Il racconto

Draghi al Colle, Letta: "Se salta, rischio voto". Ma Conte: "Un danno per l'Italia"

I rossogialli vanno in tilt e remano per approdi opposti. "Così l'alleanza balla", avvertono nel M5s. Ma i fra i dem si riscaldono i franchi tiratori: "Siamo 50 a dire di no all'ex banchiere"

Simone Canettieri

Il segretario del Pd spinge per il premier al Quirinale: "Attenzione, la crisi di sistema è dietro l'angolo". Ma il capo del M5s non ne vuole sentire. Al contrario di Di Maio 

Enrico Letta a tarda sera è consapevole di essere l’unico leader di partito che lavora per Mario Draghi al Quirinale.  E’ preoccupato. Se l’opzione alternativa non fosse alta e super partes, il segretario del Pd è convinto che “la crisi di sistema sarebbe dietro l’angolo”. Con l’ex banchiere che, dopo aver salutato il Colle, prende armi e bagagli e se ne va anche da Palazzo Chigi. Giuseppe Conte, attivissimo negli incontri ma grande assente fisico nella bolgia, ritiene che l’ipotesi Draghi presidente della Repubblica “sia nociva per l’Italia: linea l’Economist”. Chissà se glielo dice quando si sentono.  Ecco, i due leader rossogialli  si fanno e disfanno la tela a vicenda. E in mezzo ci sono le rispettive truppe parlamentari.  “C’è  Di Maio alla buvette”. 

  
Il ministro degli Esteri è seguito dal codazzo di parlamentari M5s. Molti sono campani. Gli chiedono lumi. E li tranquillizza così: io, Fico e Grillo siamo per Draghi, facciamo maturare le cose e vediamo. Enrico Letta ha il suo bel daffare. Prima si incontra con Matteo Salvini che gli riferisce che l’incontro avuto con Draghi sarebbe andato male. Telefono senza fili. Il segretario dem parla anche con il premier, ormai sceso dal monte per capire e ascoltare.

Ma non bisogna mai sottovalutare il Pd: dà sempre grandi soddisfazioni. Per esempio, gira un numero simpatico. Nella tensostruttura i franchi tiratori lucidano i mitra. “Almeno cinquanta di noi non voteranno mai Draghi. Sostituito, magari, da un tecnico: e la po-li-ti-ca?”. Bisogna seguire le mosse felpate di Dario Franceschini, che fa il tifo per il Mattarella bis ma anche per l’amico dallo stesso Dna: Pier Ferdinando Casini. “Sono soluzioni da tenere in considerazione”, dice Bruno Astorre, che è anche il segretario regionale del Pd nel Lazio. Franceschini fa proseliti ovunque. Base riformista, il correntone di Lotti & Guerini accusato di nostalgie renziane, è “scettica” sull’opzione del premier. Gli preferiscono Casini su cui Letta però ha già detto un quasi no molto corposo. Poi c’è l’area di Matteo Orfini, quella dei Giovani Turchi da sempre per il Mattarella bis.

Un bel mucchietto di contrari. Armati.Ma  il Pd è un partito responsabile: vedrete”,  spiega Claudio Mancini, deputato dem, molto addentro alle cose del Campidoglio. Ma quello è un altro colle. Nel fantastico mondo rossogiallo c’è una differenza notevole di postura fra i parlamentari del Pd e quelli del M5s.
 

I dem hanno l’aria compassata di chi al massimo fa una doppia battaglia politica: dire no a Draghi significa provare a mettere in difficoltà il segretario, e pensare al congresso. I grillini  sono uno spasso. Siparietto: Filippo Scerra avvicina Stefano Buffagni. “Se Salvini apre a Draghi siamo spacciati”. Risposta dell’ex sottosegretario: “Ce la stiamo giocando malissimo: d’altronde siamo maestri nel darci le martellate in quel posto”.

Ecco, ma dov’è Conte? Sta incontrando tutti: Salvini, Meloni, Toti. Gli mancano solo forse le minoranze linguistiche. Vuole un nome condiviso con il centrodestra. Magari una donna (nei fatti nessuno parla più di Andrea Riccardi). L’avvocato del popolo per drammatizzare – in queste ore si usa questa tecnica un po’ per dissimulare e po’ per trattare più forte – dice addirittura che “la rete potrebbe dirci di no al quarto governo in quattro anni: e io non farò endorsement”. Conte agita dunque  il vecchio rito, un po’ polveroso nonostante il mezzo, della democrazia digitale. Proprio ora che la Casaleggio Associati non se la passa bene e Grillo è nei guai per il suo blog. “Bisogna partire da un presupposto: in campo non ci sono personalità del livello di Draghi”, dice Anna Macina, sottosegretaria grillina alla Giustizia. L’ala draghiana del M5s esiste, eccome. Sono i realisti che quasi danno per fatto già l’accordone complessivo. Se lo dicono anche la dem Paola De Micheli e il leghista Massimo Garavaglia. Ma l’ex ministra delle Infrastrutture tornerà al governo? “Ma noooo”. C’è una sottile voglia di rimpasto nell’aria rarefatta del Transatlantico.  Non la pensa così Letta. Consapevole di quanto sia – al momento – difficile la manovra, ma non impossibile. Nicola Zingaretti spunta prima del previsto. “Seguirò l’indicazione di Enrico”, dice l’ex segretario dem, sollevato dal non dover stare qui alle prese con il solito sabba delle correnti. Letta dopo aver parlato con Draghi torna a ripetere ai deputati: “Attenzione, se non c’è un nome al livello di Draghi e il centrodestra si elegge il presidente da solo: ci sarà una crisi di sistema e si tornerà al voto”. Chissà se in tandem con Conte.  

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.