Il racconto

Mattarella bis, lunedì Draghi riunirà i ministri congiurati. Viaggio fra le macerie dei partiti

Simone Canettieri

Il premier in Cdm incontrerà di nuovo chi lo ha voluto inchiodare a Palazzo Chigi. Intanto i veri vincitori sono "gli straccioni di Valmy": i peones che per primi puntarono sulla rielezione del capo dello stato

Altroché. E’ la vittoria degli straccioni di Valmy. Facce anonime. Peones grillini, soprattutto  senatori. Loro, per primi, dissero “Mattarella bis”. In splendida solitudine. Poi sono stati seguiti il giorno dopo dai Giovani Turchi di Matteo Orfini e da altre   monadi del Pd (Stefano Ceccanti) e del gruppo misto (Giorgio Trizzino). Bisogna fermarsi in Transatlantico, guardare negli occhi queste persone. Quasi lievitano. Vorrebbero correre e scivolare sul pavimento come Cirino Pomicino nel Divo di Sorrentino. Li accusavano di essere inguaribili nostalgici che “non sanno leggere la politica”.  E invece passa Sergio Battelli del M5s fischiettante: “Lo scrissi il 31 dicembre su Instagram dopo il discorso del presidente:  avrai il mio voto”. E dunque “a Valmy, a Valmy!” sembrano dire i peones armati di spumantino alla buvette. Cin cin: “Allo Zio Sergio!”. Riferimento velenoso al “nonno d’Italia” che, invece, non ce l’ha fatta.    

 

Intorno alla marea montante per il bis del presidente della Repubblica, c’è  la voragine dei partiti che stanno al governo. E che lunedì si trasformeranno  in  ministri e ministre, pronti a essere scrutati da  Mario Draghi. Il premier non dovrà essere Hercule Poirot: conosce tutti  per nome e cognome. Si può iniziare dal Pd. Capanello: Orfini commenta   soddisfatto con Dario Franceschini la piega presa dalla giornata. Il ministro della Cultura ne ha fatto una questione “politica e non personale” fin dall’inizio: il premier non doveva salire al Colle.  

 

Il capo di Area dem era pancia a terra per Pier Ferdinando Casini.  Draghi incontrerà Andrea Orlando, ministro del Lavoro, prima  in campo per Giuliano Amato poi per il Mattarella bis indirizzando, rivelano i deputati a lui vicini, i voti di venerdì scorso. Sarà. Chiude la delegazione dem Lorenzo Guerini: il ministro della Difesa dice di non aver mai ostacolato i presunti piani di Draghi, ma allo stesso tempo la sua corrente (Base riformista) non ha mai nascosto la voglia di Casini. Fatta questa premessa, Enrico Letta è il solo che non si è rotto le ossa, visto il contesto da cui partiva. Era l’unico a voler Draghi. Poi ha detto sì all’ipotesi Elisabetta Belloni, salvo  retromarcia quando una parte di partito in asse con Matteo Renzi (“il segretario supplente del Pd”, scherza Teresa Bellanova) ha iniziato a storcere la bocca.  Il sabato che risolve il rebus gira per un po’ di ore su Giancarlo Giorgetti: il ministro più draghiano della penisola ha perso. Chiaro. E fa trapelare, masticando cattivi pensieri, che potrebbe dimettersi.

 

Colpo di scena. Ce l’ha con Matteo Salvini? Il fu Capitano, fra una citofonata e l’altra, ha preso porte in faccia. Non è più leader della coalizione (“perché esiste ancora?”, si domanda Francesco Lollobrigida di Fratelli d’Italia) e anche questa volta sarà per la prossima volta. “Salvini? Dai, ha fatto esperienza...”, dice con lucidissima cattiveria Umberto Bossi. Ecco, ma cosa farà Giorgetti, che aveva già disegnato un semipresidenzialismo di fatto con il suo “Ronaldo” al Quirinale? Niente. Vuole farsi acclamare nel partito e farsi dire che è importante. “Dai, ci vediamo martedì al Mise”, dice il leghista al suo viceministro Gilberto Pichetto di Forza Italia. Draghi si vedrà davanti lunedì anche la delegazione azzurra: Brunetta- Carfagna-Gelmini. Anche loro gli hanno detto “ma dove vai?”.  I governisti  sono accusati di aver tirato addosso a Elisabetta Casellati nel segreto dell’urna. Forza Italia è sfarinatissima. Per molti deputati azzurri non esiste più. Raccontano che fino all’ultimo Licia Ronzulli abbia provato a entrare nel governo  al posto della Carfagna. Al M5s bisognerebbe dedicare un piccolo trattato. Le ultime dal campo. Giuseppe Conte, nonostante non controlli i parlamentari, si vanta di aver stoppato il suo successore. L’ex premier   con Luigi Di Maio non si parla. “Faremo i conti”. Intanto, il ministro degli Esteri attraversa il Transatlantico e una ventina di parlamentari lo vede e inizia ad applaudirlo. Osannato. Una guerra fra bande che nemmeno in Gomorra. L’elezione del capo dello stato lascia i partiti così: Draghi li aspetta al varco. Lunedì Consiglio dei ministri. E intanto gli straccioni di Valmy brindano.
 

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.