Enrico Letta (Ansa)

l'appello

Letta vuole l'opposizione "larga". Ma il primo ostacolo è l'opposizione interna al Pd

Ruggiero Montenegro

"Dobbiamo fare insieme il più possibile l'opposizione. Altrimenti faremo il regalo più grande a Meloni ", dice il segretario. Ma non mancano le tensioni nel partito. De Micheli attacca: "Vogliono silenziarmi. Donne dem misogine". E anche la linea sull'Ucraina sembra meno granitica di qualche mese fa

Se non è stato largo il campo elettorale, che almeno lo sia l'opposizione. Enrico Letta ci riprova: "Mi sento di fare un appello, dobbiamo fare insieme il più possibile l'opposizione". Il segretario dem torna a parlare in una lunga intervista a Che tempo che fa, assicura che "il partito non si scoglierà" e detta i tempi della rifondazione: "entro la fine dell'inverno" con una "nuova generazione che deve prendere il comando". Ma nel frattempo c'è da fare i conti con un nuovo esecutivo, sbilanciato a destra: "Io spero che faremo un’opposizione il più unitaria possibile, altrimenti faremo il regalo più grande a Giorgia Meloni e al suo governo, che ne avrebbero un vantaggio". E aggiunge: "Dobbiamo essere pronti a fare la prima opposizione a questo governo, sia in Parlamento sia nel paese, in piazza quando necessario". 

 

L'ex professore di Sciences Po vuole giocare, insomma, a tutto campo. Rivolge la sua speranza a Conte e Calenda, ma la riuscita di questa linea, benché possa apparire di buon senso - se non altro per l'artimetica - è tutt'altro che scontata. Ci sono grane e frizioni, interne ed esterne al Pd sulla via del campo largo. "Vedo dalle parti della sinistra una grande confusione tra qualunquismo e progressismo. La differenza fondamentale è l’obiettivo: assistenza/dipendenza o emancipazione attraverso istruzione e cultura. Noi sappiamo da che parte stare", incalzava praticamente in contemporanea, parlando a La7, il leader del Terzo Polo. Un concetto più volte espresso e che rende per il momento più difficile la prospettiva evocata da Letta. E anche volgendo lo sguardo più a sinistra, a quel M5s che "ha svolto un ruolo importante", ha "preso voti da sinistra" e "con cui governiamo" in alcune regioni, come ha ricordato lo stesso leader dei democratici, i segnali non sono proprio accomodanti: "Il Pd sta facendo percorso un congressuale poi si valuterà il dialogo", continua a ripetere Conte.
  
Vedremo cosa sarà della nuava fase dem è il ragionamento tra i grillini, perché l'esito della discussione è tutta da verificare. E non è detto che tra qualche mese la linea sia la stessa. Tra i dem, come si è visto nella Direzione  - che sarà aggiornata tra qualche giorno con le regole per aprire davvero il Congresso - non mancano le fibrillazioni e le accuse a vertici e dirigenti. E anche il fatto che non tutti i capi corrente abbiano preso parola nell'Assemblea del 6 ottobre è un segnale. C'è poi una questione relative alle donne del Pd, con la rivendicazione dei ruoli di capogruppo e la posizione della Conferenza delle donne democratiche: "Vogliamo promuovere reale innovazione politica nelle pratiche, nei gruppi dirigenti e su questo chiediamo un’assunzione di responsabilità anche agli uomini del partito", hanno fatto sapere con una nota. Ma anche all'interno della stessa conferenza i risultati delle urne hanno lasciato strascichi e c'è chi chiede le dimissioni della portavoce, la zingerattiana Cecilia D'Elia.

 

Anche a loro si rivolgeva, con un duro attacco, Paola De Micheli che è al momento l'unica a essere scesa ufficialmente in campo per la carica di segretario: "La mia candidatura è vera, anche se molti provano a silenziarla", ha detto al Corriere la ministra dei trasporti durante il governo Conte II, prima di prendersela con le altre donne del Nazareno. Nonostante il Pd abbia fatto tanto per la parità di genere,  "le candidature a sindaco o presidente di Regione sono rarissime. E la colpa è anche della misoginia di alcune donne che, con un po’ di accidia, si sentono soddisfatte da un ruolo ancillare". 
 
Dichiarazioni che restituiscono il termometro di questo delicato passaggio per i dem. Senza dimenticare la questione della guerra tornata ancor più centrale in queste ore in cui Kyiv è nuovamente sotto attacco, per la rappresaglia di Putin dopo l'esplosione del ponte di Kerch. La Linea del supporto all'Ucraina ha fin qui tenuto. E tuttavia, già nel corso della Direzione, qualcuno ha fatto notare a Letta come l'impegno per la diplomazia sia emerso poco in campagna elettorale. Gli rimproveravano di aver parlato troppo poco di pace, con il rischio di essere percepiti come un partito guerrafondaio.

   

Vincenzo De Luca è andato ancora oltre: "L'Italia e i governi non possono più essere una appendice della Nato", ha scritto sul suo profilo Fb il governatore campano, lanciando "una mobilitazione per la pace che dovrà concludersi con una grande manifestazione a Napoli".  Un po' come quella promossa dal leader dei grillini - di cui De Luca è tra l'altro tra i più duri oppositori nel Pd - qualche giorno fa. L'iniziativa di Conte? "Non ci vado manco morto", ha invece fatto sapere Carlo Calenda. L'opposizione larga passa anche da qui, ma le premesse non sono proprio delle migliori. 
 

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