Il caso

Di Maio si specchia nelle nomine, mentre Conte spera in Draghi: "Risposte o esco"

Simone Canettieri

Il ministro degli Esteri lancia un appello ai governisti del M5s, intanto continua la sua rete di relazioni nelle partecipate: da Cdp a Fs. Il capo del M5s vuole un incontro con il premier prima del voto in Senato di giovedì

E’ uscito con sessanta parlamentari, ma si rivolge a chi è rimasto nel suo ex partito: il M5s. Luigi Di Maio lancia un appello pubblico, senza citarlo, a Giuseppe Conte. Ma soprattutto, e qui c’è un disegno preciso, all’anima  governista dei grillini, seppur in netta minoranza: “Niente Papeete: la crisi sarebbe un favore a Putin. E  non permetterebbe all’Italia di prendere provvedimenti su bollette, benzina e gas”. Sono parole che rotolano mentre Conte continua a martellare su Palazzo Chigi: “Se da Draghi arriveranno dei no alle nostre proposte usciremo dal governo”.

Il capo del M5s cerca un incontro con il premier prima del voto di fiducia in Senato, previsto per giovedì, magari suggellato da una dichiarazione del presidente del Consiglio. In mezzo c’è Di Maio: da una parte fa il pompiere e dall’altra continua  a lucidare la rete di potere che ha costruito nelle aziende di stato. Snodi per il futuro.  


E così si scopre che nell’ultimo anno, mentre Conte cercava di destreggiarsi con statuti e tribunali, il ministro degli Esteri ha continuato a gestire nomine e avamposti che adesso, ora che ha in testa un altro progetto politico, possono ritornare più che utili. La mappa è vasta: parte dal quartiere generale della Farnesina e arriva fino al ministero dell’Economia, dove c’è Laura Castelli.

L’ultimo tassello è arrivato un mese prima della scissione e della conseguente creazione del gruppo parlamentare Insieme per il futuro. Il 24 maggio c’è stato il cda di Simest, società che sostiene la crescita delle imprese italiane attraverso l’internazionalizzazione, partecipata al 76 per cento da Cassa depositi e prestiti e un nutrito gruppo di banche italiane e associazioni imprenditoriali. Alla presidenza di Simest è stato confermato Pasquale Salzano, già ambasciatore dell’Italia in Qatar. Nel cda sono stati nominati, fra gli altri, l’armatore Guido Grimaldi e l’imprenditrice e vicepresidente di Confindustria per l’internazionalizzazione Barbara Beltrame.

Si tratta di tre figure dall’importante curriculum in ottimi rapporti con Di Maio. E la dinamica non cambia anche nelle altre aziende. A Cdp, per esempio, da un anno siede nel consiglio d’amministrazione la professoressa della Federico II di Napoli Fabiana Massa, che è anche presidente del comitato Parti correlate. Anche a Ferrovie dello Stato   pare è arrivata la ragnatela  del leader scissionista con Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager, ma dal giugno 2021 componente del cda  di Fs dove ricopre anche il ruolo presidente del comitato governance, nomine e remunerazioni.  

Poi c’è Invimit, la società controllata dal Mef che si occupa di valorizzazione e dismissione del patrimonio immobiliare pubblico. Dove dallo scorso  30 dicembre  Di Maio può contare sul rapporto con Monica Scipione, nominata consigliere indipendente. Ancora: da maggio il vicepresidente di Sace, la società specializzata nel sostegno alle imprese e al tessuto economico nazionale, è l’ambasciatore Ettore Sequi, segretario generale del ministero degli Esteri. E nel cda compare anche il commercialista Vincenzo De Falco. Tutte queste nomine e rapporti – che passano anche dalla Rai – confermano l’antica passione di Di Maio per le nomine. Solo che se prima riempiva charter di amici e compagni di classe di Pomigliano d’Arco, adesso sembra avere in testa altro. Un lavoro certosino che dura da almeno un anno, forte della sponda del governo e forse all’insaputa di Conte. Che adesso si trova davanti al solito bivio politico esistenziale: strappare o ricucire? I senatori duri e puri lo spingono fuori, Di Maio si appella ai governisti del M5s per fargli l’ennesima marachella.
  

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.