro di Mario mi è piaciuto. Non condivido molto di quello che ha scritto ma la discussione è il sale della democrazia, anche nel dissenso. E il suo stile è vivace, schietto…”.

 

Bisogna anche dire che sono momenti difficili per tutti. Sono i giorni in cui matura la crisi del Popolo della libertà, il partito nato dal comizio di Silvio Berlusconi dal predellino di un’auto, fondendo Forza Italia e Alleanza nazionale. 

A spingersi più avanti di tutti nel fare la corte a Fini, in quel momento, è il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. La prima avance è la proposta di un “patto repubblicano” (24 aprile 2010) che ovviamente, precisa subito, non significa “fare governi insieme”, ma cosa significhi in concreto non è che si capisca tanto. Bersani dice che il presidente della Camera “con i suoi ha sostenuto e votato tutte le decisioni di questo e degli altri governi del centrodestra, ma ora propone con nettezza un’altra piattaforma: nella politica economica, nei rischi di deriva plebiscitaria, nel tema dell’unità del Paese”. Temi che il leader del Pd giudica “assolutamente veri e assolutamente irrisolvibili nel Pdl e nella maggioranza dove Fini si trova”. Sostiene quindi che Fini non possa restare nel partito e nella maggioranza in cui sta, ma si guarda bene dal dire esplicitamente dove a suo parere dovrebbe andare.

 

Non aiuta, obiettivamente, una certa legnosità dell’eloquio, unita al carattere piuttosto fumoso della strategia, che qualche mese più avanti prenderà la forma ancora più involuta della celebre “alleanza a due cerchi”, con il cerchio più piccolo rappresentato da un “Nuovo Ulivo” (la fantasia abbiamo già chiarito che non era il suo forte), e il cerchio più largo da tutte le forze disposte a partecipare alla grande “alleanza costituzionale” (o “democratica” che dir si voglia). Ne approfitta subito il sindaco di Firenze Matteo Renzi, che evidentemente sta già pensando alla sua personale scalata al vertice, ma non ha ancora trovato la strada giusta. Obiettivi e parole d’ordine cambieranno parecchio nel corso del tempo, ma lo stile è già riconoscibile nel colloquio con Repubblica del 28 aprile 2010: “No all’inciucio, sì alle emozioni. No a Fini, sì a un Bersani ‘che non si fa trascinare nel dibattito del Pdl’. No a Mario Draghi o Luca di Montezemolo, ‘alle logiche politiciste nella scelta del leader’, sì a Nichi Vendola ‘che piace anche a mio padre, cattolico e vecchio democristiano’”. 

 

Renzi invita a non perdere tempo con Fini e tantomeno con riforme “che non interessano nessuno” (“Il titolo V fa venire i brividi alla gente”) e come esempio di battaglia popolare da portare avanti indica il “dimezzamento del numero dei parlamentari”. Denuncia il “tristismo” della sinistra (“Quando andiamo in televisione sembra che ce l’ha ordinato il dottore di fare politica”) e ribadisce: “Non scanniamoci sul leader, non ripetiamo gli errori del passato. Abbiamo altro da fare. Poi, sei mesi prima del voto si facciano le primarie. Altrimenti il pericolo è scadere nella tecnocrazia o nel politichese. Ripeto: meglio Nichi Vendola di Mario Draghi o di Montezemolo”. Meno di tre mesi dopo lancerà la parola d’ordine della rottamazione e comincerà, di fatto, la sua corsa alla leadership del Pd.

 

Come si vede, persino Renzi, che qualche tempo dopo scavalcherà a destra l’intero gruppo dirigente – e ne pagherà le conseguenze a caro prezzo – comincia su tutt’altro registro e con ben altri riferimenti. Di fatto, con quelle prime mosse, sembra accarezzare semmai l’idea di scavalcare Bersani a sinistra, fino al punto da accennare un improbabile endorsement per Vendola (solo più tardi si capirà che era una finta per spiazzare l’avversario, o forse solo una falsa partenza).

 

Le opposte vicende di Fini e Renzi – oltre che di Conte – dimostrano dunque che la strada della delegittimazione è a doppio senso, ma l’inversione di marcia si può fare in una direzione sola. Chi viene da destra, fosse anche lo storico leader del partito post-fascista, può apparire in un attimo onusto di gloria e circonfuso di luce come neanche Che Guevara, ma per chi da sinistra faccia anche solo mezzo passo nella direzione opposta non c’è ritorno, non c’è perdono, non c’è redenzione possibile. E questo modo di pensare – e di reagire – è una costante che accomuna il gruppo dirigente del Pci a quello del Pds, dei Ds e di buona parte del Pd (e non solo perché, in buona parte, è rimasto a lungo lo stesso).

 

A conferma della tesi, nessuno di coloro che li hanno attaccati da sinistra, nemmeno Fausto Bertinotti, che arrivò a far cadere il primo governo della storia repubblicana con dentro i post-comunisti, ha mai dovuto fare i conti con un centesimo dell’odio, della delegittimazione, del risentimento che sarebbe toccata, per fare solo due esempi, peraltro diversissimi, a Bettino Craxi o a Matteo Renzi.

Siccome non stiamo parlando di questioni che dipendano dal carattere, dalla cattiveria o dalla psicologia dei singoli – semmai dovremmo parlare di psicologia collettiva – può persino capitare che le stesse persone si ritrovino, a seconda dei periodi e dei ruoli, una volta sul banco degli imputati e una volta sul banco della pubblica accusa. E può capitare che in questo continuo guardarsi le spalle, timorosi di essere scavalcati dal vicino di posto, si finisca per perdere completamente il senso dell’orientamento.

 

L’esempio più significativo è probabilmente rappresentato da Goffredo Bettini, già principale consigliere di Walter Veltroni ai tempi della fondazione del Pd, con lo slogan obamiano “yes, we can”, un pullman con scritto sopra “l’Italia viva” (questa ovviamente è una coincidenza che riporto solo per sorriderne), volantini che vedevano ai primi punti del programma (scritto da Enrico Morando, storico esponente dell’ala destra di tutte le correnti di destra di Pci, Pds, Ds e Pd) slogan quali “benchmark sistematico e generalizzato per la p.a.” (alla faccia della rivoluzione) e il neosegretario che si preoccupava di precisare, in un’indimenticabile intervista al País, che il Pd “non è un partito di sinistra”. 

 

Bettini oggi scrive libri in cui rifà la storia della sinistra da Lenin a Letta, dice che il problema del Pd è che ha perso la “scintilla” (l’Iskra, avrà pensato, per chi la capisce, come la storica rivista dei marxisti russi) e pure che, nel loro grande impegno a favore dell’avanzamento democratico dell’Italia, “per i comunisti italiani il riverbero dello svolgimento della Rivoluzione d’ottobre non fu d’intralcio”. E tutto questo per perorare la causa dell’alleanza con il partito di Giuseppe Conte e Rocco Casalino.

 

A proposito di Renzi, Bettini chiarisce: “Anch’io, lontano mille miglia perfino antropologicamente dal fiorentino, con prudenza e sempre mantenendo una marcata autonomia, fui benevolo verso questo impeto”. Mattia Feltri sulla Stampa si è già divertito a ricordare le numerose dichiarazioni bettiniane che testimoniano tale marcata autonomia, dalla sobria “il giorno dopo che Renzi avrà vinto le primarie, cambierà la politica italiana” (luglio 2013) alla più veemente “la resistenza a Renzi nel Pd è avventurosa e arriva da leader del passato” (aprile 2015). Ma è un gioco che si potrebbe fare con molti di coloro che oggi denunciano nel renzismo l’origine dello snaturamento del Pd, la perdita della sua identità e dei suoi valori di autentico partito di sinistra, i quali durante il suddetto snaturamento erano al governo con lui (l’elenco sarebbe troppo lungo), o lo invitavano a presentare i propri libri e gli regalavano pure la maglietta del loro calciatore preferito (l’elenco in questo caso è più breve: Massimo D’Alema).

 

C’è qui però qualcosa che va molto al di là del semplice gioco di alleanze, rotture e rappacificazioni all’interno di un partito, del timore di essere scavalcati o della tentazione di scavalcare qualcun altro. C’è una tendenza sempre più smaccata a riscrivere l’intera storia della sinistra italiana, e il proprio ruolo al suo interno, che rende semplicemente impossibile capirci qualcosa a qualunque osservatore esterno che voglia soltanto farne la cronaca, tracciare i diversi percorsi, seguirne le evoluzioni. 

Con un’unica eccezione, di cui è giusto dare atto: Walter Veltroni. Può sembrare paradossale, ma lui, da quando dichiarò di non essere mai stato comunista, non lo è mai tornato, né ha mai preteso di esserlo sempre rimasto. La sua traiettoria, comunque la si giudichi, ha una minima linearità, coerente con la storia di quel partito che in qualche modo, da un certo momento in poi, aveva sempre preteso di “non essere mai stato comunista” e anche in forza di questa ardita premessa aveva potuto conoscere un’evoluzione verso una sinistra socialdemocratica, liberale e infine genericamente democratica. 

 

L’abbraccio con il populismo grillino e la tardiva riscoperta delle parole d’ordine identitarie, a ripensarci, non rappresentano soltanto la “nemesi storica” di cui parlava ieri sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia (non foss’altro per la subalternità con cui gli ultimi eredi di quella tradizione che faceva dell’egemonia la propria ossessione si accodano al movimento fondato da un comico). Rappresentano soprattutto l’ultimo tentativo di ricominciare sempre da capo, per dirigenti che hanno fondato quattro o cinque partiti ciascuno, ma sempre guardandosi le spalle reciprocamente (se si rimane tutti insieme, allora sì, ci si può spostare persino a destra) per ripresentarsi ogni volta quali austeri custodi di un’antichissima e inviolabile tradizione. Tanto, ormai, chi vuoi che se la ricordi.

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