Foto di Mauro Scrobogna, via LaPresse 

la conferenza stampa

Conte infierisce su Letta e si candida a essere l'opposizione a Meloni

Simone Canettieri

Giuseppi si è svegliato leader del centrosinistra, ma non di una sinistra storica, non comunista. Raccoglie i rottami del Pd e, seppur non svela i nomi, dice che molti ex del partito lo hanno chiamato per fargli i complimenti

Indossa la celebre pochette. D’altronde la campagna elettorale è finita. Parla per un’ora in conferenza stampa, e non vorrebbe  fermarsi: “Altre domande?”. Giuseppe Conte passeggia sulle macerie del Pd, infierisce su Enrico Letta, si candida “a dipanare la piattaforma democratica e progressista”. Mette in riga il Nazareno: “Se vogliono parlare con noi, sappiano che qui l’asticella è alta”. In prima fila ad ascoltarlo il nuovo corso: il futuro onorevole Alfonso Colucci, notaio del partito: “Sono onorato, spero di continuare a studiare”. 

 

Spunta anche Alfonso Pecoraro Scanio. E si mette vicino al notaio. Seduto, tra la stampa, c’è anche lo staff di Conte che si gode lo spettacolo. Rocco Casalino sempre al cellulare. “È carico, eh”. 
Conte si è svegliato leader del centrosinistra: ha rafforzato il M5s, ha mandato in tilt il Pd, partito strutturato e con una certa tendenza autodistruttiva. “Mi hanno preferito Calenda, poi Di Maio”. L’ex premier dice che Enrico Letta voleva mettergli due dita negli occhi. Ma le urne dimostrano che i veri occhi di tigre sono stati quelli dell’Avvocato del popolo. Zoo: ha una smorfia compiaciuta. Specie quando rivela che mondi del Pd e associazioni vicine alla sinistra gli avevano annunciato il voto. E se la premier francese dice che vigilerà sui diritti civili in Italia, lui le risponde così: “Non si preoccupi, ci pensa il M5s”. 

 

Non si sente il Jean-Luc Mélenchon di Volturara Appula, dove ha preso l’ottanta per cento e passa. Ma forse, confessano i suoi collaboratori, è un “po’ laburista inglese e mezzo democratico americano”. Di sicuro non vuole patenti che lo accomunino alla matrice di una storia ex comunista. Parla di vecchia politica e ovviamente di mainstream. Confessa che un certo côté che sta a cavallo fra il Pd, e gli ex che lo hanno lasciato, in queste ore lo ha chiamato per fargli i complimenti. Non svela i nomi, ma viene subito da pensare a Massimo D’Alema, Goffredo Bettini, Roberto Speranza, Francesco Boccia, Pierluigi Bersani. E poi vogliamo parlare della coppia rossoverde Fratoianni & Bonelli? Appena centrato il risultato hanno subito iniziato a mandargli messaggi densi di lusinghe, con tanti saluti al Pd che li aveva caricati in coalizione.

 

Tutto già scritto. Quanto sembra divertirsi Conte in queste ore. È il viceré del sud, e quindi guai a chi toccherà il Reddito di cittadinanza. Per le bizzarrie della legge elettorale e delle pluricandidature risulterà eletto in Lombardia. Ecco, si voterà la prossima primavera per il Pirellone, ma anche per il Lazio e il Friuli Venezia Giulia. Tutti chiedono a Conte: cosa farete con il Pd visto che alle regionali c’è un turno unico e senza alleanza si perde? “Vediamo, aspettiamo, cerchiamo di capire cosa ne sarà del nuovo Partito democratico”.

 

I rapporti di forza sembrano capovolti. Il M5s è lo sconfitto vincente di queste elezioni. Su Luigi Di Maio infieriscono gli altri, quelli della vecchia guardia, il presidente che cura le parole preferisce punzecchiare il ministro degli Esteri senza cattiveria: “Pensava alle poltrone”. Colucci annuisce a ogni singola dichiarazione dell’amico che prima gli ha messo in mano lo statuto del partito e poi, per ringraziarlo, gli ha regalato un posto in Parlamento. “Sono onorato, sono emozionato. Sarà una grande responsabilità”.

 

Paola Taverna e gli altri big fuori dal Palazzo in queste ore rilasciano interviste a nastro per rivendicare il successo, per acchiappare un pezzetto di luce riflessa contiana. Il mondo della sinistra è così sottosopra che è Conte a dettare le condizioni a Giorgia Meloni come riferimento dell’opposizione. “Non si arrischiasse nel portare avanti riforme costituzionali non condivise, altrimenti farà la fine di Renzi”. Ce l’ha con il presidenzialismo. Allo stesso tempo, il capo del M5s le fa i complimenti e si mette a disposizione per una collaborazione nel bene del paese sui temi importanti.

 

“Ma che farà con il riarmo dell’Ucraina?”. Insomma, ci risiamo. Il film non cambia. Nella palude del Pd c’è Conte in canoa. “Chi lo avrebbe mai detto? Ci davano tutti a una cifra, no?”. Si susseguono parole come “progressisti, democratici” dalla bocca di Conte. Il governo gialloverde fu un incidente della storia. Acqua passata, mentre diluvia sul Nazareno.

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.