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"non è un'intervista a un ministro"

“Difendo questa legge sull'aborto”. Processo a Roccella

Annalena Benini

Da radicale a conservatrice, e ora al governo con la destra: dove finisce la sorellanza e cominciano gli insulti. Un confronto con il ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità su sesso e filosofia del corpo, sul femminismo e sul pensiero che vuole mettere in regola l’irregolarità dell’umano

Aspetto di incontrare Eugenia Roccella dentro lo stanzino per le scope. Non che mi dia nessun fastidio stare seduta fra le casse d’acqua Egeria, qualche detersivo e i fogli per la stampante, anzi mi sento a casa soprattutto perché dal corridoio provengono rumori di sega elettrica, martellamenti, voci alte di gente che racconta lo stato del suo colon e urla di aver bisogno di caffè. Potrei farlo io, ma qui nello sgabuzzino c’è una macchinetta del caffè che sembra rotta. Sono al ministero, impossibilitata a scandalizzarmi per il lusso. Forse è anche questo il significato di: senza portafoglio. Poi Eugenia Roccella arriva, da sola, e mi fa entrare nel suo ufficio: attorno al tavolo ci sono altre donne dello staff, io le chiedo come vuole essere chiamata, risponde: “Ministra, ma certo non è questo il problema”. Ministra per la Famiglia, la Natalità, le Pari opportunità del nuovo governo Meloni.

 

Il nostro incontro è avvenuto il giorno prima che Giorgia Meloni diffondesse il documento con “Signor presidente del Consiglio”, eravamo ancora a quella battuta piuttosto riuscita: “Io non ho mai considerato che la grandezza della libertà delle donne fosse potersi far chiamare ‘capatrena’” e Roccella aggiunge quanto sia ridicolo imputare a Giorgia Meloni le desinenze quando lei ha invece “rivoluzionato gli schemi maschilisti della politica italiana”. Per la prima volta, “non rientrando in nessun modo nell’immagine delle donne al potere che i maschi hanno disegnato nel tempo”. Per Eugenia Roccella questa è “femministicamente parlando”, la rivoluzione: fatta da una donna di destra. “Il fatto che sia di destra fa capire che quest’idea che il femminismo sia assolutamente di sinistra è falsa. Tra l’altro il femminismo è nato in tutt’altra forma, è nato con l’idea di non essere né di destra né di sinistra perché l’oppressione delle donne era trasversale, tant’è vero che la grandissima polemica che si faceva allora era: ma allora Marella Agnelli è oppressa? E noi tutte dicevamo: sì, anche Marella Agnelli è oppressa! Certo in un modo diverso da quello in cui sono oppresse le donne senza mezzi economici, ma anche lei vive una forma di esclusione e subalternità, ingabbiamento in un ruolo da cui non può uscire”.

 

Eugenia Roccella ci tiene a ribadire che lei adesso è qui, non nello stanzino delle scope e nemmeno in Parlamento, ma a capo di un ministero, grazie a Giorgia Meloni. Vorrebbe continuare a parlare di lei, infatti, ma io voglio parlare di Eugenia Roccella, che è diventata immediatamente la ministra di cui più si è detto per definire “di destra, conservatore e reazionario” questo governo. Si è aggiunto omofoba, razzista, pericolosa, un ospite tv che forse ora verrà querelato ha detto perfino che vuole far fare i figli solo “ai bianchi”.

 

“Io sono di destra, e allora?”. Di destra con una storia che affonda le sue radici nella giovinezza dentro il Partito Radicale, le marce per l’aborto, i gruppi di autocoscienza, la militanza e poi l’elezione in Parlamento nell’area cattolica del Popolo delle Libertà. Il percorso di una donna che adesso, a 68 anni, non ha intenzione di arretrare di un centimetro sul definirsi femminista e che lamenta il fatto che si ritenga intollerabile che lei sia portatrice di idee diverse “da quelle canonizzate”. Nei paesi anglosassoni Eugenia Roccella sarebbe di certo accusata anche di essere Terf, come J.K. Rowling. 

 

Almeno cinque volte, nel corso del nostro incontro, mi dirà che questo però non è un colloquio con la ministra, ma un incontro filosofico culturale con una femminista, e che bisogna ribadirlo, ma la prima domanda è  sicuramente alla ministra. La prima domanda è sull’aborto:

 

Lei ha scritto che l’aborto non è un diritto, ma poiché è una legge dello Stato invece è un diritto. 

“Io ho ricevuto attacchi strumentali sia nel contenuto che nel problema in sé: io non ho le deleghe sulla legge sull’aborto, non riguarda me. E anzi, io difendo la legge 194. Ma l’avversario più comodo per la sinistra ztl è la costruzione di una figurina bigotta e reazionaria su cui scagliare le freccette, cioè io. Ma confrontarsi con idee diverse, che non siano tipicamente pro life, per loro è complicato”. Io vorrei davvero uscire dai dispetti destra/sinistra, ci provo con tutte le mie forze, voglio parlare di diritti. 

 

Ma lei, ministra, ha scritto che l’aborto non è un diritto proprio pochi giorni fa.

“L’hanno scritto Ida Dominijanni, Alessandra Bocchetti, Luisa Muraro, perché nel pensiero della differenza era una cosa che si diceva abitualmente. L’ha scritto anche Ida Dominijanni proprio sul Foglio. Io quando ero ragazzina lo dicevo, diritto, per avere una legge. Ma adesso non ho più il diritto di dire che non è diritto? Io appartengo a quella storia, anche se non mi viene riconosciuta”.

 

Questa è la sfera della morale e del pensiero, ed è assolutamente legittima, ma nel momento in cui lei diventa un ministro ha a che fare con la legge 194, quindi ha a che fare con un diritto: il diritto all’aborto.

“Ho detto in tutte le salse, io difendo questa legge sull’aborto e ritengo che gli attacchi alla 194 siano invece tutti a sinistra: la 194 è una legge molto equilibrata che mette dei paletti, ad esempio prevede il diritto all’obiezione di coscienza. Ultimamente c’è stata la manifestazione delle donne di Nonunadimeno, che tra l’altro hanno fatto una comunicazione social con me a testa in giù, molto carine, molto femministe, molto non violente, per abolire l’obiezione di coscienza”.

  

Gli obiettori sono l’80 per cento del personale medico.

“Ma gli aborti sono ormai molto pochi”, dice Roccella, “e c’è un equilibrio tra la domanda e l’offerta. Le nascite sono in crollo e gli aborti sono in crollo. Il problema degli obiettori è tutto ideologico, e questo discorso invece va fatto in modo laico. Io non ritengo ad esempio che ci sia nessuna differenza morale tra la pillola abortiva e il metodo Karman, ma so che il metodo Karman offre maggiori garanzie sanitarie mentre la pillola abortiva mette più a rischio la vita delle donne. Vogliamo il medico accanto per ogni nonnulla e lo rifiutiamo durante l’aborto?”.

 

Eugenia Roccella potrebbe continuare per ore, ma si può cercare di semplificare: obiezione di coscienza, pillola abortiva, tentativo di contribuire all’eliminazione delle cause che possono portare alla decisione di interrompere la gravidanza, garanzie sanitarie, fa tutto parte di una legge, quindi di un diritto che porta con sé altri doveri, e di una prestazione sanitaria che deve essere garantita necessariamente oltre le contrapposizioni ideologiche e i convincimenti morali. 

 

Eugenia Roccella dice che funziona esattamente così, io le dico che però tutte le donne in carne e ossa, che si sono trovate ad abortire parlano di esperienza infernale. Sto discutendo con una femminista, non solo con un ministro (o ministra, sinceramente anche a me non importa granché delle desinenze), so che il personale è politico, so che le esperienze contano una per una. E le Pari opportunità sono anche il pari rispetto.

“Allora bisogna vedere se le esperienze infernali sono comuni, e se sono comuni dipendono da una cattiva sanità che offre cattivi servizi anche per l’aborto, magari anche per il parto: è un fatto di organizzazione sanitaria”, risponde Eugenia Roccella.

 

Io però credo che sia un fatto anche culturale e infatti non lo sto chiedendo al ministro della Salute o al direttore sanitario regionale, ma a una femminista che sa bene che tutto questo carico è interamente della donna, e se questa donna viene fatta abortire nei reparti maternità dove nascono i bambini e ci sono i vagiti dei neonati e la commozione delle madri e la festa dei parenti, se viene trattata in modo poco umano e fatta sentire in colpa, non voglio arrivare a dire: peccatrice, criminale, allora questa prestazione sanitaria assume connotati violenti e di questo una femminista può e deve occuparsi, soprattutto da ministro.
“Non so se possiamo fare questo discorso, ma allora vogliamo vedere come vengono trattate le partorienti? Io penso che in tutto ciò che riguarda la salute delle donne non c’è una sufficiente attenzione: tutto ciò che riguarda il corpo sessuato viene discriminato. Ma lei pensa che sia questo il motivo per cui io vengo accusata?”

 

Non mi sto ponendo il problema delle accuse, ma il problema delle donne: lei è ministro e ha detto che si occuperà delle donne, ha detto che riporterà l’attenzione sulle donne.

“Io penso che una parte del femminismo sia poco attento al fatto che il nuovo patriarcato e il vecchio patriarcato si sono saldati spontaneamente e che c’è oggi una discriminazione, un attacco all’essere donna che nonostante l’emancipazione è estremamente grave. Non credo che la questione dell’aborto sia il cuore di tutto questo, focalizzarci su questo ci porta fuori rotta: ma lei pensa che le storie di parto siano migliori?”.

 

Ho anche avuto storie di parto in effetti, e so che è anche un momento magnifico e di grande potenza. Il momento dell’aborto no, comunque la si pensi, comunque lo si consideri: è un momento di inermità e poiché, cito le frasi di Carla Lonzi che ha citato lei stessa in una lettera alla Stampa, la donna è sola e denigrata sia di fronte al divieto che al non divieto di aborto, credo che questa sia una questione di cui occuparsi fuori dalla contrapposizione destra-sinistra. Chi ha attraversato l’esperienza dell’aborto ha uno sguardo diverso, una rabbia in più per come è stata trattata. Penso però anche che il calo degli aborti non sia dovuto soltanto al calo delle nascite ma a una maggiore informazione, istruzione, consapevolezza, libertà, responsabilità, anche degli uomini che hanno finalmente imparato a usare i preservativi forse, e in effetti sarebbe ora.

 

Eugenia Roccella scuote la testa, non crede che ci sia un reale miglioramento, dice che i paesi come la Svezia con un più alto tasso di contraccezione hanno più aborti di noi e che l’aborto è semplicemente legato alla natalità, io le chiedo se allora lei ritiene che l’aborto sia rimasto fermo agli anni Settanta e noi con lui, come è possibile che non sia cambiato niente, avanzato niente? Perché non è una buona notizia che gli aborti sono in calo?

“Bisogna accettare l’idea che l’aborto è il lato oscuro della maternità, e la maternità, con tutti i suoi lati, oscuri e luminosi, esula dal territorio del diritto. Invece per essere cittadina devi essere più possibile simile a un maschio, non mettere in campo il corpo sessuato delle donne, in entrambi i lati, nel materno e nel non materno: è questo secondo me il punto da cui partire da femministe. Prima almeno c’era una rete di donne: era roba di donne. Adesso la rete si è smagliata e non è stata sostituita da niente. Io penso che noi risolviamo il problema dell’aborto non focalizzandoci sull’aborto come diritto o non diritto, ma focalizzandoci sul fatto che il materno, cioè il corpo delle donne, torni al centro della questione. Tutto quell’ambito che è stata la storia delle donne, che è il privato: la cura, la maternità, anche la casa, tutto questo deve uscire dall’angolo dell’esclusione ed entrare in pieno nella cittadinanza, nell’agorà”.
In che modo? chiedo. “Valorizzando la maternità: tu non sei sola se abortisci se non sei sola quando sei madre. La massima aspirazione femminile non è essere come un uomo”.

 

Entrambe, credo, vorremmo passare ad altro, parlare d’altro, ma ogni cosa ci riporta all’aborto, ci stiamo estenuando a vicenda. Siamo d’accordo sulla solitudine della donna, “ma glielo dico da femminista, non da ministro”. Mi chiedo, ma perché non un ministro femminista? Comunque, e diciamo in coro “comunque”, parliamo d’altro, che cosa farà pensando ai prossimi dieci anni da ministro per la Famiglia, le Pari opportunità, che cosa farà per la Natalità?

 “Ho delle idee che cercherò di mettere in campo, insisto: vorrei riportare al centro la questione delle donne. La famiglia è il luogo dove tutti abbiamo sviluppato la nostra identità, siamo tutti figli di un uomo e di una donna e su questo non ci sono dubbi”.

 

Faccio notare che le cose cambiano, il mondo si muove, si è già mosso a prescindere da noi.

“Sì, proprio perché cambiano, dobbiamo decidere che cosa del passato vogliamo portare con noi e che cosa invece vogliamo lasciare. Nel Parlamento europeo Fratelli d’Italia è nel gruppo dei  Conservatori e Riformisti. Nessuno è reazionario, nessuno qui vuole ancorarsi al passato, cosa fra l’altro tecnicamente impossibile. Il punto è saper riformare e saper conservare, perché poi si piange su quello che del passato non si è conservato: dell’ambiente, del paesaggio, delle bellezze architettoniche, ma c’è anche la conservazione antropologica. Quello che mi interessa oggi è rimettere al centro la questione delle donne: il gruppo sociale si struttura intorno al materno e io da qui voglio partire, dalla libertà delle donne di essere o non essere madri, mi sembra che oggi il problema sia questo, altri mi sembrano falsi problemi”.

 

Cioè il problema delle coppie omosessuali le sembra un falso problema?

“Non è un problema di pari opportunità, ma qual è il problema delle coppie omosessuali, chi farà mai qualcosa contro le coppie omosessuali?”.

 

Spero proprio nessuno, ma lei ha espresso più volte in questi anni, ma di certo non lo farà da ministro, la sua contrarietà alle unioni civili, ha detto anche una cosa che mi ha molto colpito: che le unioni civili vanno verso la fine dell’umano.

“Non l’ho detto, è stato decontestualizzato, non è vero che noi siamo contro le unioni civili, la verità è che siamo contrari alla seconda parte della legge, in cui si apre all’utero in affitto”.

Non esiste solo l’utero in affitto, esistono anche le adozioni da parte delle coppie omosessuali, ma comunque stiamo sempre parlando di umanità.

“Lì si parte semplicemente dal miglior interesse del bambino: le adozioni sono difficili e va tutelato l’interesse del bambino. Lei quale pensa che sia il miglior interesse?”.

Poiché per una volta la domanda viene rivolta a me, posso rispondere che ritengo che il supremo interesse del bambino sia quello di essere cresciuto con amore e senso di responsabilità, e racconto alla ministra una vicenda che sicuramente conosce già, il caso dell’assessore napoletano che ha adottato, da single, una bambina down che era stata rifiutata da sette famiglie “regolari”. In questo caso, cioè nel caso di indisponibilità all’adozione per gravi malattie, abusi, Aids, il single e le coppie omosessuali vengono prese in considerazione, come ripiego verso un figlio di ripiego? Imperfezione con imperfezione?

“Non è questo il punto della legge, non lo è affatto: il fatto è sempre il superiore interesse del bambino. Tutte le leggi, e anche gli studi degli psicologi, ritengono che la migliore condizione sia quella di una madre e un padre, noi dobbiamo cercare di dare il massimo nelle adozioni e si parte da quelle che offrono il meglio al bambino”.

Quindi non c’è da parte sua la contrarietà alla stepchild adoption?

“Sì c’è, sono contraria: penso che un bambino debba avere una madre e un padre”.

Ma al di là delle convinzioni personali, uno stato laico deve occuparsi di normare il presente e di proteggere il più debole. I bambini con due padri, con due madri, i bambini nati da una madre portatrice, nati in America magari, sono già qui tra noi. Il mondo non è più quello degli anni Settanta ma nemmeno quello di quindici anni fa, nemmeno di cinque anni fa. Questi bambini hanno cinque anni, dieci anni, stanno nascendo, vanno a scuola, sono al parco in questo momento, continueranno a nascere. Che cosa abbiamo in mente per loro e per i loro genitori?

“I bambini sono il bene più prezioso che abbiamo e non sono mai in discussione, ma non è questo il punto”.

 

Qual è il punto?

“Il punto è quale antropologia vuoi costruire? I bambini nati da procreazione assistita cercano disperatamente i loro genitori. La maternità e la paternità sono un incrocio di tante cose, natura, cultura, simbolico. Non è così semplice toccare la questione antropologica, vuol dire inserirsi in qualcosa di estremamente complesso, vogliamo fare gli apprendisti stregoni? Lo sa che tutti gli aspiranti genitori cercano di avere un legame di sangue con il bambino che nasce, e però allo stesso tempo glielo negano? Tutto questo è molto pericoloso e io non credo affatto al dirittismo, a questa ideologia dei diritti”.

Non credo però che il divieto sia una risposta e sono certa che questi bambini continueranno ad arrivare.

“Io non condanno mai la persona”.

Si figuri io.

“Lei parte dal singolo e però chiama in causa lo Stato”

Il singolo più il singolo più il singolo formano una comunità di persone di cui lo Stato si deve occupare, e che una femminista ha a cuore: il presente è in continuo movimento.

“E lei che cosa vuole costruire? Vuole portarsi dietro la paternità e la maternità o vuole che tutto diventi contrattualizzabile? Vuole che il bambino sia centrale o che sia centrale il presunto genitore?”.

Voglio che questi bambini che continueranno a nascere e a crescere qui, per un desiderio spinto al massimo o per un’irregolarità del destino, non siano figli di un Dio minore. Voglio che il ministro delle Pari opportunità li tuteli.

“Non saranno mai figli di un Dio minore, le leggi italiane non lo consentono, una volta che un bambino c’è, c’è, ed è ovviamente preziosissimo e in nessun modo può essere discriminato o trattato diversamente”. 

 

Sono certa che sarà così, e allora parliamo anche della maternità: Roccella ritiene che in Italia sia poco gratificata, e non si può darle torto, poco desiderabile, vorrebbe che la donna fosse davvero libera di essere madre e seguire le proprie ambizioni, essere quello che vuole, diventare Giorgia Meloni anche, vorrebbe che le nostre figlie trovassero interessante la possibilità di diventare madri a loro volta e le sembra che non sia affatto così. Perché? “Perché senza la libertà femminile non ottieni niente: la Francia è più avanti di noi, è vero, ha saputo rendere culturalmente cool il fare figli e l’essere madri”.

 

Parliamo di film francesi, parliamo di Carla Lonzi e Luisa Muraro, poi Roccella mi racconta di quando ha dato un passaggio di alcune ore, insieme a sua figlia, a un venditore ambulante africano incrociato in una stazione di servizio, il giorno dopo la sua cara amica di super sinistra le ha detto: ma sei pazza, non avevi paura? e lei in effetti non ci aveva proprio pensato ad aver paura. Così finalmente metto a fuoco quello che voglio chiederle: lei si fa portatrice di un pensiero insolito, differente, irregolare, sia come femminista della differenza sia come donna di destra, e la sua storia affonda nella nobilissima storia del Partito Radicale che è stato sempre il partito degli irregolari, degli esclusi, penso al funerale di Marco Pannella con piazza Navona piena di diseredati, penso a quello che Eugenia Roccella ripete spesso negli articoli e nelle interviste: non avete nessuna reale curiosità verso chi la pensa diversamente, e io infatti sono qui per questo, per discutere e per capire. Allora perché, alla luce di questo pensiero, sbarrare la porta a tutto quello che si ritiene irregolare?

“Perché non sono irregolarità! Non farò i nomi, ma molti omosessuali mi scrivono in privato per dirmi che ho ragione e non osano parlare: ad alta voce parlo solo io. Ma queste non sono irregolarità, quanto militavamo nel Partito Radicale nessun omosessuale ambiva al matrimonio, solo alla libertà sessuale, e io stessa mi vergognavo, ma felicissima e con l’uomo della mia vita, di essermi sposata a diciott’anni. Oggi non c’è più l’idea di una trasgressione, ma che tutto debba essere diritto, che tutto debba essere normato, ma la libertà e i diritti non sono due cose che sempre vanno d’accordo. Tutto deve essere normalizzato, tutto deve essere canonizzato, e poi in realtà la diversità è espulsa”. 

A questo punto  Eugenia Roccella mi chiede di spegnere il registratore, e io lo faccio, per raccontarmi una desolante storia di emarginazione che l’ha riguardata da adulta, a confronto con la libertà inclusiva in cui è cresciuta, quando gli omosessuali disprezzavano il matrimonio, e anzi forse tutti disprezzavano il matrimonio (ma si sposavano comunque giovanissimi). Le dico che però era quarant’anni fa, e che non si può decidere adesso che cosa debbano desiderare gli altri. “Non sto decidendo che cosa devono desiderare, sto dicendo che oggi l’irregolarità non esiste, e quando esiste non viene minimamente accettata: infatti io non vengo minimamente accettata”. 

Però questo non è vero, lei è un ministro, io ho aspettato nello stanzino delle scope per parlare con il ministro.

“Solo perché l’altra profonda irregolarità è stata Meloni: io non sono ministro perché ho una storia di partito, io sono ministro perché mi ha voluto Giorgia: lei ha fatto vincere le donne, il massimo dell’irregolarità. E io ho anche l’aggravante di essere cattolica, davvero imperdonabile”.

Ci salutiamo sfinite, parlando di umano e transumano, di limite e di solidarietà, e del mondo nuovo che indietro non tornerà mai. Di fratellanza. 

E la sorellanza? “Si è molto persa purtroppo, come si vede anche da quello che dicono e scrivono di me certe donne”.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.