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Quasi amici

Perché Meloni non fa così paura ai suoi nemici?

Claudio Cerasa

Cinque punti per capire se il make up dei sovranisti reggerà di fronte a uno specchio chiamato realtà

C’è una ragione precisa che ha portato ieri il Pd a spingere forte sul pedale della drammatizzazione della campagna elettorale. Una ragione che, naturalmente, riguarda i sondaggi e riguarda in particolare la difficoltà enorme che ha oggi Enrico Letta: convincere gli elettori indecisi a votare per il Pd come voto utile per fermare le destre.

E il problema è evidente. Se la coalizione di centrodestra è percepita come vincente, il voto utile contro le destre diventa inutile. La seconda ragione che ha portato Letta a dire che “con il Rosatellum la destra può arrivare al 70 per cento dei seggi: c’è un allarme democratico in Italia”, riguarda un problema che con i sondaggi c’entra fino a un certo punto: per quanto il Pd si possa sforzare di descrivere la vittoria del centrodestra come una minaccia per la democrazia italiana, la possibile vittoria di Meloni & co. non sembra preoccupare più di tanto chi ha in mano il destino economico del nostro paese. E a Cernobbio, in un certo senso, Letta lo ha percepito in prima persona: gli investitori, gli imprenditori, i manager, gli osservatori internazionali non si fidano di un possibile governo Meloni ma non a tal punto da essere spaventati da una tale prospettiva.

E dunque, sì, ci sono preoccupazioni per il futuro dell’Italia, movimenti speculativi pronti a mettersi in azione, ma sono tutti timori che al momento sembrano essere legati più all’impatto che avrà l’aumento dei tassi di interesse per un paese molto indebitato come l’Italia che all’impatto che potrà avere sui nostri conti pubblici un governo trainato da un partito sovranista. E la domanda che si pongono in molti, e che forse si pone anche Letta, è: perché? O meglio ancora: perché Meloni, pur avendo molti scheletri nell’armadio populista, non fa paura come i nemici della Meloni si augurerebbero? Per rispondere a questa domanda – e per capire perché, come ci racconta un importante finanziere,  “nessun grande fondo di investimento ha speculato sui nostri Btp e nessun grande investitore in Italia ha scelto di portare via i propri risparmi dal nostro paese pur avendo la certezza quasi matematica che l’Italia verrà governata da Meloni & co.” – si possono azzardare cinque risposte.

La prima ha a che fare ancora una volta con l’agenda dei doveri e il fatto che Meloni non dica di voler rinegoziare il Pnrr è, dal punto di vista di un investitore interessato all’Italia, un punto a suo favore. La seconda risposta ha a che fare con un atteggiamento messo in campo da Meloni negli ultimi giorni: far sapere che in caso di difficoltà dell’Italia, vedi la crisi energetica, la leva del volere più debito pubblico deve essere sostituita con la leva del volere più Europa. La terza risposta riguarda la collocazione internazionale e il fatto che Meloni venga percepita e si voglia far percepire come una fedele alleata della Nato, senza ambiguità sulla Russia, sulla Cina, su Taiwan, le permette di scommettere su uno scenario non impossibile da immaginare: usare il suo atlantismo come uno scudo utile per allontanare anche nelle cancellerie europee l’alone dell’inaffidabilità.

La quarta risposta coincide con la volontà di Meloni di far sapere a tutti gli investitori, italiani e stranieri, di avere intenzione di scommettere, in caso di vittoria, su un ministro dell’Economia tarato non sul modello Paolo Savona, e neppure sul modello Giulio Tremonti, ma sul modello Fabio Panetta, stimatissimo membro del board della Bce. La quinta risposta coincide con la volontà di Meloni di far sapere il più possibile, ai suoi interlocutori internazionali, che in caso di vittoria il ruolo di ministro dell’Interno non andrà per nessuna ragione a Matteo Salvini, che non basta a rassicurare sulle intenzioni della destra sovranista in materia di immigrazione ma che basta a capire che oltre un certo limite forse Meloni non vuole andare. Ispirare fiducia no, ma per capire perché Meloni non riesce a mettere paura fino in fondo neppure ai suoi potenziali avversari bisogna concentrarsi su questi punti e capire fino a che punto il make up di Meloni reggerà alla prova di uno specchio chiamato realtà.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.