Bersani e i paragoni storici azzardati su Metternich e Putin

Perché ripescare il Congresso di Vienna e la Restaurazione per spiegare le colpe dell'Occidente all'origine dell'invasione russa dell'Ucraina ha poco senso
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17 MAR 22
Ultimo aggiornamento: 04:55 PM
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La guerra in Ucraina sta producendo uno strano fenomeno, di riscrittura della storia per spiegare dove l’Occidente ha sbagliato con la Russia. E quindi per comprendere, se non giustificare, la reazione impetuosa di Vladimir Putin. La narrazione più diffusa, da anni propagandata dal Cremlino e ora ripetuta anche da noi, è quella di una presunta promessa, poi tradita, degli Stati Uniti alla Russia (o all’Urss) di non espansione della Nato a est. Una promessa che però non è mai stata tradita perché non è mai esistita.
Ma questo tentativo di ricerca delle responsabilità occidentali sta portando a ricostruzioni storiche surreali, se non fumettistiche. Pier Luigi Bersani, ad esempio, rievoca l’equilibrio di Metternich e i bei tempi andati della Restaurazione: “Quando Gorbaciov accettò la sconfitta non abbiamo fatto come il principe Metternich che, dopo 20 anni di guerre napoleoniche, chiamò la Francia sconfitta al Congresso di Vienna per discutere i nuovi equilibri”, ha dichiarato a “Di Martedì”. Qualche giorno prima aveva espresso lo stesso concetto intervistato da Repubblica: “Tengo sempre a mente la lezione di Metternich nel 1814 – ha detto Bersani –. Dopo aver sconfitto Napoleone pretese che anche la Francia sedesse al tavolo del congresso di Vienna, per decidere insieme i nuovi equilibri. Dopo l’89 non è andata così”.
Si tratta di una ricostruzione caricaturale, sia di quanto accaduto nell’Ottocento sia quanto è accaduto dopo il crollo del Muro di Berlino. Innanzitutto è superficiale dire che le potenze vincitrici chiamarono “la Francia sconfitta” a discutere i nuovi assetti, perché l’alleanza anti-napoleonica impose alla Francia di restaurare la monarchia e ai Borbone di concedere una costituzione. A Vienna c’erano i Borbone più che la Francia, infatti proprio durante il Congresso le quattro grandi potenze si trovarono a dover di nuovo entrare in guerra con la Francia per il ritorno di Napoleone a Parigi nei Cento giorni.
E’ vero che grazie all’abilità di Talleyrand la Francia riuscì a incunearsi tra gli interessi dei vincitori, da un lato Inghilterra e Austria impegnate a stabilire un equilibrio di potenza in Europa, e dall’altro Russia e Prussia interessate a estendere la loro egemonia. Ma l’assetto stabilito a Vienna, nel quadro della restaurazione dei sovrani “legittimi” e dell’equilibrio di potenza, aveva come obiettivo primario quello di impedire una nuova espansione della Francia: allo scopo vennero ridisegnate le cartine geografiche costruendole attorno una fascia di stati cuscinetto. Inoltre, l’assetto politico-territoriale fu completato da due patti che escludevano la Francia, uno più ideologico (la Santa Alleanza) e l’altro funzionale (la Quadruplice Alleanza) a mantenere l’ordine reprimendo negli stati le spinte rivoluzionarie, nazionali e liberali. Ora, questo sistema oltre a essere poco democratico e liberale – ma forse non è questo che Bersani apprezzava – si è rivelato anche poco efficace a mantenere l’ordine e infatti è saltato per aria dopo 15 anni.
Ma ciò che è ancora più paradossale è il paragone con la fine della Guerra fredda come se, a differenza di Metternich e del Congresso di Vienna, dopo il crollo del muro di Berlino l’Occidente e quindi gli Stati Uniti avessero umiliato la Russia senza coinvolgerla in alcuna scelta. Non stanno affatto così le cose: la riunificazione della Germania è avvenuta di comune accordo, attraverso un dialogo costante tra Stati Uniti, Germania ovest e Urss. Anche dopo la fine dell’Unione sovietica, l’occidente guidato dagli Stati Uniti ha coinvolto la Russia nella Nato (Partenariato per la pace 1994; missione comune Sfor in Bosnia 1996; Nato-Russia Founding Act 1997) e l’ha fatta entrare nel G8 (1998) proprio per non far percepire l’allargamento a est della Nato che è avvenuto negli anni successivi come una minaccia alla sua sicurezza.
Certo, non è sufficiente se al Cremlino arriva chi ha ambizioni di grande potenza e vanta pretese sugli stati limitrofi che cercano autonomia e democrazia. Ma ripescare Metternich per in qualche modo giustificare l’imperialismo di Putin è forse troppo.