La sveglia del nord-est per i sonnambuli della classe dirigente. Parla il capo di Confindustria Alto Adriatico

Claudio Cerasa

La guerra di Putin ha cambiato l’Italia. E trasformare la crisi in opportunità è possibile: basta solo volerlo. J’accuse di un imprenditore, contro la tentazione di chiudere gli occhi di fronte agli orrori in Ucraina. Prendere appunti. Anche a destra

Cari sonnambuli, per favore, svegliatevi, e per favore non mollate proprio ora. Fra i tanti effetti generati, i quattro mesi di conflitto in Ucraina hanno prodotto all’interno dei paesi europei un’ondata di importanti, capillari e diffusi stress test ben distribuiti all’interno delle loro società. Alcuni stress test sono più evidenti, come il rapporto dell’occidente con l’atlantismo, come il rapporto dell’Europa con la difesa militare, come il rapporto della politica con il pacifismo, come il rapporto dei populisti con i propri scheletri nell’armadio. Altri stress test sono invece meno evidenti e tra questi, tra gli stress test più sottili, vi è certamente un tema importante che riguarda un fronte cruciale: la capacità da parte della classe dirigente di ciascun paese impegnato nella difesa dell’Ucraina di non farsi travolgere dalla tentazione di chiudere le proprie palpebre, per realismo economico, di fronte agli orrori della Russia.

  

La tentazione, ovviamente, è sotto gli occhi di tutti, e anche in Italia non mancano imprenditori, uomini di impresa e manager convinti che la difesa della democrazia in Ucraina sia per l’occidente un gioco troppo pericoloso, per via delle sue conseguenze economiche, per via del suo impatto sull’inflazione, per via del suo impatto sul costo delle materie prime, e che il gioco non valga la candela. E agli imprenditori dubbiosi, titubanti e timorosi sceglie di fare un appello un influente imprenditore del nord-est italiano, che in questa conversazione con il Foglio offre buone argomentazioni per ricordarci perché una classe dirigente non irresponsabile e con la testa sulle spalle avrebbe il dovere di capire che il costo che l’Italia pagherà per difendere la democrazia in Europa è il costo inevitabile che ci si presenta di fronte quando occorre scegliere se rinunciare o meno alla difesa delle nostre libertà.

   
L’imprenditore in questione si chiama Michelangelo Agrusti, dal 2020 è presidente di Confindustria Alto Adriatico, l’associazione degli industriali delle ex province di Gorizia, Pordenone e Trieste, è il presidente di un’azienda che lavora nel settore navale, Marine Interiors, 350 milioni di fatturato all’anno, e in questa spigliata conversazione con il Foglio spiega perché la classe dirigente italiana ha il dovere di promuovere un approccio diverso da quello dei sonnambuli. “La classe dirigente italiana ha il dovere di fare la sua parte e di attrezzarsi per dimostrare che il ventre dell’occidente non è tenero come il burro di fronte a una lama ma che è invece infinitamente più forte rispetto a come lo immaginava Putin. Questo significa, per gli imprenditori, capire che il benessere di cui abbiamo beneficiato in questi anni non è qualcosa di scontato ma è qualcosa che va conquistato, che va aggiornato, che va difeso dalle minacce del presente e da quelle del futuro.

   

L’Italia è cambiata, la politica sta cambiando, le leadership cambieranno e sarebbe un dramma se la classe dirigente italiana, di fronte alle trasformazioni del mondo, scegliesse di chiudere gli occhi, di non trasformare la crisi in opportunità e di chiedersi ancora: ma a me che cavolo me ne frega dell’Ucraina?

   

Il presidente Mario Draghi, la scorsa settimana, ha detto che l’Italia sosterrà l’Ucraina per tutto il tempo necessario, e sarebbe bello se di fronte a questa frase la classe dirigente del nostro paese fosse non preoccupata, ma semplicemente orgogliosa”. Essere orgogliosi, dice Agrusti, significa capire in che modo una crisi, per un imprenditore, può trasformarsi in un’occasione per innovare, in un’opportunità per crescere, “e se lo stato italiano sta trasformando il conflitto in un’occasione, per esempio, per lavorare alla sua indipendenza energetica, non c’è una sola ragione al mondo per cui un imprenditore illuminato non possa capire che il nuovo ordine mondiale offre infinite opportunità per adattarsi ai tempi che cambiano”.

  

Il collasso delle filiere lunghe, la rivoluzione della logistica, i nuovi confini della globalizzazione, il passaggio dalla stagione del just in time a quella del just in case. “Il mondo nuovo è fatto di relazioni più intense tra paesi che si somigliano e avere una globalizzazione nuova che permette di sostenere con più forza di un tempo le nostre democrazie significa costringere inevitabilmente gli imprenditori a uscire con urgenza dalla loro comfort zone. E’ il momento di sperimentare, di investire, di osare, di cambiare marcia, di aggregarsi, di diventare più grandi, di dare una mano al paese a combattere i suoi tabù del passato”.

E però. “E però sento troppi imprenditori dire frasi tipo: a me che cavolo me ne frega dell’Ucraina? Mi dispiace ma l’Ucraina riguarda la nostra vita, la nostra libertà, la nostra democrazia, il nostro business: il costo di non difenderla sarebbe ben più alto rispetto a quello che paghiamo difendendola. Vede, bisogna avere uno sguardo lungo. Bisogna smascherare le menzogne di chi sostiene che le sanzioni facciano più male all’Europa che alla Russia. Bisogna ricordare che un paese che assorbe appena il due per cento delle nostre esportazioni e che ha un pil non troppo diverso da quello della Bulgaria non può, per quante siano le testate nucleari di cui dispone, avere l’opportunità di decidere gli equilibri del mondo. Una classe dirigente con la testa sulle spalle dovrebbe iniziare a mostrare coraggio e avrebbe il dovere di mettere in atto un’operazione verità”.

  

Del tipo? “Del tipo: cosa aspettiamo a condannare chi ha permesso all’Italia, che ogni anno importa circa 29 miliardi di metri cubi di gas dalla Russia, di essere passata dall’estrarre 20 miliardi di metri cubi di gas all’anno tra il 1990 e il 2000 all’estrarne poco meno di cinque all’anno? Del tipo: cosa aspettiamo a estrarre i 90 miliardi di metri cubi di gas che abbiamo nel mare Adriatico? Del tipo: cosa aspettiamo a smascherare l’ipocrisia di un paese che non vuole il nucleare ma che ogni anno alimenta una parte del suo sistema energetico acquistando energia prodotta con il nucleare dalla Francia? Del tipo: cosa aspettiamo a non dare più credito ai politici che gigioneggiano con i termovalorizzatori? Del tipo: cosa aspettiamo a dire che chiunque, tra i partiti di governo, voglia indebolire questo governo sta facendo il gioco di chi vuol far male all’Italia?”.

 

E qui Agrusti offre un elemento di riflessione in più. Da imprenditore del nord-est. Da imprenditore del Friuli Venezia Giulia. Da imprenditore di una regione amministrata da una Lega diversa rispetto a quella che si presenta sul piano nazionale. “Il modello della nostra regione funziona. E’ un modello antipopulista. Senza scheletri nell’armadio. E’ un modello politico che ha capito perfettamente che Draghi rappresenta un’area trasversale, che è quella della responsabilità. Un’area all’interno della quale partiti distanti possono incontrarsi e dove mi aspetto che anche alle prossime elezioni partiti che oggi appaiono distanti, quando si parla d’Italia, possano trovare punti di contatto, quando parlano di Europa, di atlantismo, di collocazione sullo scacchiere internazionale. Non vedo perché, un domani, partiti come Fratelli d’Italia, per dire, non possano discutere e collaborare con partiti che oggi appaiono distanti. E non vedo perché, in un futuro spero non lontano, il centrodestra non possa far tesoro di cosa sta succedendo in una regione come la nostra”.  

  

E cosa sta succedendo? “Non entro naturalmente nelle valutazioni dei singoli partiti, ma credo che un punto interessante vada notato. Fedriga è la dimostrazione che la Lega anche laddove è nata può ragionare senza urlare. In sintonia con il suo popolo. Senza visioni ideologiche. Senza pulsioni antieuropeiste. Senza portare avanti idee penalizzanti per il nostro sistema industriale. L’invasione dell’Ucraina ha come accelerato alcuni processi politici e ha messo in rilievo quali sono le leadership che hanno fatto il loro tempo e quali sono i profili politici che sono rimasti fuori dal tempo. Il sovranismo va archiviato, in fretta, e la politica del futuro dovrà occuparsi di dare all’Europa la sua giusta dimensione sovrana, occupandosi non di come alzare muri, ma di come avere una primazia quando si parla di scienza, di tecnologia, di industria, di risorse agroalimentari. E guardi che il mio non è il pensiero di un battitore libero. E’ il pensiero diffuso di un imprenditore del nord. Di un imprenditore che apprezza anche chi cambia idea, come Luigi Di Maio, che osserva con attenzione i populisti che combattono anche contro ciò che hanno alimentato, e che considera, come la stragrande maggioranza degli imprenditori italiani, semplicemente una follia immaginare che un partito di governo, per propri tornaconti personali, possa pensare di staccare la spina a questo governo. L’Italia è cambiata, la politica sta cambiando, le leadership cambieranno e sarebbe un dramma se la classe dirigente italiana, di fronte alle trasformazioni del mondo, scegliesse di chiudere gli occhi, di non trasformare la crisi in opportunità e di chiedersi ancora: ma a me che cavolo me ne frega dell’Ucraina?”.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.