una tendenza inevitabile

La sfida alle ambizioni del Pd

Claudio Cerasa

Il possibile rientro di D’Alema e le scissioni fallite. Extra Pd nulla salus. Ma fino a quando la forza di un partito che vorrebbe guidare l’Italia anche nei prossimi dieci anni potrà basarsi solo sull’essere uniti contro un nemico?

La notizia del possibile rientro di Massimo D’Alema nel Partito democratico ha permesso a molti osservatori di prendersi una piccola pausa dal dibattito sul futuro del Quirinale e di dedicare un po’ di attenzione a un tema forse non altrettanto appassionante ma non meno importante che riguarda il destino del partito che dal 2011 a oggi ha governato l’Italia per nove anni sui dieci disponibili. Quel partito, naturalmente, è il Pd, e le notizie del possibile rientro di D’Alema nel Pd, e dello scioglimento di un partito che D’Alema ha autorevolmente contribuito a far morire, come da sua tradizione, sono state commentate negli ultimi giorni per le ragioni sbagliate, ovverosia per l’arroganza, diciamo, con cui l’ex presidente del Consiglio ha motivato il suo riavvicinamento al Pd. È finita una malattia, ha detto spocchiosamente D’Alema riferendosi allo stesso renzismo che D’Alema ha autorevolmente abbandonato solo dopo essere stato preferito a Federica Mogherini nel ruolo di rappresentante della politica estera della Commissione europea nel 2014 (erano i tempi in cui il líder máximo riceveva in regalo da Renzi le magliette della Roma con la scritta “D’Alema” sulle spalle).

   

Ma la notizia forse più interessante che riguarda la fine del partito fondato da D’Alema è un’altra e ha a che fare con una tendenza inevitabile che dal 2007 si verifica ormai con una certa regolarità. Un vecchio motto latino, attribuito a Tascio Cecilio Cipriano, sostiene che al di fuori della Chiesa non vi sia salvezza, Extra Ecclesiam nulla salus, e se si riavvolge il nastro della storia del Pd si scoprirà che non c’è scissione nata da una costola del Pd che si sia conclusa con un successo. E dunque, Extra Pd nulla salus.

   

È andata così nel 2007, quando Fabio Mussi, Cesare Salvi e Claudio Fava si opposero alla confluenza nel Pd dei Ds fondando Sinistra democratica e dando vita alla Sinistra Arcobaleno (un flop). È andata così nel 2009, quando Francesco Rutelli lasciò il Pd creando Alleanza per l’Italia (altro flop). È andata così nel 2015, quando Pippo Civati uscì dal Pd in polemica con Renzi (super flop). È andata così nel 2017, quando la sinistra del Pd, dopo aver provato a sabotare in tutti i modi possibili il referendum costituzionale, decise di uscire dal Pd e di fondare, con Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza, il partito che oggi D’Alema ha contribuito sempre con autorevolezza a sciogliere, Articolo 1, e alla cui guida alle elezioni del 2018 D’Alema, insieme con gli altri dirigenti del partito, scelse autorevolmente di porre un non leader come Pietro Grasso, sabotato da D’Alema un minuto dopo essere stato scelto come candidato premier (super flop).

 

Potrebbe andare così anche con altri due scissionisti doc come Matteo Renzi, oggi leader di Italia viva, e Carlo Calenda, oggi leader di Azione, dopo essere stato già leader di Siamo Europei e dopo essere stato candidato dal Pd al Parlamento europeo nel 2019.

   

Extra Pd nulla salus, verrebbe da dire, e starà a Renzi e Calenda dimostrare che la regola presenta delle eccezioni virtuose e che chi sta fuori dal Pd non lo fa soltanto per affermare se stesso in quanto leader solitario o per contrastare il progetto stesso di una sinistra di governo (in Parlamento, il progetto di Renzi funziona, e ha contribuito a determinare gli equilibri di questa legislatura in molti passaggi, fuori dal Parlamento non sembra avere la stessa fortuna, e i sondaggi oggi dicono che la coppia Bonelli-Fratoianni vale di più di quella formata da Renzi e Calenda: sarà vero?).

    
Ma la presenza di un Pd potenzialmente centripeto e non centrifugo deve fare i conti anche con un problema che la leadership del Pd prima o poi dovrà mettere a fuoco. E il problema è questo: fino a quando la forza di un partito che ambisce a guidare l’Italia anche nei prossimi dieci anni potrà basarsi esclusivamente sull’essere uniti contro un nemico? L’attrattività potenziale del Pd, oggi, passa più dai demeriti degli avversari che dai meriti propri (l’agenda Tafazzi di Salvini e Meloni è il vero punto di forza del Pd), passa più dall’evocazione della minaccia delle destre brutte e cattive che dall’evocazione di un proprio sogno del futuro (destre cattive che di solito smettono di essere fasciste poche ore dopo un qualche ballottaggio), passa più dall’identificazione di cosa non si è rispetto a ciò che si è (che non è poco ma non è tutto).

 

La forza del Pd, oggi, e la forza della segreteria di Enrico Letta, è aver capito che mettere insieme tutte le realtà europeiste che ci sono in Italia è un obiettivo possibile e plausibile, e vale anche per il rapporto con il M5s che può acquisire un senso solo nel momento in cui il Pd sceglie di non essere più il junior partner della coalizione, e da questo punto di vista riportare dentro il Pd i Bersani e gli Speranza è in prospettiva per il Pd una notizia  positiva piuttosto che negativa. Ma la debolezza del progetto del Pd, oggi, è quella di essere, come dice un vecchio saggio del Pd, last man standing, per così dire, l’unica alternativa che al momento esiste, per demerito degli avversari, alle follie delle destre sovraniste. La stagione dei meriti, per il Pd di Letta, è tutta da scrivere, soprattutto per tutto ciò che riguarda i doveri più che i diritti. Intestarsi la guida del processo che porterà a scegliere il successore di Sergio Mattarella potrebbe essere il primo merito, ma per avere l’ambizione di essere una calamita degli europeisti d’Italia occorre fare qualcosa di più che scommettere solo sull’essere calamità degli avversari.

     

Iniziare dall’allargare la tenda può essere un buon punto di partenza, a condizione che la tenda venga costruita per allargare, per accogliere tutti, e non con l’idea di tornare al passato (Timeo Dalemaos et dona ferentes) ma con l’ambizione di guardare al futuro trasformando in opportunità (grande tenda) l’ennesimo fallimento dei partitini personali. Extra Pd nulla salus, dunque. Chissà se Renzi e Calenda riusciranno, fuori dal Parlamento, a trovare lo spazio per confermare che la regola presenta qualche eccezione.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.