Giorgia Meloni rientra a casa in auto il 26 settembre (Ansa)

verso la formazione del governo

La vittoria in sordina di Fratelli d'Italia: Meloni vieta i festeggiamenti

Salvatore Merlo

Ordine perentorio domenica notte ai suoi: niente caroselli, niente bandiere. Incontri privati e no alle tv. Il timore di governare, con l'economia che preoccupa

Le antenne extrasensoriali del corpo umano, istinti residui della vita nella giungla di milioni di anni fa, si affinano inconsciamente quando l’uomo  sa di trovarsi vicino al pericolo. E dev’essere per questo che domenica notte, all’apice del successo, nel momento della vittoria, con gli exit poll ormai chiari, Giorgia Meloni intorno a mezzanotte, insieme felice e timorosa per il fatto enorme appena accaduto, ha mandato un sms a tutti i suoi parlamentari. Un comando: niente festeggiamenti, non voglio vedere caroselli per le strade di Roma, niente clacson, niente bandiere. Siate sobri. E fatelo sapere. Così loro, il partito composto da uomini abituati per tradizione a ubbidire al capo, sono rimasti ingessati. Fin troppo, persino. Ancora ieri sera, in conferenza stampa, Luca Ciriani, Francesco Lollobrigida e Giovanni Donzelli, i tre colonnelli di FdI, sembravano capaci di negare persino di averle vinte, le elezioni. Il capo del governo? “Decide Mattarella”. I ministri? “Sarebbe sgrammaticato parlarne”. Eppure, ovviamente, se ne parla. Ma non come vorrebbe Matteo Salvini, con la baldanza di un vertice alla luce delle sole. Una trattativa in stile 2018 con Luigi Di Maio.


Evita la Hybris, Giorgia Meloni. La tracotanza del vittorioso, perché l’idea di governare l’Italia in questa fase la spaventa. Sente l’alito della responsabilità raggelarle la schiena. “Ho una buona opinione di me stessa, ovviamente”, ripete spesso, con autoironia. “Ma sono anche consapevole delle difficoltà e dei miei limiti”, aggiunge con un candore che la rende assai diversa dai suoi colleghi maschi ed ex presidenti del Consiglio. Dunque domenica notte invitava tutti a non festeggiare, memore anche di certe antiche sbracatezze nostalgiche dei tempi di Alemanno sindaco di Roma, certo, qualche braccio teso, qualche bandiera della Decima Mas tirata fuori dalle cantine, tutte cose che in questo momento la irritano. Ma è pure spaventata, Meloni. Consapevole  del gioco grosso che la attende a breve.

 

E per la prima volta nella storia della destra italiana, in prima linea: senza avere le spalle coperte da Silvio Berlusconi, il multimiliardario padrone di giornali e televisioni, un uomo che è stato una corazzata capace di resistere a urti che avrebbero steso chiunque altro. Comprensibile allora la cautela. Così ieri mattina Meloni non si è presentata di fronte ai giornalisti, che pure la attendevano per un’annunciata conferenza stampa all’Hotel Parco dei Principi, ma ha parlato al telefono con Enrico Letta, e alla ribalta delle tv ha preferito degli incontri riservati  con tecnici, funzionari, membri dell’establishment finanziario utilissimi ad analizzare la situazione difficile della crisi energetica e della prossima legge di Bilancio da approvare entro novembre. Tutti rapporti che l’impegno in campagna elettorale aveva allentato negli ultimi mesi.

 

“Parlerà, sì, ma quando le idee saranno chiare”, dice Luca Ciriani, l’ex capogruppo di FdI al Senato. E poi c’è la formazione del governo, certo. Salvini avanza richieste. Berlusconi pure. Ma l’uno è semisconfitto, mentre l’altro si trova nella condizione di essere andato abbastanza bene da non coltivare pretese da disperato, ma è pure andato abbastanza male da doversi accontentare. Dunque la situazione con gli alleati è vantaggiosa. Benché Salvini sia sempre Salvini. La Lega non potrà chiedere  più di due ministeri “normali” e uno senza portafoglio. E Berlusconi forse vorrà qualche sottosegretario in più, poiché ritiene di essere stato sottostimato nella ripartizione dei seggi uninominali. Niente che non si possa concedere. C’è invece un po’ di preoccupazione per il suicidio rituale del centrosinistra. “L’avversario serve solido”, dice Adolfo Urso pensando forse alle riforme istituzionali condivise. E poi ci sono la Finanziaria, la crisi energetica, l’inflazione al 6 per cento. Dunque: “Niente caroselli, niente bandiere, non c’è nulla da festeggiare”.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.